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Una chiesa sulla rupe: Santa Maria della Roc­ca

OFFIDA - Storia, segreti e aspetti inediti della basilica simbolo del borgo. Un profilo inconfondibile che si staglia in alto, su un pronunciato sperone di arenaria, colpendo l'occhio del visitatore. Dalla cripta che aveva tre ingressi (due oggi sono murati) alla parte superiore, dagli affreschi alle probabili origini longobarde
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L’imponente edificio di Santa Maria della Rocca

 

di Gabriele Vecchioni

 

Per il visitatore che sale verso Offida, proveniente dalla Via Salaria, il primo “incontro” con il borgo è spettacolare: in alto, su un pronunciato sperone di arenaria, si staglia il profilo severo della basilica di Santa Maria della Rocca.

«La chiesa farfense di Santa Maria della Rocca, costruita in mattoni su un dosso isolato, nello stile di transizione fra il romanico e il gotico» qui in un’immagine dalla guida “Marche” del TCI (1953, ph Stefani, Milano)

Le origini della costruzione si pèrdono nel tempo. Probabile sito fortificato fin dall’epoca dei Longobardi (secc. VI-VIII), poi sede di una costruzione difensiva con una piccola chiesa annessa, fu donato alla potente abbazia di Farfa, che già vantava possedimenti in zona. I monaci farfensi costruirono (secc. XI-XII) la chiesa dedicata alla Madre di Dio inglobando, nella cripta, l’edificio sacro esistente e creando un luogo affascinante, tuttora frequentabile.

Ma andiamo con ordine.

La storia. La donazione della quale abbiamo fatto menzione è del 1039. In quell’anno, il franco Longino d’Azone, signore di Offida, dona all’Abbazia di Farfa (già presente con i suoi monaci in zone vicine, a Santa Vittoria in Matenano, nel Fermano) molti dei suoi possedimenti. Longino aveva vasti possedimenti terrieri che dalle aree truentine arrivavano, a settentrione, fino alla valle dell’Aso e da Polesio, alle pendici dell’Ascensione, fino alle coste dell’Adriatico. Al centro delle sue terre, il castello di Offida con la chiesa di Santa Maria della Rocca.

Una curiosità. Negli anni ’70 del Novecento, durante lavori di scavo all’interno dell’edificio, furono rinvenute due lastre di piombo (del sec. XI, attualmente in deposito presso la Soprintendenza di Ancona) con scritte sepolcrali relative a Wiburga e a Retrude, figlia e moglie di Longino d’Azone.

Il possesso dei monaci benedettini divenne definitivo nel 1047, dopo l’accordo con Urbano, vescovo-conte della vicina Ascoli. Nel sec. XIV (1330) si procedette all’edificazione di un nuovo edificio (più grande): la chiesa primigenia fu parzialmente demolita e quello che rimase della vecchia costruzione fu inglobato nella nuova. Su un lato, fu appoggiata all’edificio sacro una costruzione a due piani, un cenobio che, al piano inferiore, aveva un chiostro con un pozzo, circondato da un portico. Il fabbricato è irrintracciabile ma è presente in una pianta di Ferdinando Fabiani (1694); una sua ricostruzione virtuale è inclusa nell’articolo.

La pianta prospettica di Ferdinando Fabiani (1064). Il complesso chiesa-cenobio del quale si discetta nel testo è evidenziato dalla circonferenza in rosso

La cripta aveva tre ingressi: due (ora murati) per i monaci e uno, a nord, per i fedeli.

Nel sec. XVI fu completato il piano superiore (la chiesa) e fu tolta ogni comunicazione con la cripta (attualmente, si può salire al piano superiore con una scala a chiocciola). L’isolamento dei due locali dipese dalla volontà di ingrandire l’area cimiteriale sotterranea, a causa di una pestilenza (1511).

Ancora nel sec. XVI, gli offidani ottennero, dal cardinale Ranuccio Farnese, abate-conte feudatario di Farfa, la soppressione dei monaci farfensi di Santa Maria, “sostituiti” da un collegio di 18 canonici (monaci e preti), con un priore offidano.

Alla fine del Settecento fu demolito il monastero descritto in precedenza; il materiale fu utilizzato per la costruzione della Collegiata, la chiesa che prospetta sulla medievale Piazza del Popolo.

Il monumento. Alla costruzione si arriva dal borgo, percorrendo Via Roma: la facciata imponente dell’abside, in laterizio, presenta lesène di travertino; pure di pietra è l’arco del portale di accesso alla cripta, decorato da girali e animali fantastici. Una scalinata di mattoni sale fino al portone; su uno degli scalini di pietra è scolpita la figura beneaugurante di un agnello che bruca un quadrifoglio.

La cripta a tre navate è ampia quanto la chiesa superiore; le volte sono sostenute da colonne in laterizio (una sola è di travertino, v. foto). Alle pareti sono conservati affreschi attribuiti al Maestro di Offida (sec. XIV-XV) e raffiguranti i cicli di Sana Caterina di Alessandria, Santa Lucia e diversi altri santi, oltre a Vergini in trono.

Il Maestro di Offida. Prima di parlare dell’artista una precisazione: «La storia della pittura medievale, fatte salve alcune eccezioni, è stata scritta sulle pareti delle grandi chiese romaniche e gotiche da una folta compagine di artisti anonimi, ma spesso tanto ben riconoscibili nella loro identità stilistica da consentire di riunire varie opere affini sotto nomi convenzionali, coniati sulla base del luogo di attività del maestro o delle caratteristiche più tipiche delle immagini da lui prodotte (S. Papetti, 2011)».

La Collegiata in Piazza del Popolo costruita (sec. XVIII) con materiale proveniente dalla demolizione del convento annesso a Santa Maria della Rocca

Uno di questi artisti è il Maestro di Offida, nome che si attribuisce all’autore anonimo del ciclo di affreschi presenti a Santa Maria della Rocca. Attualmente si identifica il Maestro con un monaco pittore «che ben recepì la lezione giottesca attraverso la scuola di Rimini (A. Marconi, 2022)»; a lui si attribuisce la diffusione del tema della “Madonna del Latte”: un suo affresco relativo al soggetto (La Madonna del Latte tra San Benedetto e Sant’Onofrio) è presente nella cripta di Offida. Opere del Maestro di Offida sono diffuse nelle Marche meridionali (Santa Maria a Pie’ di Chienti, a Montecosaro; Ascoli Piceno – Le storie di Sant’Eustachio nella cripta di San Vittore e la Madonna del latte a San Tommaso), in Abruzzo (Duomo di Atri; Santa Maria del Piano a Loreto Aprutino) fino alla Basilicata (Tursi).

Elemento distintivo dell’opera dell’artista sono le aureole dei santi, realizzate in stucco con un leggero rilievo e incise con una raggiera.

Al Maestro di Offida sono stati dedicati numerosi saggi da illustri specialisti di Storia dell’arte, grazie alla gran quantità (e qualità) dei lavori lasciati; ad essi si rimanda il lettore interessato a scoprire vita ed opere dell’artista.

Stefano Papetti, Conservatore delle collezioni comunali di Ascoli Piceno, ha scritto (2011) che «appare particolarmente suggestiva l’ipotesi avanzata dal Leone de Castris che propone di identificare l’artista con il celebre pittore Luca d’Atri, maestro assai celebrato nella città abruzzese. Luca da Penne lo ricorda come pittore eccelso del suo tempo al pari di Giotto e la presenza di numerosi affreschi riferiti in passato al Maestro di Offida tanto nella Cattedrale di Atri quanto in centri vicini sembra avvalorare l’ipotesi di chiamare con il nome di Luca da Atri l’anonimo frescante sin qui ricordato con il toponimo della città marchigiana».

Lo scalone d’ingresso alla cripta di Santa Maria; l’arco del portone d’ingresso alla cripta è a sesto pieno, di travertino, decorato con girali e animali fantastici

La chiesa superiore è a croce latina a una sola navata e anticamente aveva le pareti completamente rivestite di affreschi. Ben conservati i lavori che ricoprono il catino dell’abside, opera del milanese Ugolino di Vanne e raffiguranti «Sette Profeti, otto Sante Vergini, dieci Angeli musici». Le aree dipinte sono separate da costoloni che salgono dal piano di calpestìo e si incontrano al centro della volta.
Sulla parete laterale un nicchione affrescato con una Crocifissione con qualche concessione al gusto popolare (colature di sangue alla base del patibolo, a bagnare un cranio – la scena è ambientata sul Gòlgota, il “monte del cranio”) e, in basso, una Deposizione con composte figure dolenti. Entrambe le opere sono attribuite al Maestro di Offida. Un’altra figura, una Madonna con Bambino e Santo è attribuita al pittore marchigiano del Rinascimento, il monterubbianese Vincenzo Pagani (sec. XVI).

I lavori recenti. La chiesa diventò proprietà del comune di Offida nel 1891 e già nel 1893 furono effettuati lavori di consolidamento dell’imponente edificio religioso (il muro di sostegno del lato nord). Altri lavori furono eseguiti nei primi decenni (1914 e 1927) del Novecento. Nel 1943, un forte terremoto danneggiò il campanile, prontamente ricostruito, insieme al completamento del muro di sostegno (1946).

I lavori di restauro degli affreschi, la sistemazione del tetto e della cripta si sono svolti a partire dal 1974; la pavimentazione della cripta è recente (1986).

Ricostruzione del monastero (dis. Mario Vannicola, da Ophys, 13/2007)

La figura benaugurante (agnello con quadrifoglio) scolpita sul gradino della scala d’accesso alla cripta

L’affascinante ambiente della cripta

Suggestiva visione della cripta dal corridoio laterale

La Cappella del Crocifisso, con e senza visitatori

La cappella di Santa Caterina (d’Alessandria)

La scalinata e il portone d’ingresso alla chiesa superiore

Il campanile a base quadrata, ricostruito (e abbassato) dopo il terremoto del 1943

L’area absidale della chiesa superiore

La scena della Crocifissione nella chiesa superiore (spiegazione nel testo)

Una delle bombe, disinnescata e lasciata in situ a memoria di un evento miracoloso avvenuto alla fine della Seconda Guerra Mondiale (la tradizione vuole che nessuna delle 35 bombe lanciate dai tedeschi sarebbe esplosa!)


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