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Epatite, dobbiamo aver paura? Il dottor Ruffini: «Nessun caso nelle Marche, preoccupa la “strana” correlazione con l’adenovirus»

ASCOLI - Il primario di Pediatria dell'Area Vasta 5 e presidente regionale della Società italiana di Pediatria, in stretto contatto con la collega Ines Carloni di Malattie Infettive del "Salesi", conferma che anche in regione è scattato lo stato di allerta. «Emersi casi correlati con il Covid, nessuno con i vaccini»
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L’ospedale “Mazzoni” di Ascoli e, nel riquadro, il primario di Pediatria e Neonatologia Ermanno Ruffini

 

di Maria Nerina Galiè

 

Si chiama epatite il nuovo pericolo per la salute, soprattutto dei bambini, stavolta. Per fortuna non nelle Marche, dove non si registrano casi.

 

«I primi casi sono emersi ad inizio aprile e per il momento nella nostra regione c’è stato un solo caso sospetto, all’inizio a Civitanova, ma che poi non è stato confermato». La rassicurazione, ma anche la conferma che nelle Marche è scattato lo stato di allerta, arriva dal dottor Ermanno Ruffini, primario di Pediatria e Neonatologia dell’Area Vasta 5 e presidente regionale della Società Italiana di Pediatria (Sip). Il primario è in contatto diretto con la collega Ines Carloni, direttore di Malattie Infettive Pediatriche dell’ospedale “Salesi” di Ancona, unità preposta al monitoraggio di questa nuova epidemia, nelle Marche.

 

Come presidente del Sip, a Ruffini è stato affidato il protocollo ministeriale da applicare se si dovessero verificare situazioni sospette, le quali andrebbero poi subito segnalate all’Istituto superiore di Sanità.

 

Si parte dai sintomi. Quali sono, dottor Ruffini, quelli che dovrebbero insospettire i genitori?

«Principalmente l‘ittero, cioè un colorito giallastro che assume la pelle del bambino. Poi anche le feci biancastre, in gergo “acoliche”. Vomito, diarrea. Febbre quasi mai.

In pazienti con questi sintomi, procediamo con gli esami. Se la transaminasi è 10 volte il valore normale, si parte alla ricerca. per l’esclusione, di tutti i virus epatotropi, ma anche dell’adenovirus (il direttore di Pediatria in seguito spiega il perché, ndr). Di fronte alla conferma che si tratta di epatite, l’indicazione è l’immediato trasferimento del paziente in un centro nazionale attrezzato per i trapianti, come Firenze, Bergamo o Roma, per citarne alcuni, proprio per essere pronti ad intervenire con immediatezza ed efficacia se dovesse diventare della forma fulminante».

 

«Attualmentecontinua il presidente regionale Sipsono stati riscontrati 230 casi nel Mondo, soprattutto in Inghilterra mentre negli ultimi tempi arrivano segnalazioni dall’Asia. In Italia 12 sospetti di cui 4 confermati.  Maggiormente colpiti i piccoli tra i 2 ed i 5 anni, ma anche sotto a 10 anni. La mortalità è pari al 2%, mentre nel  10% dei casi l’epatite è degenerata in “fulminante”, tanto da rendere necessario il trapianto di fegato».

 

E’ sempre il dottor Ruffini a spiegare dove si nascondono le insidie del nuovo virus: «Oltre al fatto che questo tipo di epatite è di origine ancora sconosciuta, stanno emergendo delle “anomalie”. Due in particolare: intanto il tasso di mortalità. Il 2% è un valore altissimo in campo pediatrico.

Poi, l’elevata correlazione con l’adenovirus 41, riscontrata nel 40% dei casi. La “stranezza” è che mai questo virus ha provocato epatite. L’adenovirus, ed il 41 in particolare, colpisce le alte vie respiratorie, provoca il raffreddore per capirci, al massimo può dare gastroenteriti. Non ha mai colpito il fegato».

 

Sono state riscontrate associazioni con il Covid o con i vaccini anti Covid, dottor Ruffini?

«Dai dati emersi fino ad ora, nei 15% dei casi si riscontrata correlazione con l’infezione da Covid, nel 10% con l’infezione da Covid e adenovirus insieme. Nessuna correlazione con i vaccini contro il Coronavirus».

 

Come ci vacciniamo, in Italia, contro l’epatite invece?

«C’è quello contro l’epatite B che si somministra in età pediatrica, a 3, 5 e 12 mesi. Poi si ricorre alla copertura vaccinale per l’epatite A, negli adulti, in caso di viaggi nei paesi a rischio, dove l’epatite è endemica, o per chi fa lavori pure a rischio, come ad esempio nei mattatoi e nel campo dei rifiuti».

 

 

 

 

 

 

 

 


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