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Dalle discariche abusive sul Tronto
all’avvento del sito di Relluce
Piceno, 30 anni di (business) rifiuti

L'APPROVAZIONE del "Piano d’ambito" e le proteste dei sindaci di Appignano, Castel di Lama e Castignano ci riportano indietro nel tempo alla fine degli anni '80. Gli abusivismi a Campolungo, poi la decisione di costruire la struttura in mezzo alle campagne al confine con Ascoli. Le proteste degli ambientalisti e la rassegnazione dei residenti, tra cattivi odori e disagi
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di Claudio Felicetti 

L’approvazione a maggioranza del Piano d’ambito dei rifiuti e le energiche e rinnovate proteste dei sindaci di Appignano, Castel di Lama e Castignano (leggi qui) ci riportano indietro, come in un flash-back cinematografico, a oltre 30 anni fa.

L’area della discarica di Relluce

Era la fine degli anni ottanta quando il Comune di Ascoli, d’intesa con la Provincia e con colpevole ritardo, corse ai ripari e avviò l’iter per la realizzazione di una discarica per rifiuti solidi urbani (una dicitura in cui a quel tempo rientravano tutti i tipi di scarti). Fino ad allora, nonostante le denunce, le insistenze e le pressioni dei primi ambientalisti (sulla base della nuova legislazione in materia), per gli amministratori pubblici il corretto smaltimento dei rifiuti era ancora un concetto avveniristico e ostico.

Il problema cominciò a porsi nei primi anni del decennio. Fino ad allora le famiglie, molte delle quali di estrazione rurale, riuscivano a recuperare gli scarti con una sorta di economia circolare ante litteram: avanzi di cibo nell’orto o agli animali, contenitori che duravano una vita, come pure i vestiti, sportine per la spesa, nessun imballaggio da smaltire. Finivano nel focolare domestico solo carta e poco altro. Insomma: pochissimi rifiuti, tanto riuso e recupero.

Poi, il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, il conseguente aumento dei consumi e la produzione di nuovi oggetti e imballaggi delle merci, spesso in plastica, cominciarono a modificare le consolidate e virtuose abitudini familiari, con un aumento esponenziale dei rifiuti prodotti, senza che nel frattempo amministrazioni pubbliche ed enti avessero iniziato a porsi il problema dello smaltimento. Ma neppure tante famiglie si erano rese conto che stava per profilarsi un gigantesco problema, dai risvolti ambientali, culturali e sociali, che avrebbe assillato le generazioni future.

L’ex sindaco di Ascoli Ciccanti

Per avere un’idea di come venivano gestititi i rifiuti nei primi anni ottanta, basti ricordare la desolante e incredibile situazione nel territorio provinciale. A Campolungo, sulla sponda picena del Tronto, piano piano era sorta una megadiscarica abusiva in cui venivano buttati rifiuti di ogni genere da parte di Comuni, aziende e privati. Una montagna immonda i cui veleni finivano regolarmente nelle acque del fiume senza che nessuno muovesse un dito.

Un’antologia del rifiuto: dagli scarti domestici, a quelli di fabbriche metallurgiche e meccaniche, fino ai materiali ospedalieri. Non mancavano, come poi diventata abitudine, elettrodomestici, gomme di auto, sanitari e scarti edili. Insomma, di tutto e di più. Anche gli altri Comuni della Vallata scaricavano la propria monnezza sulla sponda del Tronto. I piccoli camion con lo stemma comunale arrivavano indisturbati sulla sponda e vuotavano i cassoni. Una illegalità diffusa e sotto gli occhi di tutti.

I Comuni dell’interno, invece, avevano trovato sul proprio territorio, in zone isolate, buche più o meno profonde da riempire. Una raffica di microdiscariche incontrollate dove era possibile buttare di tutto. L’unico impianto regolarmente autorizzato era quello della ditta Ipgi, nell’alto Bretta, realizzato in quegli anni da privati, subito oggetto di forti polemiche. Successivamente, i vertici dell’azienda furono implicati in un’inchiesta giudiziaria e la discarica fu poi chiusa senza il necessario e dovuto risanamento.

Quanto alla montagna dei veleni di Campolungo, dopo denunce e ricorsi degli ambientalisti la Regione, a seguito anche dei provvedimenti dell’autorità giudiziaria, bloccò lo scempio e predispose il risanamento. La megadiscarica abusiva fu sanzionata anche dall’Europa che aprì una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia, costretta a pagare pesanti multe. Alla fine, fu approvato un progetto che prevedeva un “sarcofago” di contenimento della enorme massa putrida e tossica che aveva inquinato la falda per decenni.

Si arrivò dunque al 1989 e l’Arengo, sindaco Amedeo Ciccanti, d’intesa con la Provincia guidata allora dall’appignanese presidente Francesco Carbone, decise di realizzare una discarica sul proprio territorio, in località Relluce, ma ai confini con Appignano, a due passi dall’abitato del centro collinare e in linea d’aria a qualche centinaio di metri dalla zona alta di Castel di Lama.

L’ingresso dell’ex Ipgi nella zona dell’alto Bretta

Immediate e durissime le proteste dei residenti dei due territori. Già nel maggio del 1989 ci furono i primi incontri pubblici promossi dalla lista civica lamense “La Torre” in collaborazione con l’amministrazione di Appignano e da comitati ambientalisti spontanei. Nel mirino, il sindaco Amedeo Ciccanti e l’assessore provinciale all’Ambiente Giancarlo Ciccanti. Sotto accusa la discussa transazione-permuta di terreni con i fratelli Ricciotti per ottenere l’area della futura discarica comprensoriale (oltre Ascoli, Appignano, Castel di Lama, Castignano, Maltignano e Folignano).

Alle vigorose proteste seguirono ricorsi e querele, ma il Comune di Ascoli non sentì ragioni. Nell’occasione, alcuni appignanesi (tra cui il compianto sindaco Sergio De Angelis) e residenti delle zone limitrofe, tramite l’irriducibile avvocato Luigi Natali, tra l’altro a quell’epoca consigliere comunale di opposizione, presentarono un pepato ricorso al Tar per l’annullamento dell’atto amministrativo dell’Arengo. Per tutta risposta, il nuovo sindaco di Ascoli Carlo Mario Nardinocchi querelò i ricorrenti per diffamazione, contribuendo così a gettare altra benzina sul fuoco.

Ruspe in azione a Relluce

Nella primavera del 1991 le ruspe erano già in azione a Relluce, e pochi mesi dopo la discarica controllata nuova di zecca era pronta a ricevere tonnellate di rifiuti dei sei comuni. In seguito, fu realizzato l’impianto di compostaggio, poi migliorato, e implementata la selezione dei materiali. Negli anni successivi, gli investimenti per il recupero del biogas, gli interventi per le vasche dismesse, la linea dell’organico i miglioramenti funzionali.

In oltre 30 anni, sono state innumerevoli e ripetute le proteste di sindaci e residenti appignanesi, lamensi e castignanesi, stanchi di sopportare i disagi e le puzze causati da discarica e impianti, ma quasi sempre gli altri primi cittadini della provincia hanno fatto blocco in nome della riduzione di costi e tariffe e del superamento delle varie emergenze, causa l’esaurimento delle vasche di turno.

Nel frattempo, emergenza dopo emergenza, non si è riusciti a varare un piano lungimirante teso alla costante riduzione dei rifiuti, alla piena attuazione dell’economia circolare, alla residualità della discarica, al dimensionamento degli impianti rapportato alle esigenze territoriali.

E’ ormai chiaro a tutti che la gestione dei rifiuti è da sempre un enorme business e che certi appetiti andrebbero tenuti sotto controllo. E allora viene da chiedersi: perché i Comuni fanno due parti in commedia? Da una parte hanno “competenze per l’organizzazione, l’affidamento e il controllo del servizio di gestione integrata dei rifiuti” tramite l’Ambito territoriale, dall’altra fanno affari in qualità di soci di minoranza delle società miste a cui sono stati affidati gli appalti.

Alla fine della giostra, pagano sempre gli stessi: i cittadini con la Tari sempre più alta e i territori vicini agli impianti. Insomma, per i residenti di Appignano, Castel di Lama e Castignano dal 1991 il danno e la beffa. E non c’è equo indennizzo che tenga.

Piano d’ambito dei rifiuti: la rabbia delle associazioni ambientalistiche e territoriali


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