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La transumanza
al Festival
dell’Appennino inverno

IN TANTI a seguire la discesa delle greggi da Forca di Presta a Pretare. Pastorizia maestra, da sempre, di economia green. L’impegno del Bim per la tutela e la valorizzazione delle nostre aree montane e delle loro millenarie tradizioni
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di Walter Luzi

 

Uomini, pecore e montagna. L’appuntamento autunnale del Festival dell’Appennino, sotto l’impulso di Bim Tronto e Mete Picene e la direzione artistica dell’associazione Appennino Up, si consuma sotto la mole imponente del Monte Vettore, da Forca di Presta verso Pretare. Il tema è stimolante e nostalgico. La transumanza. Patrimonio culturale immateriale dell’umanità per chi non lo sapesse. La proclamazione dell’Unesco è arrivata a dicembre 2019, oscurata, di lì a poche settimane, dallo scoppio dell’emergenza pandemica globale. Ma l’epopea romantica della transumanza era già finita da un pezzo. Cancellata dalla modernità. Strozzata dal cappio del mercato. Anche lei. Dunque bene ha fatto il Bim, con la preziosa e collaudata collaborazione della Compagnia dei Folli, a portarci l’attenzione. Perchè, come da tutte le nostre antiche usanze, anche dalla transumanza, decantata dalla poesia bucolica, ma pure figlia di fatiche immani e sacrifici di ogni tipo delle popolazioni dedite alla pastorizia in ogni tempo, i “moderni” entusiasti fautori dell’Economia globalizzata avrebbero molto da imparare.

La tradizionale migrazione stagionale del bestiame è vecchia come il mondo, e anche in Italia, lungo gli antichi tratturi, ha sempre segnato, con equilibrio perfetto, il rapporto fra uomo e natura. Uomini e pecore in marcia verso valle, fianco a fianco, come fin dalla  notte dei tempi anche oggi. Gente di città stavolta. Tanta. Molti i bambini. I grandi cani pastore bianchi a vigilare, attenti e silenziosi, sul gregge. Natura quasi incontaminata tutto intorno sotto il sole, e un cielo terso che nessuno si aspettava così azzurro. Ma come possiamo distruggere tutto questo? Le grandi e drammatiche tematiche ambientali attuali, il surriscaldamento del pianeta dovuto all’inquinamento ormai fuori controllo, il clima impazzito, sono i prezzi altissimi che stiamo pagando al cosiddetto “progresso”. Che ha mortificato l’utilizzo sostenibile delle risorse naturali.

Ne parla chiaramente strada facendo, dopo il saluto iniziale portato dal giovane sindaco di Arquata Michele Franchi, il giornalista Marzio Mozzetti, referente del Coordinamento Amatrice Transumanza. Racconta della dura vita dei pastori, che a tre anni cominciavano già a mungere le pecore, e stavano via dalle famiglie anche otto mesi all’anno durante le transumanze di andata e di ritorno dagli stazzi estivi in montagna. Decanta la virtuosità di una micro-economia circolare che non buttava via neanche gli scarti di lavorazione di ricotte e formaggi, perché venivano dati in pasto ai maiali. Loro, l’economia green, parola molto di moda oggi, l’avevano fatta propria con qualche millennio di anticipo sugli scienziati di oggi. E con tutto quel tempo a disposizione al pascolo, molti componevano in rima i versi degli stornelli, o leggevano i classici della letteratura. Tanti conoscevano a memoria persino i canti della Divina Commedia. Fra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento solo nella campagna romana venivano allevate sette milioni di pecore.

Oggi greggi e pastori possono essere considerate due specie in via di estinzione, che, forse, riuscirà a salvare la costituenda scuola nazionale di pastorizia destinata a progetti di giovani in questo settore nelle aree interne del Paese. L’escursione termina, come detto, a Pretare, ancora sfregiata dal sisma di cinque anni fa, nelle ospitali aziende agricole “Le Terre delle Fate” e “Ricciotti Vito”, che mostrano con orgoglio anche i loro laboratori didattici di autoproduzione del formaggio e di filatura della lana. Ci si rifocilla dopo la lunga camminata sulle note degli organetti di “FolkArmonia” e “Lu Trainanà” , alfieri della musica tradizionale marchigiana. Ce anche l’organetto di Fausto Lalli. Suo padre, Giuseppe, lo suonò persino al fianco di Adriano Celentano nel film “Serafino”, girato a pochi chilometri da qui cinquantatrè anni fa. Manca all’appello solo Stefano Belà con il suo organetto. Sarà per la prossima volta. Atteso come ospite d’onore della giornata, il popolarissimo ex showman folk è stato trattenuto nella stalla del suo piccolo allevamento di Amatrice. E’ dovuto rimanere fra i suoi animali. Il lavoro prima di tutto. Come una volta. Qualcuno sta ballando il saltarello sull’aia. Come una volta. Faremmo meglio, un po’ tutti, a tornare a fare, un po’ tutto, come una volta.


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