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18 gennaio, il giorno
della “sinergia diabolica”
Sisma e neve nel ricordo più brutto
Paola e Marco, un amore spezzato

SONO PASSATI cinque anni esatti dai giorni che colpirono il territorio con una doppia emergenza epocale. L'entroterra già provato dagli effetti del terremoto si trovò ad affrontare una delle nevicate più forti di sempre: isolamento, mancanza di elettricità e riscaldamento, paura, disagi. La tragedia di Rigopiano che mise fine alla vita della coppia di Castignano
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di Luca Capponi

 

Le scosse con la neve, sotto tanta neve. L’entroterra al buio. Senza energia. E le disgrazie che dal vicino Abruzzo martoriavano anime già allo stremo.

Un mezzo in azione a San Giacomo nel gennaio del 2017

Sono trascorsi 5 anni dal 18 gennaio 2017, una delle giornate più tristi per il centro Italia e per il Piceno, una delle tante di quel periodo maledetto cominciato qualche mese prima, nella notte del 24 agosto.

Impossibile da dimenticare.

Il primo pensiero non può non andare però a loro: Marco Vagnarelli e Paola Tomassini, la coppia di Castignano tra le 29 vittime della tragedia che colpì l’Hotel Rigopiano, sepolto da una valanga. Una ferita che ancora non ha avuto giustizia, che cerca una spiegazione laddove spiegazione atta a lenire il dolore forse non potrà mai esserci.

Mentre a pochi chilometri di distanza si consumava uno dei drammi della storia recente del nostro Paese, nel nostro territorio un’emergenza si sommava ad un’altra emergenza. Alle 10,25 una prima scossa di magnitudo di 5.1, alle 11,14 la seconda di 5.5, entrambe con epicentro a pochi chilometri, sempre in Abruzzo.

Un incubo che si manifesta ancora più cattivo: ai mille disagi causati dalla nevicata epocale, che lasciò isolate decine di frazioni, senza riscaldamento né elettricità per giorni, senza possibilità di spostarsi, si aggiunse il terrore che tornava. Altra paura, altro dolore, altre difficoltà. E freddo, tanto freddo. Dentro e fuori.

Marco Vagnarelli e Paola Tomassini

«Una sinergia diabolica», la definì l’allora sindaco di Ascoli Guido Castelli.

E, davvero, lo scenario era quello di un inferno. Per la popolazione che a fatica stava provando a riprendersi dagli effetti devastanti dei terremoti di agosto e ottobre, quella fu una “ricaduta” per certi versi spietata: c’era chi avrebbe voluto scappare di casa, ma non poteva per via della neve che ostruiva anche le porte; e c’era chi una casa da cui fuggire neanche l’aveva più.

In mezzo, gente per strada non sapeva bene nemmeno a chi chiedere aiuto.

Chi scrive, in particolare, ricorda una scena molto toccante. Dopo la seconda scossa, sotto casa, in centro storico, a spalare la neve per liberare le auto. Una ragazza, impaurita, si trova nei pressi. L’impressione è che non sappia bene dove andare, è spaventata. Sembra quasi lì per piangere. Il mio vicino dalla finestra del primo piano, con cui stavo parlando, coglie la cosa. La rassicura, le dice di stare calma. E le prepara un caffè, passandoglielo dalla finestra. Prima di salutarla, un po’ meglio di come l’avevamo trovata.

Un gesto di grande umanità, che ancora oggi mi resta impresso in mezzo a tutto quella desolazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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