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Quando lo sport è di tutti
Maria Francesca, giocatrice e arbitro:
«Rugby, un mondo inclusivo»

SAN BENEDETTO - Esistono discipline maschili e femminili? Quanti pensano che una ragazza che ne pratichi una definita maschile annulli la sua femminilità e sia da considerare “maschiaccio”? A tu per tu con la rugbista 32enne: «La mia personale visione è che non andrebbero mai fatti i paragoni tra uomini e donne. Se qualcuna vuole, è giusto che venga messa nelle condizioni di farlo con tutta la dignità che la sua passione deve avere»
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di Marzia Vecchioni 

 

Esistono sport maschili e sport femminili? Quanti pensano che una ragazza che pratichi uno sport considerato maschile annulli la sua femminilità e sia da considerare “maschiaccio”?

Maria Francesca Novelli qui nella vesti di arbitro

Fin da piccoli ci viene inculcato che il maschio deve fare calcio e la femmina danza, ma non è così. È una visione limitata e limitante, piena di pregiudizi e stereotipi. È l’imposizione di una società retrograda che vuole confinare in ruoli predefiniti uomini e donne, anche nel loro tempo libero.

Continua la nostra serie di interviste sul tema. Dopo la calciatrice Aida Xhaxho (leggi qui), stavolta tocca alla rugbista Maria Francesca Novelli, 32enne di San Benedetto, designer che ama arredare case e vive da 12 anni da sola con un cane, un coniglio e due pesci rossi.

Parlaci della tua storia in questo sport

«La mia passione per il rugby nasce nel 2012 nella cornice decadente dello stadio “Ballarin” in cui si allenava e giocava la società Rugby Samb. Il motivo iniziale che mi spingeva a seguirlo era la presenza del mio fidanzato in campo. Questo sport, però, così duro e all’apparenza complicato, ha suscitato in me sempre più interesse, tanto da cominciare a guardarmi intorno e provare a tirar su una squadra. Ma questa speranza è svanita rapidamente e mi sono trovata ben presto con una sola ragazza, ad allenarmi con la squadra maschile, per loro gentile concessione. Nell’estate del 2013, nel contesto di un torneo estivo, arriva la prima occasione per potermi confrontare in campo con Il mio stesso sesso. Sebbene il clima fosse tutt’altro che competitivo ricordo benissimo le gambe che tremavano. Mi buttano in campo e nella mia testa risuona un monito che mi fece una persona cara e che mi ha accompagnato durante tutta la mia esperienza con il rugby: “Per non farti male non devi aver paura, solo così potrai mettere la testa dove gente non metterebbe nemmeno i piedi”. Il mio debutto è stato breve: al mio primo placcaggio, pena la mia inesperienza tecnica, mi butto a terra con l’avversaria che mi schiaccia la testa, mi alzo con uno spacco nell’orecchio, sangue e fango addosso e dritti a casa per farmi mettere i punti. Il battesimo del fuoco era avvenuto. Questa esperienza ha suscitato in me tutt’altro che paura anzi la determinazione di imparare a giocare veramente ed era quindi necessario abbandonare la squadra maschile in cui per ovvi motivi non potevo fare contatto e cercare una squadra adatta a me».

Al Beach Rugby Festival 2019

Com’è strutturato il rugby? Ci sono differenze tra maschile e femminile?

«Il rugby a 15 maschile a livello di organizzazione è strutturato meglio perché possiede più categorie del nostro. Le nazionali esistono per entrambi i sessi. Per quanto riguarda il femminile, è più diffuso il rugby Seven (7 ragazze contro 7) per motivi logistici: è più facile creare squadre. A livello economico, possiamo dire che ci troviamo tutti “sulla stessa barca”. Si può parlare di rimborsi spesa, non di certo di stipendio».

L’hai praticato sempre nella zona in cui hai vissuto? Ti sei dovuta spostare? Se sì, dove?

«Ho provato a cercare qualche squadra, ma nel nostro territorio non se ne parlava proprio. Con la mia ricerca approdo ad Ancona. Vengo a conoscenza del fatto che li esiste una realtà femminile. Il tempo di prenderne atto e sono già lì. È stata un’esperienza bellissima, ho avuto una squadra fantastica che mi ha accolto subito. Non mi sembrava vero di avere a fianco ragazze che finalmente parlavano di rack, maul, mischia. Sono diventata una giocatrice del Cus Ancona Femminile. Ho passato sei anni intensi, pieni di soddisfazioni e ricordi. Per le mie compagne ero la ragazza piena di energie che appena finiva di lavorare partiva da San Benedetto, macinava chilometri su chilometri per fare due ore di allenamento, tornando a casa ammostata e oltre la mezzanotte».

Squadra del Cus Ancona Femminile

Sei stata sostenuta e accompagnata in questo percorso?

«A questa mia decisione le persone intorno hanno storto il muso: “Già fai uno sport maschile, ti manca solo il rugby”, venivo infatti già da cinque anni di calcio a cinque che continuo a praticare. “Ti vengono le gambe grandi”, “Così perderai femminilità”; queste e altre frasi che tante ragazze come me avranno sentito ripetersi molto spesso. Devo dire però che non mi è mai pesato non avere l’appoggio di chi avevo accanto, ero ben determinata a scoprire questo sport e per questo avrei fatto i sacrifici necessari per raggiungere il mio scopo.
Ricordo tanta acqua ossigenata sulle ferite e notti passate insonni dopo le partite in preda a dolori di ogni tipo. Questo sport non è solo questo, ma è anche questo. Di contatto, duro ma pieno di rispetto. Uno sport in cui il cuore, spesso, vale tanto quanto la tecnica. Ho avuto una famiglia che non ha mai supportato le mie scelte sportive ma allo stesso tempo mai osteggiate. Semplicemente non le ha comprese, ma le ha rispettate».

A che livello sei arrivata?

«Ho giocato sempre con il Cus Ancona nella serie A (unica serie esistente), e in Coppa Italia. La mia partita di addio è stata disputata a Calvisano, in Lombardia, nelle finali nazionali. Confrontarci con squadre decisamente organizzate è stata una soddisfazione immensa. La squadra non si presentò l’anno successivo. Con questo pretesto decido di cambiare rotta e vivere questo sport in un ruolo che probabilmente viene visto ancora più strano quando è rivestito da una donna: l’arbitro. La grinta che mi ha contraddistinto in campo e che ricordano le mie compagne cede il posto a una Francesca decisamente più insicura. La determinazione però mi ha portato a non mollare anche quando dopo prestazioni deludenti, mi chiudevo dentro lo spogliatoio chiedendomi chi me lo avesse fatto fare. Ho versato tante lacrime, forse più lacrime rispetto a quando ero giocatrice, una vulnerabilità e fragilità che spesso i miei colleghi uomini non riuscivano a comprendere: “Se devi stare così meglio che lasci” era il consiglio di molti. La mia voglia di essere un arbitro donna, riconosciuto con il rispetto che merita è la benzina che ancora oggi mi porta ogni domenica in campo a confrontarmi con le squadre. “Non arbitrerò nulla di più delle giovanili” mi ero detta. Ad oggi mi trovo ad aver arbitrato squadre di serie C2 e C1 maschili e di serie B come assistente».

La “seconda divisa” del rugby

Come è considerato il ruolo femminile in questo sport?

«Come giocatrice, parlando del rapporto che si crea con i colleghi maschi la mia esperienza è stata sicuramente positiva. Il rugbista vede con assoluta normalità la versione femminile e l’accetta senza problemi. Mi è capitato di fare tanti allenamenti in maniera congiunta con loro, e a parte gli esercizi fisici di placcaggio, in cui dovevamo essere separati per ovvi motivi, per il resto c’è stata sempre molta inclusione. Come arbitro c’è davvero parità. In questo mondo ci sono ragazze che hanno raggiuto livelli altissimi. Facendo un paragone con il calcio, nel mio sport la visione per cui una categoria “non è accessibile per donne” non esiste».

Quali strumenti potrebbero essere utilizzati per fare avere più visibilità alle donne negli sport considerati esclusivamente maschili?

«Parlando del rugby penso che il fattore culturale incida. Per avere bambine, ragazze, adulte, che giochino a rugby, è necessario che queste abbiano a loro fianco genitori, partner, amici che le incoraggino. Le donne che sono incuriosite da questo sport dovrebbero avere il diritto di praticarlo con tutta la dignità e la professionalità che qualsiasi attività richiederebbe. I soliti stereotipi sugli sport considerati esclusivamente di appannaggio maschile vanno abbandonati».

Hai subito discriminazioni di genere?

«La mia esperienza personale in questo ambito e nel rapporto con un mondo in cui sono sempre l’unica donna è positiva. Sento di avere il rispetto in quanto donna, tuttavia ho vissuto e vivo lo sguardo di chi non mi ritiene all’altezza del ruolo che svolgo ma onestamente non penso sia una questione di genere quanto una questione a livello professionale.
D’altra parte ricevo anche tanti complimenti di persone che a fine partita vengono a congratularsi con me per la prestazione; sento nelle loro parole che c’è quasi un valore in più per il fatto che io sia donna. Questo aspetto sicuramente evidenzia una differenza di genere, potremmo definirla una galanteria in più, che mi viene rivolta in quanto donna ma non è necessariamente negativa. A conti fatti gli arbitri donna nel rugby sono una percentuale irrilevante; ritengo quindi che il mio ruolo insieme alle altre mie colleghe sia di “apripista” a posizioni comunemente rivestite solo da uomini. La strada va tracciata ma a noi non manca niente per poterla percorrere».

Francesca, un pensiero finale per concludere il discorso…

«Tracciare delle conclusioni nella mia esperienza come giocatrice e arbitro nel rugby è sicuramente un’impresa di cui non mi sento capace. C’è il rischio di cadere in luoghi comuni sia per chi lo guarda dall’interno sia dall’esterno e quindi vorrei esimermi da semplici e per questo erronee considerazioni. La mia personale visione circa gli sport è che non andrebbero mai fatti i paragoni tra uomini e donne. Il rugby praticato dagli uomini ha sicuramente delle caratteristiche differenti se praticato dalle donne per evidenti motivi fisici. È semplicemente diverso. Ritengo che se qualche donna voglia farlo è giusto che venga messa nelle condizioni di farlo con tutta la dignità che la sua passione deve avere. Se mi immagino madre, vorrei quindi fare un passo in più ed essere una figura di supporto a una figlia che potrà decidere liberamente se indossare un tutù o un paradenti».

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