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Ricordate il “Ceppo di Natale”?
Con l’esperto De Signoribus
un tuffo nelle tradizioni passate

A UN MESE dalla vigilia di Natale, con lo studioso di folklore locale ripercorriamo alcune tra le usanze più tipiche di questo periodo
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L’antica tradizione del Ceppo di Natale

 

di Marco Braccetti

 

Le festività natalizie sono sempre più vicine. Di giorno in giorno, nonostante le difficoltà del momento pandemico, entriamo sempre più nella magica atmosfera del Natale. Un atmosfera che rievoca storie e tradizioni radicate nel tempo.

Ne abbiamo discusso con Antonio De Signoribus: giornalista, scrittore e antropologo, grande esperto di folklore marchigiano. Lo studioso di Cupra Marittima ha già scritto ben cinque libri nel solco delle tradizioni passate. Ultimo, in ordine di tempo “L’uovo di cavalla” che si compone di ben 65 racconti con un sottotitolo altrettanto intrigante: Fiabe, leggende e storie bizzarre raccolte e riscritte.

Antonio De Signoribus

Ci avviciniamo sempre più al Natale, momento “fantastico” per antonomasia. Ci può tracciare qualche linea di congiunzione tra questa festa ed il folklore del nostro territorio?

Il discorso è molto ampio e articolato. Per l’occasione vi racconto qualcosa di particolare, dati gli spazi limitati di una intervista; penso al Ceppo di Natale, per esempio. Quella del Ceppo, infatti, è considerata una delle più antiche tradizioni natalizie, risalente addirittura al XII secolo. L’usanza aveva luogo la vigilia di Natale, prima del cenone, quando il capofamiglia, dopo avere acceso nel camino un grosso tronco di quercia, pronunciava parole di buon augurio. Il Ceppo doveva ardere giorno e notte fino all’Epifania, perché se si fosse spento avrebbe compromesso la pace famigliare. Si credeva anche che sarebbe passata la Madonna a riscaldare le fasce di Gesù Bambino. Bisognava dunque stare attenti e vigilare che il fuoco non si spegnesse. La cenere e i carboni del Ceppo venivano, poi, conservati in quanto avevano proprietà incredibili, per esempio incidevano sulla fertilità delle donne, sul buon raccolto, sulla salute delle persone, degli animali, ed altro.

Proprio gli animali hanno sempre avuto un ruolo importante nel nostro territorio, pressoché rurale

Certamente! Si diceva anche che durante la Notte Santa, gli animali parlassero, e non era lecito ascoltare i loro dialoghi, pena la morte. Un curioso, infatti, che s’era nascosto per ascoltarli fu scoperto e sbranato. Ecco perché i contadini si tenevano lontani dalle stalle durante quella Notte incredibile. Si diceva, pure, che durante la messa di Natale, si mettesse un pettine nell’acquasantiera. Se nella chiesa ci fosse stata una strega sarebbe stata scoperta subito perché non poteva intingervi la mano. Un’altra consuetudine era quella di recarsi, allo scoccare della mezzanotte del 25 dicembre, alla fontana del paese per attingere acqua. Questo rito avrebbe portato tanta fortuna alle famiglie e avrebbe allontanato il malocchio.

Che ci dice del presepio e della Befana?

Il presepio trae origine dalla sacra rappresentazione messa in atto da San Francesco d’Assisi a Greccio, nel 1223. Ogni  famiglia lo preparava con cura, anche con i pochi mezzi che aveva a disposizione. Il muschio non mancava mai, come non mancavano mai le casette, e l’umile capanna intagliata nella corteccia della quercia; poi, ecco il fiume di carta stagnola, e le colline e i monti. Tutto questo testimoniava che Gesù Bambino non era nato lontano, ma nei nostri paesi e nei nostri cuori. Sul presepio c’era una particolare credenza, chi lo avesse fatto una volta, dovesse continuare a farlo sempre, pena qualche momento non troppo felice per la famiglia. Ma nessuno si dimenticava di farlo; si era troppo legati all’evento della natività. Anche la Befana era molto sentita nella nostra tradizione popolare; del resto come non rimanere affascinati da questa vecchietta carica d’anni, che a cavallo di una scopa, scendeva attraverso il camino a portare i doni ai bambini buoni o il carbone a quelli cattivi. La notte della Befana richiamava un tempo straordinario, un tempo in cui potevano accadere prodigi che lasciavano con il fiato sospeso. Notte magica, dunque, notte miracolosa.

E il carbone?

Il carbone assolveva sicuramente a una simbologia importante, in quanto immagine del peccato che anneriva l’anima. Alla fine, però, sia a buoni che ai cattivi, la Befana lasciava sempre, in una calza appesa sotto la cappa del camino, confetti, castagne, arance e fichi secchi. La Befana non è una santa ma un mito, una storpiatura lessicale della parola greca Epifania. La sua origine, però, si perde nella notte dei tempi.

In molti apprezzano i suoi studi sulla Cultura orale, in special modo di fiabistica popolare. Ci può spiegare in che senso la fiaba popolare possa essere importante anche nella nostra epoca?

Innanzitutto, è un genere che non passa mai di moda; nella sua ricchezza e semplicità, poi, è sicuramente una manifestazione umana che ha in sé valori universali, sicuramente non trascurabili. Le fiabe sono anche documenti di Cultura orale, e come tali possono raccontarci modi di vivere, usanze, e spaccati di vita rurale, ormai scomparsi. Le fiabe, poi, curano e sono adatte a tutti, anche se per i bambini, per dirla con Bettelheim, sono ancora più convincenti. I bambini, infatti, possono trarre molto più conforto da una fiaba che da una manovra consolatoria basata sul modo di pensare degli adulti, sempre troppo razionale.

Approfondiamo quest’aspetto…

In altre parole la fiaba ha un tipo di svolgimento che si adatta al modo in cui il bambino percepisce la realtà; gli comunica che una lotta contro le avversità della vita è inevitabile, ma soltanto chi non si ritrae intimorito, ma affronta le avversità, può superare tutti gli ostacoli, come supera tutti gli ostali l’eroe della fiaba, con il quale il bambino si identifica. Il lieto fine, poi, lo tranquillizza e lo rasserena sempre. Bisogna quindi leggere le fiabe; bisogna lasciarsi andare all’immaginazione e alla fantasia, bisogna lasciarsi andare al sogno, specialmente in questo triste, fragile e complicato periodo che stiamo vivendo.

Ci parli del suo ultimo libro, “L’uovo di cavalla”, che raccoglie molte storie della tradizione popolare delle aree contadine del centro Italia. In tempi dal futuro incerto come sono quelli che stiamo vivendo, c’è voglia di riscoprire il passato?

L’uovo di cavalla è stato premiato con il “Marchio Microeditoria di Qualità”, e sta avendo un grande successo sul territorio nazionale, propone un viaggio nelle aree contadine del centro Italia, direi meglio una esplorazione nel tempo e nello spazio di quel che la Cultura orale ci ha tramandato intorno alle paure, alle credenze, ai sortilegi, ma anche intorno allo stupore, all’incantamento, alla magia, e al fantastico. Tutto il discorso, che si dipana in questo libro espleta, in fondo,  proprio una funzione di riscoperta del passato, ma nel giusto modo, ovvero senza rimpianti, adulazione o retorica.

Lei ha partecipato, su invito, all’ultimo Salone del Libro di Torino, dove ha presentato proprio “L’uovo di Cavalla”. Dal suo punto di vista, com’è andata quest’esperienza?

È stata davvero una esperienza esaltante, anche se non è stata la prima. Indispensabile per capire  a fondo il mondo del libri, il loro respiro. Il tutto, crea nuovi stimoli, e aumenta vertiginosamente la voglia di scrivere, di  leggere, di capire, di confrontarsi…Insomma, per dirla con Paul Valery, mi sono davvero abbandonato “all’adorabile viaggio: leggere, vivere dove conducono le parole”.

 

Ha qualche progetto per il nuovo anno?

Sì! Ho finito il mio nuovo libro, che dovrebbe uscire tra non molto. È un nuovo viaggio, spero assaltante, nel mondo del sogno e della magia.

 


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