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«Più luci che ombre sul 118, ma dopo trent’anni merita una revisione»

PARLA Flavio Paride Postacchini. L'ex primario della centrale operativa, in pensione dall'1 gennaio, ha rimesso il camice per lavorare al Pronto Soccorso del “Murri”. La sua analisi particolareggiata e onesta delle difficoltà che sta attraversando il servizio emergenza, sia ospedaliero che territoriale. Ecco i motivi e le possibili soluzioni
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Flavio Paride Postacchini

 

di Maria Nerina Galiè

 

La storia c’è, la festa per il trentennale anche, ma per il Servizio Emergenza Territoriale è arrivato il momento di un’analisi onesta delle difficoltà che sta attraversando. Per la carenza di personale, per prima cosa. Ed il Covid non è l’unica causa.

Una difficoltà che ha indotto, per spirito di responsabilità oltre che per soddisfare l’esigenza personale di poter essere ancora utile al sistema, il dottor Flavio Paride Postacchini, ex direttore della centrale operativa del 118, a rimettersi il camice per lavorare al Pronto Soccorso dell’ospedale “Murri” di Fermo.

In pensione dalla notte del 31 dicembre scorso, quando ha salutato il suo reparto con un commovente messaggio inviato dall’ambulanza dalla quale stava per scendere dopo una notte di servizio, ha risposto ad un bando dell’Area Vasta 4. Ed ora è “tornato operativo nella vita reale” che, per lui, è in corsia.

Il dottor Postacchini a pieno titolo può fare una disamina dei pro e i contro di un servizio come il 118 che nel tempo è diventato fondamentale per garantire efficienza e rapidità nel soccorso alla cittadinanza.

«Ma è pure vero – sono le parole dell’ex primario – che a distanza di trent’anni dovrebbe essere revisionato a livello centrale.
Ad esempio con la valorizzazione della figura dell’infermiere che, appositamente addestrato, potrebbe risolvere in parte il problema della carenza dei medici specializzati, senza volerli sostituire.
Le postazioni con ambulanze infermierizzate sono già una realtà nel Fermano, dove ce ne sono 2 Fermo, 1 a Petritoli e 1 a Sant’Elpidio, e 2 nel Piceno, Una a San Benedetto h 24 ed una ad Ascoli ma solo per la notte. La motivazione quindi, per valorizzare queste professionalità, è pertinente, la scelta giusta e loro, gli infermieri sono pronti».

Dottor Postacchini, cosa c’è alla base di questa mancanza di medici che sta diventando davvero critica?

«Il gran numero di pensionamenti sta facendo la sua parte. Negli ospedali si stanno creando vuoti in diversi reparti e questo tira via i medici dal Pronto Soccorso. I posti vacanti tra i medici di medicina generale, nella territoriale, fanno la stessa cosa con il 118».

 

Perché si scappa dai reparti di emergenza e urgenza?

«La vita del medico d’emergenza – sono sempre le parole dell’ex direttore del 118 – è una vita strana, da turnista, sempre in trincea. E’ specializzato proprio per affrontare l’emergenza, che però non è mai la stessa.

Il professionista che la vive, prima o poi, è tentato di passare alla specialità per cui si è formato.

Nel settore prima c’erano chirurghi o geriatri, ad esempio. Per molti la medicina d’urgenza è stata una fase di passaggio, in vista di una posizione più “ambita” per motivi che potevano essere geografici, come riavvicinarsi a casa, o professionali».

 

«Oggi – continua il dottor Postacchini – le cose sono cambiate e c’è l’apposita specializzazione. Un fattore positivo se, nel frattempo, non fossero intervenuti gli effetti del numero chiuso a medicina e dei posti limitati nelle specializzazioni, che hanno ridotto il numero dei professionisti. Si sta recuperando, ma non nella medicina d’urgenza, dove i posti disponibili non bastano a coprire il fabbisogno.

Ed ecco che, per coprire i turni, si ricorre… ai pensionati – sorride dicendolo il dottor Postacchini – oppure alle cooperative private.

Qui subentra un aspetto ideologico che vede la Sanità pubblica scivolare sempre di più verso forme di esternalizzazione, pensiamo ai servizi affidati alle cliniche private ed ora anche all’interno degli ospedali, lasciando da parte le figure professionali che invece hanno fatto la storia della stessa Sanità pubblica».

 

Tornando al 118, l’ex primario non nasconde la soddisfazione nell’affermare che «da noi il servizio funziona, forte di una filiera organizzativa che, però, deve sempre tener conto del fatto che l’emergenza inizia quando si manifesta il problema. Al servizio emergenza deve pertanto essere riconosciuto il suo ruolo peculiare».

Il Covid ha cambiato le regole, di tutto il sistema e quindi anche del 118 che si è dovuto adattare all’andamento della curva pandemica.

«Gli operatori – dice ancora Postacchini – sono formati anche per intervenire in casi di rischio biologico e nucleare. Hanno una familiarità teorica con questo tipo di rischi. Ma per la prima volta ci si sono trovati faccia a faccia e, all’inizio, senza le dovute protezioni. Ora andiamo con relativa tranquillità, abbiamo i vaccini e i dispositivi di protezione ci sono in abbondanza.
Nei primi mesi della pandemia, non c’era nulla. Anche il trasporto programmato con le ambulanza era un potenziale pericolo. Abbiamo dovuto riscrivere i protocolli, adattarli ai cambiamenti. Gli operatori meritano un plauso per come hanno affrontato quella fase».


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