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Un paesaggio sempre più raro:
le dune sabbiose
del litorale adriatico

DA CUPRA MARITTIMA alla Sentina di Porto d'Ascoli fino a Martinsicuro, viaggio tra le “colline in miniatura” che si formano parallelamente alla linea di battigia, dove arriva l’onda del mare. Il lavoro del vento, le piante, gli ambienti di uno scorcio marino difficile da incontrare
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Dune in formazione (ph FAI)

di Gabriele Vecchioni

Il territorio della Regione Marche comprende 12 aree naturalistiche protette; di queste, tre sono parchi costieri: da nord a sud, il Monte San Bartolo, tra i comuni di Gabicce e Pesaro; il Monte Cònero (articolo precedente, leggilo qui) e l’area della Sentina (leggi qui l’articolo relativo). Il primo e il secondo si caratterizzano per l’alto valore paesaggistico (per le alte falesie a picco sul mare), la terza area è una zona umida costiera e presenta cordoni dunali in formazione. In questo pezzo ci occuperemo proprio di questo tipo di paesaggio marino (dune sabbiose del litorale) che sta diventando sempre più difficile da incontrare.

Il ravastrello (Cakile maritima)

Prima di entrare nel merito dell’argomento, qualche considerazione sul Mare Adriatico, sul quale si affaccia la regione marchigiana. È un bacino appartenente al più ampio Mar Mediterraneo; il fondale sabbioso non raggiunge grandi profondità: davanti alla costa ha una profondità media di 30 metri, con “fosse” che non superano i 100 metri. Nel mare sversano numerosi corsi d’acqua, tra i quali il più importante fiume italiano, il Po. La caratteristica di essere un mare “chiuso” e di avere una riserva d’acqua non elevata, causa un alto grado di eutrofizzazione (grande quantità di nutrienti) e una notevole biodiversità. In passato (anni ’80-’90 del Novecento), l’eutrofizzazione ha provocato una straordinaria fioritura algale (il ben noto fenomeno delle mucillagini), forte detrattore ambientale per il turismo e, in misura minore, per la pesca.

Il convolvolo delle spiagge (Calystegia soldanella)

Grazie alle sue caratteristiche, l’Adriatico è sempre stato un mare pescoso; negli ultimi anni, lo sfruttamento eccessivo delle risorse ha causato però la riduzione della fauna ittica: il periodico fermo-pesca serve proprio a permettere il ripopolamento delle sue acque.

La linea di costa è una stretta cimosa di circa 50-100 metri di larghezza, limitata da un basso cordone di dune appena rialzate. In realtà, lungo tutto il litorale, le dune sono state spianate per motivi economici: la creazione di stabilimenti balneari (i cosiddetti “chalet”), alberghi, condomìni e strutture di servizio per il turismo. Un vero e proprio muro di cemento ha sostituito la vegetazione e il paesaggio caratteristici della zona: il “verde”, così apprezzato (il «dolce verde marino» del compianto poeta Mario Luzi), che riempie gli spazi “non utilizzati” è costituito, il più delle volte, da specie vegetali esotiche.

primi cespi di graminacee colonizzano l’arenile della Sentina (ph G. Vecchioni)

L’ambiente originario della costa marchigiana, quasi completamente bassa e sabbiosa, è presente solo in poche aree ristrette, in prossimità della foce dei fiumi, peraltro già sottoposte a bonifiche che ne hanno gravemente compromesso la naturalità.

L’ecosistema delle dune e del litorale costiero è un ambiente selettivo: la flora è povera di specie ma molto specializzata, perché deve adattarsi all’ambiente salmastro (è costituita da piante psammofile, cioè “amanti dei terreni sabbiosi”). L’argomento è oggettivamente per appassionati e specialisti, ci limiteremo quindi a considerare solo alcune delle principali e più caratteristiche piante presenti.

La salicornia, altra pianta alofila (ph G. Vecchioni)

Le dune. Quando si pensa alle dune si immaginano grandi colline di sabbia come quelle che si vedono nei film o nei documentari sul deserto; in realtà, sono dune anche gli avvallamenti di sabbia, appena rialzati, delle nostre spiagge. Sono “colline in miniatura” che si formano parallelamente alla linea di battigia, dove arriva l’onda del mare, formate dai sedimenti che i fiumi portano al mare e che il moto ondoso trasporta e (ri)deposita.

Le strutture dunali sono instabili e sono spostate dal vento verso l’entroterra (le particelle sono mosse con un moto di trascinamento o a balzi); il versante sopravvento ha una pendenza moderata e quello sottovento è più acclive. Il lato della duna verso mare è soggetto a un’erosione maggiore; quello dalla parte opposta, più protetto, permette l’accrescimento della duna stessa, quando i granelli di sabbia vengono fermati dalla vegetazione. Se non trova impedimenti, la formazione delle dune è spettacolare, dato che le “colline” di sabbia possono arrivare anche a 10 metri di altezza (la prima linea, le altre sono più basse). Sul litorale adriatico non è possibile ammirare queste costruzioni, le dune (quando ci sono) rimangono basse; formazioni più visibili si hanno sul versante tirrenico, per esempio nell’area protetta del Parco del Circeo, dove c’è il cordone dunale più lungo d’Europa (più di 20 chilometri!) e dove si trovano dune alte circa 30 metri.

Ingresso alla Sentina, tra tamerici (a sinistra) e canne (a destra)

Le piante delle dune. Come già ricordato, la flora della zona costiera è povera di specie ma specializzata, per potersi adattare all’ambiente particolarmente difficile. Gianfranco Pirone ha scritto (2001) che «L’ecosistema litorale è uno degli ambienti terrestri più selettivi per lo sviluppo delle piante. I fattori limitanti sono il vento che trasporta minutissime gocce di acqua marina e una moltitudine di granelli di sabbia (azione smerigliante) e le acque circolanti ricche di cloruro [salate, NdA] e perciò di difficile assunzione da parte delle radici». Volendo approfondire l’argomento, ricordiamo che le piante psammofile, per superare le difficoltà dell’ambiente perimarino (un substrato malfermo), hanno sviluppato adattamenti evolutivi quali «l’habitus sempreverde, gli organi succulenti, la spinescenza, la tomentosità [pelosità, NdA] utili a superare periodi aridi; per resistere all’azione abrasiva della sabbia trasportata dal vento apparati radicali molto sviluppati in profondità, riduzione delle superfici esposte, portamento strisciante o pùlvino [rigonfiamento alla base della foglia, NdA]; ciclo biologico molto breve per poter superare le stagioni avverse sotto forma di seme».

Zona afitoica. Spiaggia raggiunta dalle onde, priva di vegetazione; i rami sono stati portati dal Tronto in piena (ph S. Pompeo)

Il primo ambiente che si incontra, la zona intertidale – raggiunta dalle acque marine per l’alternarsi della bassa e dell’alta marea – è afitoica, cioè priva di vegetazione. Le associazioni vegetali presenti si dispongono in fasce parallele alla linea di riva, legate a particolari condizioni ecologiche; esse sono principalmente tre.

Il cakileto (il nome deriva dalla presenza della specie-guida, la Cakile maritima o ravastrello marittimo) è la parte più vicina alla linea di battigia, un avamposto difensivo dell’ecosistema; presente anche la nàppola, con l’inconfondibile frutto spinoso. Al cakileto appartengono le piante che si oppongono allo spostamento della sabbia, che trattengono con le loro radici espanse. L’agropireto costituisce la vegetazione pioniera delle prime dune. Il nome è dovuto all’Agropyron junceum (la gramigna delle spiagge), una pianta che riesce a trattenere la sabbia dove non arriva il moto delle onde, con i suoi lunghi stoloni (fusti orizzontali) aderenti al terreno, permettendo così l’innalzamento della duna. Altre specie vegetali presenti in questo ambiente difficile sono l’eringio (o cardo di mare) e il convolvolo delle spiagge, dal bel fiore viola. Infine, l’ammofileto, legato alla presenza dell’Ammophila littoralis (lo sparto pungente), una grossa graminacea dal portamento cespitoso (sviluppa cioè molti fusti erbacei dalla radice) che colonizza la duna e permette l’impianto successivo di specie più esigenti. Nella parte interna della duna si formano zone depresse col fondo impermeabile, come alla Sentina di Porto d’Ascoli, con una vegetazione di giunchi (lo Juncetum).

Area retrodunale alla Sentina (ph G. Vecchioni)

I luoghi. La successione di vegetazione sinteticamente descritta è presente in tutte le spiagge lasciate libere di evolversi naturalmente. Le coste sono state investite (letteralmente!) da attività legate allo sfruttamento turistico e all’edilizia – accentuatesi nella seconda metà del secolo scorso – che hanno portato alla quasi totale sparizione degli ambienti primitivi: è molto difficile incontrare lembi di spiaggia allo stato naturale.
Vediamo le poche aree dunali (r)esistenti nelle zone vicine. Nel caso della costa picena (circa 40 chilometri, da Porto Sant’Elpidio a nord fino a Porto d’Ascoli, a sud) sono rimaste zone poco estese a Cupra Marittima e nel comprensorio della Sentina (Porto d’Ascoli). Una situazione analoga si verifica nel vicino Abruzzo settentrionale dove, qualche decennio fa, fu istituito un biòtopo, per salvaguardare le dune costiere.

Uno dei laghetti salmastri della Sentina. La vegetazione di giunchi da una delle postazioni per il birdwatching (ph G. Vecchioni)

La duna marittima di Cupra Marittima. Il tratto a nord dell’abitato di Cupra Marittima, subito dopo la foce del torrente Menocchia, è uno dei rarissimi ambienti naturali residuali della costa adriatica. L’area ha un’estensione ridotta ma presenta una buona varietà floristica.

La Riserva della Sentina a Porto d’Ascoli. La Sentina costitui­sce l’unica testi­monianza di am­biente palu­stre lito­raneo della regione, naturale cassa di espansione del Tronto, che qui in­contra l’Adriatico. La costituzione (nel 2004) dell’area protetta ha per­messo la (ri)­cre­azione di ecosistemi propri di ambienti umidi costieri e perifluviali e la (ri)costituzione di pic­coli laghi salmastri retrodunali, già bonificati (in origine erano cin­que – i Laghetti di Porto d’A­scoli – con una superficie totale di 10 ettari).

Il biotopo costiero di Martinsicuro (ph FAI)

I Biòtopi costieri di Martinsicuro costituiscono un’area riconosciuta dalla Società Botanica Italiana per la ricchezza floristica (40 specie presenti). Nel tratto compreso tra la riva meridionale del Tronto e il Vibrata, tra le dune in formazione nidifica il fratino, un piccolo trampoliere limicolo (trova il cibo nel limo) che è un bioindicatore di ambiente in buona salute.

In conclusione ricordiamo le parole scritte da Gianfranco Pirone nell’ormai lontano 1993 (ma ancora valide oggi): «Questi residui lembi di vegetazione sono preziosi perché rappresentano la testimonianza di ambienti un tempo molto comuni. La loro salvaguardia è importante, oltre che per conservare tale testimonianza (con finalità naturalistiche, didattiche, culturali), anche come fonte di informazioni per un auspicabile potenziamento degli aspetti originari».

Arenile di Martinsicuro. A sinistra, ben visibile la formazione del cordone dunale, consolidato dalle graminacee. Lungo la delimitazione, piante di nàppola (ph Scuolablu, Martinsicuro TE)

Il fratino, piccolo trampoliere che nidifica tra le dune (ph Scuolablu, Martinsicuro)

 


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