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Colli del Tronto e la chiesetta di Santa Cristina: il restyling non convince

INTERVENTO dell'ex sindaco Tommaso Cavezzi sui lavori di riparazione. Presentata in Comune una petizione con 125 firme. Il silenzio della Soprintendenza
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La chiesetta di Santa Cristina

 

di Tommaso Cavezzi

 

(ex sindaco di Colli del Tronto)

 

La piccola vicenda che raccontiamo inizia circa quattro mesi  fa, quando un gruppo di cittadini di Colli del Tronto, per l’esattezza centoventicinque persone,  presenta una petizione al Comune facendo notare che nei lavori di riparazione della piccola chiesa rurale di Santa Cristina, finanziati con i fondi del terremoto, ci sono visibilissimi errori di esecuzione nel rifacimento della copertura: per aver usato delle travi troppo alte, una parte del tetto è risultata più bassa dell’altra di circa quindici centimetri.

 

Il rimedio (?) adottato è una scossalina di rame che però denuncia in maniera ancora più evidente la differenza di quota con la restante parte coperta dai coppi. Il problema viene discusso in un Consiglio comunale aperto in cui l’Amministrazione afferma, senza se e senza ma, che la chiesa sta bene anche così, quindi il discorso per parte sua è chiuso.

 

Considerando insoddisfacente la risposta (è molto forte  lo stravolgimento dell’immagine architettonica della chiesa, che di per sé  ha una presenza molto viva nella storia collese per i riti che vi si svolgevano in onore della santa che è protettrice della lattazione, riti legati anche alla presenza di una omonima fonte sorgiva nelle immediate vicinanze)-, la petizione viene inviata agli inizi di dicembre alla Soprintendenza competente, ovvero quella  di Ascoli e Macerata che proprio in quei giorni si sta costituendo per una disposizione ministeriale che l’ha distaccata da quella regionale di Ancona. Il parere richiesto è previsto dal “Codice dei beni culturali e del paesaggio” che assegna alle Soprintendenze “l’alta sorveglianza” sui lavori di recupero dei beni storici, come appunto è la chiesa seicentesca di Santa Cristina. Sono trascorsi quasi tre mesi, c’è stata una nota di sollecito da parte del comitato, ma nessuna risposta è mai arrivata dalla Soprintendenza, quindi non si sa ancora se abbia guardato quanto è successo e quindi se ritiene accettabile lo stato in cui la Chiesa è stata (mal) ridotta.

 

Un discorso retorico, per  venire al  titolo, è dire  che la Soprintendenza di Ascoli è stata creata per accelerare le pratiche di ricostruzione dei beni storici tutelati coinvolti nel terremoto del 2016, ma è anche dire che la sua presenza sarebbe un titolo qualificante per la possibile nomina  di Ascoli quale “Capitale della Cultura 2024”.

 

Un altro discorso retorico è quello del Codice culturale che minaccia sfracelli contro chi manomette i beni storici, e un altro ancora è  quello della legge 241 del 1990 quando dice che il cittadino ha diritto ad avere dalla Amministrazione pubblica, quindi anche dall’ufficio di  Soprintendenza, una risposta celere e chiara ai quesiti che pone, specie per un interesse di carattere pubblico.

 

Questa è tutta retorica, mentre i fatti veri sono quelli che abbiamo raccontato. La Soprintendenza c’è ma non ha il personale – e forse nemmeno gli strumenti – per funzionare. La risposta alla domanda che abbiamo fatto non arriva ancora dopo tre mesi di attesa, l’interesse della gente e la fiducia nelle istituzioni scemano ogni giorno di più.

 

In conclusione, la chiesa se ne sta lì con il suo copricapo a mezz’asta, in paziente attesa che risolviamo i nostri problemi.

 

Il tetto della chiesetta prima e dopo

La tomba di Santa Cristina

La fonte vicino alla chiesetta


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