Una proposta di legge varata dalla giunta regionale guidata da Francesco Acquaroli ha riacceso un forte dibattito politico e sociale incentrato sulla gestione dei centri storici e sulla libertà d’impresa. Ribattezzato sinteticamente come “legge anti-kebab”, il provvedimento punta a regolamentare e limitare l’insediamento di specifiche attività commerciali d’asporto e di fast-food etnici nei quartieri antichi e nei borghi della regione.

 

L’obiettivo dichiarato dal governatore è il rilancio dell’identità locale attraverso la salvaguardia della ristorazione tipica e delle botteghe artigiane, considerata un argine contro l’omologazione culturale dei centri storici. Per evitare censure di incostituzionalità o violazioni delle direttive europee sulla libera concorrenza, il testo non vieta esplicitamente i negozi etnici, ma si muove su un terreno tecnico-urbanistico, concedendo ai Comuni la facoltà di imporre requisiti geometrici, igienico-sanitari e di filiera molto stringenti che nei fatti rendono quasi impossibile l’apertura di queste piccole attività nei locali tutelati.

 

Legge “anti-kebab”: discussione aperta

La mossa di Palazzo Raffaello ha immediatamente spaccato il tessuto economico e politico marchigiano, trovando il parere favorevole di associazioni di categoria come Confcommercio e Confartigianato, che vi vedono una tutela necessaria per le piccole botteghe tradizionali e un presidio contro il degrado urbano, ma sollevando al contempo dure critiche. Sulla questione sono intervenuti con fermezza anche i consiglieri comunali di Ascoli Piceno, Andrea Dominici (capogruppo di Ascolto & Partecipazione) e Gregorio Cappelli capogruppo di Ascoli Bene Comune, i quali denunciano il provvedimento come l’ennesima operazione ideologica e di propaganda identitaria, utile solo a raccogliere titoli di giornale ma totalmente scollegata dalle reali urgenze delle comunità.

 

Entrambi i consiglieri mettono in luce il paradosso dei numeri a livello locale, evidenziando come ad Ascoli la presenza di queste attività sia minima e si riduca a pochissimi locali, un dato esiguo che smentisce l’allarme agitato dagli amministratori regionali e condiviso dai sindaci di Ascoli, Fioravanti, e San Benedetto, Mozzoni, e che rende del tutto contraddittorio trasformare la questione in un’emergenza che nella realtà non esiste. Secondo Dominici, inoltre, la definizione stessa di negozio etnico risulta talmente vaga da privarsi di senso, rischiando di applicarsi arbitrariamente a catene americane o ristoranti asiatici già integrati nel tessuto urbano.

 

Il fulcro della contestazione sollevata dai due esponenti ascolani risiede nel tentativo della destra marchigiana di deviare il dibattito pubblico verso battaglie simboliche per coprire le pesanti e irrisolte carenze della Regione nei settori cruciali. Cappelli e Dominici sottolineano come, mentre la politica si concentra sulla guerra ai kebab, i cittadini debbano fare i conti con un degrado strutturale della sanità e con liste d’attesa che continuano ad allungarsi, a cui si sommano le gravi criticità della viabilità, l’insufficienza dei servizi educativi con famiglie escluse dagli asili nido e lo stallo totale nel settore delle case popolari.

 

L’accusa finale alla giunta regionale è quella di sprecare tempo ed energie in crociate di facciata, ignorando la mancanza di investimenti e programmazione sulle politiche sociali, sul lavoro e sulle infrastrutture, che costringe tuttora molti giovani a lasciare il territorio. Nel frattempo l’atto, dopo il via libera della giunta, attende la discussione e il voto definitivo in Assemblea Legislativa per l’eventuale entrata in vigore.

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