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Buoni fruttiferi, il riscatto è inferiore
alle aspettative: Poste Italiane
condannata a pagare la differenza

ASCOLI - Il Tribunale di Vicenza ha dato ragione ad una donna ascolana, assistita dall'avvocato Antonio Renis del foro di Macerata. Alla scadenza dei valori, acquistati 30 anni prima, ha ricevuto poco più della metà di quanto aveva conteggiato, in ragione delle condizioni riportate sui tagliandi

L’avvocato Antonio Renis

 

di Maria Nerina Galiè

Un contratto fatto sottoscrivere senza la dovuta trasparenza sulle normative vigenti: questo il motivo per cui Poste Italiane dovrà pagare la differenza tra gli interessi riconosciuti alla scadenza di buoni postali, e quelli attesi dal  cliente. Lo ha deciso il Tribunale di Vicenza, a cui si è rivolta una 55enne di Ascoli, assistita dall’avvocato Antonio Renis del foro di Macerata.

La donna aveva acquistato 4 buoni postali fruttiferi nel 1989 negli uffici di Zovencedo (Vicenza) dove abitava all’epoca. Al momento della negoziazione le erano state illustrate le condizioni, riportate sul retro dei tagliandi, modificate in base ad un decreto ministeriale del 1986 (il decreto Goria) che introduceva nuove percentuali di rendita (meno favorevoli per la cliente) rispetto a quelle esposte nel documento, ma relative soltanto ai primi 20 anni.

Non c’era invece nessun riferimento sul fatto che la diminuzione degli interessi, in ragione dello stesso decreto di tre anni prima, doveva essere applicata anche sulla rendita di 258.000 lire a bimestre che scattava dal 20esimo al 30esimo anno. C’era scritto questo sul retro dei tagliandi consegnati alla cliente e nessun timbro a modificare le condizioni.

Così, nel 2019, la signora si è rivolta agli uffici postali di Ascoli, dove nel frattempo si era trasferita, per chiedere il rimborso dei buoni giunti a scadenza, nella certezza di dover prendere poco meno di 11.000 euro per ciascuno dei 4 buoni, ricevendo però soltanto 6.000 euro.

Dopo aver fatto un reclamo all’ufficio postale, senza però ricevere attenzione, la donna si è rivolta all’avvocato Renis e la questione è finita in tribunale. Quello di Vicenza, confermato competente dal giudice, nonostante il tentativo della difesa di spostare la sede ad Ascoli, luogo dove i buoni sono stati negoziati nel 2019.

A far pendere la bilancia della giustizia a favore della cittadina è stata l’omissione di Poste Italiane “di rettificare per intero quanto riportato a tergo del modulo e quindi lasciando inalterato il rendimento originariamente previsto per gli ultimi dieci anni”. In questo modo “l’Ente aveva di fatto promesso un rendimento differente e più favorevole all’investitrice rispetto a quello indicato nel decreto ministeriale citato (Goria del 1986, ndr)”.

Il giudice veneto Francesco Lamagna ha riconosciuto valide le motivazioni esposte dall’avvocato Renis e, accogliendone la richiesta, con ordinanza del 18 maggio scorso, ha condannato Poste Italiane a pagare la somma complessiva di 20,531 euro.

«Investimenti di questo tipospiega l’avvocato Antonio Reniserano molto in voga negli anni ’80. Allo scadere dei 30 anni molti contraenti, dal 2016 in particolare cioè a 30 anni dal decreto Goria, si sono ritrovati la brutta sorpresa.

Il mio consiglio è quello di chiedere una simulazione di quanto si andrà a prendere nel momento dei riscatto, prima che questo avvenga e, se la cifra non corrisponde a quanto previsto dalle clausole contrattuali, aprire una contestazione.

Nel momento della liquidazione, infatti, il cliente firma di ritirare la somma “a benestare del rimborso”.

Conserva comunque la possibilità di contestare anche in una fase successiva ed eventualmente recuperare la somma residua se dovuta. 

Nel caso della cliente di Ascoli, è accaduto questo ed il giudice ci ha dato ragione, dando prova che la contestazione, se motivata, si può fare anche dopo aver riscattato i buoni». 

 


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