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La notte del dolore mai sopito, 6 anni dopo: Pescara piange e non dimentica

ARQUATA DEL TRONTO - Il momento del ricordo alle 3,36 in punto, l'ora in cui un terremoto di magnitudo 6 cambiò per sempre la storia di questi luoghi. Persero la vita 52 persone, quasi tutte nella piccola frazione dove si è tenuta la veglia di preghiera. La lettura dei nomi nel dolore composto di parenti e amici. Il vescovo Palmieri: «Dio, fa che questo non sia più un luogo spettrale»
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Le memoria di Arquata: immagini che non andranno più via

 

di Luca Capponi  

 

La notte che spalanca un dolore mai sopito. Alle 3,36 in punto. L’ora che per molti ha significato la fine. Sono in 52. Come i nomi che riecheggiano nel buio illuminato dalle candele, nel parchetto della memoria di Pescara del Tronto. Sono passati sei anni dalla tragica data, quella del 24 agosto 2016. Una sera d’estate qualunque che ha segnato in maniera indelebile l’intera comunità arquatana. Per sempre. Lasciandosi dietro lo strazio. Pietre crollate su corpi e anime.

Un momento della veglia a Pescara del Tronto

 

Le lacrime rigano il volto di chi è rimasto, in un silenzio che squarcia il cuore. Insieme ai volti di chi non c’è più. Bambini, donne, anziani, uomini, giovani. La loro immagine è ovunque: magliette, fotografie, striscioni. Ma soprattutto nella mente di chi mai dimenticherà. Familiari e amici, in primis, per cui il dolore è ogni giorno, ma oggi di più. Si assiepano intorno, con dignità e compostezza commovente, e sulle panche, davanti all’altare dove il vescovo Gianpiero Palmieri pronuncia parole cariche di significato, rivolte al mistero dell’Onnipotente: «Fa che questo non sia più un luogo spettrale, e che qui tornino i giochi dei bimbi e i sorrisi delle loro mamme».

 

Preghiera, raccoglimento. Un tenersi per mano nella condivisione di ciò che non si può spiegare. Poi la lettura, col groppo in gola e un rintocco di campana a scandire un tempo fermo, immobile. Chi ha perso la vita sepolto dal macigno della fatalità è ancora qui, intrappolato nel mistero della morte. Ma custodito gelosamente nello scrigno umano di chi è sopravvissuto.

 

La veglia che si tiene ogni anno nel paese che non c’è più andrebbe trasmessa, diffusa, fatta vedere a reti unificate. Per chi troppo spesso tratta il terremoto come qualcosa di distante, scomodo, difficile. Come una routine. Come un tasto da premere solo a telecamere accese. Quando tutto si spegne, però, non resta niente. Se non la speranza, la voglia, la determinazione, lo slancio di tenersi forte all’ultimo appiglio, per esserci ancora. Di perpetuare un’idea, un ricordo. Quello che erano Pescara e tutta Arquata, prima che un mostro di magnitudo 6 portasse via ogni cosa. Tranne la forza interiore di queste persone. Ancora qui. Ancora in piedi. Nonostante tutto.

 

 

 


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