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Le storie del Pride, Simone “Lole”
e la scoperta dell’omosessualità:
«È stata dura, ma ho raggiunto la serenità»

SAN BENEDETTO - Il ragazzo, 24enne imprenditore/hair stylist, racconta la sua esperienza dopo la manifestazione contro le discriminazioni LGBT+: «Le prime storie sentimentali gay sono cominciate alle scuole superiori, ero convinto che sarei andato via dalle Marche perché ci sono persone che giudicano in maniera negativa»
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di Marzia Vecchioni 

«Da adolescente ero convinto che sarei andato via dalle Marche, probabilmente all’estero. Non credevo di riuscire a trovare una serenità qui poiché a San Benedetto alcune persone si soffermano su aspetti personali, come l’orientamento sessuale, giudicando in maniera negativa le persone coinvolte».

Simone durante un’esibizione

L’evento del Pride che si è tenuto il 31 luglio in Riviera (leggi qui) è di spunto per affrontare la situazione della realtà LGBT+ nel Piceno. Il modo migliore per farlo è sicuramente quello di entrare in contatto con persone di questa comunità. La loro quotidianità può aiutarci a capire cosa significhi far parte di questo gruppo.

Una delle lettere che incontriamo nella sigla di questa collettività è la “G” e sta ad indentificare i ragazzi gay.

Questa è la storia di Simone “Lole” che ha 24 anni ed è di San Benedetto. È un parrucchiere imprenditore perché da tre anni ha una propria attività nella città in cui vive. Ha interesse per il canto, il ballo e la composizione musicale. La sua esibizione al Pride è stata una delle più coinvolgenti.

Da bambino

Simone ha avuto la consapevolezza di sé da adolescente. I suoi primi approcci affettivi con le ragazze hanno dato conferma di quello che sentiva. Non c’era interesse né fisico né emotivo nel continuare la relazione oltre un determinato punto.

«Le prime storie sentimentali gay sono cominciate con l’inizio delle scuole superiori -racconta-. A 15 anni mi “fidanzo” con un ragazzo poco più grande. Non c’è stato un vero e proprio coming out in casa. I miei genitori sono venuti a conoscenza della mia realtà attraverso una foto che mi ritraeva con questo ragazzo. La prima reazione è stata quella di confermare il loro amore per me e darmi la certezza che non sarebbe mai mancato, qualsiasi “strada” avessi preso. Mi dissero che se avessi voluto, loro sarebbero stati disponibili a farmi parlare con qualcuno che avrebbe potuto essermi d’aiuto in questo momento importante. Probabilmente si riferivano alla figura dello psicologo».

Simone si sentiva sereno nella sua quotidianità, non avvertiva il bisogno e la necessità di parlare con qualcuno e declinò l’offerta.

A 16 anni

«I miei genitori hanno pensato che allora avrebbe potuto essere di supporto confrontarsi con una signora, la quale aveva la “notorietà” di possedere dei “poteri” riconosciuti dalla chiesa -prosegue Simone-. Rapportandomi con lei ho dovuto ascoltare un po’ di sciocchezze. Secondo il pensiero di questa persona, avrei avuto la capacità di possedere anch’io dei “poteri”, come per esempio, vedere l’anima delle persone, comprendendo così se fossero buone o cattive, avere visioni di angeli oppure demoni. Sarei stato in grado di farlo seguendo un percorso con lei. Ho capito, quindi, che lo scopo dell’incontro e dei successivi, sarebbe stato quello di farmi cambiare orientamento sessuale, invertire i miei gusti e farmi tornare sulla retta via».

I genitori si sono trovati ad affrontare una nuova realtà e hanno provato con quelli che pensavano fossero i mezzi giusti. Questo incontro lascia un po’ di dubbi in Simone che capisce, di aver vissuto, seppur in maniera blanda, una sorta di terapia di conversione.

Al lavoro

Questa terapia conosciuta anche come terapia riparativa, è una pratica pseudoscientifica (che non ha aderenza al metodo scientifico). L’obiettivo è quello di cambiare o di eliminare l’orientamento sessuale di una persona, da omosessuale a eterosessuale; le tecniche più utilizzate per arrivare allo “scopo” sono numerose: terapia dell’avversione (è una forma di trattamento psicologico attraverso il quale un paziente è esposto a uno stimolo e nello stesso momento gli viene somministrata qualche forma di disagio), somministrazione di farmaci, elettroshock, esorcismo, isolamento, abusi verbali e umiliazioni, percosse e altre violenze considerate “correttive”.

Nel 2013 il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, riporta che “gli psicologi, secondo il codice deontologico, non possono prestarsi ad alcuna “terapia riparativa” dell’orientamento sessuale di una persona”.

Nonostante questa pratica sia stata condannata da numerose associazioni di salute mentale perché considerate immorale e inefficace, pochi sono gli Stati che l’hanno vietata. L’Italia non è ancora in possesso di una normativa in merito.

Tornando a Simone, nel corso dell’adolescenza, il rapporto con i genitori è stato caratterizzato da alti e bassi.

«Talvolta preferivo tenere nascosta questa parte della mia vita perché sapevo di non essere capito e volevo evitare di creare discussioni -dice-. Ho deciso allora di fare coming out fra le amicizie più strette per trovare un sostegno che a volte mi mancava. Accade però, che uno dei miei più cari amici, mi ha fatto outing con altre persone (rendere pubblico l’orientamento sessuale di una persona senza il suo consenso, ndr), nonostante gli avessi detto di mantenere per sé queste informazioni. Con il passare del tempo però inizio ad enfatizzare il mio essere per normalizzare la cosa».

Un momento del Pride di San Benedetto

Nell’ambito scolastico, Simone ci racconta: «Ho subito discriminazioni forti sia in classe sia nell’istituto. Gli attacchi verbali erano riferiti al mio orientamento sessuale e consistevano in battute o prese in giro. Sono stato, però, circondato da altri compagni di classe che mi volevano bene e sono riuscito a non dargli peso e a non farmi buttare troppo giù».

La formazione scolastica su argomenti come la sessualità, l’orientamento sessuale, e altri argomenti riferiti alla comunità LGBT+, è stata assente. «L’unico momento che ricordo di inclusività, è avvenuto durante la lezione di uno dei miei professori; l’argomento trattato fu quello delle unioni civili -va avanti Simone-. Il professore ci chiese un parere su quale fosse la nostra idea a riguardo»

«Nel periodo dei 18 anni, il rapporto con i miei genitori è stato distaccato -ricorda-. Erano consapevoli del mio orientamento sessuale ma non volevano essere coinvolti. Le cose cambiano, più in là, quando mi fidanzo con un ragazzo, e facendoglielo conoscere, giorno dopo giorno, entra a far parte della famiglia. Attualmente il nostro rapporto è sereno».

«A livello lavorativo non ho mai avuto problemi; cosa che è avvenuta quando ho lavorato stagionalmente come cameriere in un hotel -conclude Simone-. Uno dei colleghi mi derideva, non aveva un rapporto sereno con me e il mio orientamento sessuale era motivo di discriminazione, tanto da portarmi a lasciare il lavoro prima della fine della stagione».

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