Hotel Casale, emozione sotto le stelle. Merito di Alberto Bertoli che canta, e racconta, papà Pierangelo. Mito musicale della gioventù più sana e sognatrice della nostra generazione. Pierangelo Bertoli, figura di spicco della canzone d’autore negli anni Settanta. Una voce fuori dagli schemi, di denuncia forte e passione civile con pochi eguali nel settore. Ma anche dolce cantastorie di donne e di grandi amori. Un poeta scomodo, anticonformista, a tratti anche ruvido nei versi delle sue canzoni, contro il potere, i veleni – visibili e invisibili – del cosiddetto progresso, il disagio dei più deboli, l’ingiustizia generalizzata e la barbarie diffusa della, allora nascente, società dei consumi. E bugie e ipocrisie di ogni fatta.

 

Messaggi sociali e politici i suoi. Divisivi, li definirebbe qualche stolto, oggi, quando è diventato di moda definire così anche ogni più nobile anelito, ogni più sacrosanto valore. La chicca di Emilio&Emilio al Casale l’hanno preparata lo chef Emilio (Pasqualini) & Emilio (Pignoloni). Loro due sono riusciti a portare, grazie ai buoni uffici del collaudatissimo presentatore, nell’occasione, Paolo Notari, l’artista emiliano alla seconda serata del Casale in Festa.

 

L’esibizione di Alberto Bertoli, con sullo sfondo un’immagine del papà Pierangelo

Con Alberto Bertoli, chitarra e gran voce ereditata dai geni di papà, in palcoscenico Moreno Bartolacelli al pianoforte e Guido Pelati alla chitarra elettrica. Una serata piacevole, fra buona tavola e buonissima musica. Quella di Pierangelo Bertoli. Una voce nata dal basso, la sua, da una famiglia di operai di Sassuolo, nel modenese. Una voce cresciuta senza lussi, inchiodata su una carrozzina da disabile fin quasi dalla nascita, a causa di una poliomelite che solo un vaccino, perdonino i contemporanei No Vax, riuscirà a debellare. Non camminerà mai, Pierangelo Bertoli, con le sue gambe, ma canterà. Eccome canterà.

 

Una chitarra ricevuta in regalo che gli cambia la vita. Impara a suonarla da autodidatta, e a comporre canzoni che hanno qualcosa di importante da dire. Da gridare. Da ricordare. Che arrivano al cuore, con testi essenziali, con versi che sanno essere, ora frustate per le coscienze, ora carezze per l’anima. Talento sprecato per le piazzette di paese e le feste provinciali di partito. Il Canzoniere nazionale del vento rosso la sua prima band. Il suo primo 45 giri lo incide nel 1973.

 

Il primo album l’anno successivo. Nel 1976 l’ingaggio nella CGD di Caterina Caselli e Piero Sugar. Il brano “Eppure soffia” gli regala la grande popolarità con il suo grido disperato di allarme sulla salvaguardia dell’ambiente, ormai apertamente minacciato a livello planetario, e la condanna di ogni maledetta guerra. Temi rimasti sempre di vergognosa attualità fino ai giorni nostri. Nel 1979 pubblica “A muso duro” il manifesto dei valori che hanno caratterizzato tutta la sua vita. E che dovrebbero essere irrinunciabili in quelle di tutti. L’anno dopo firma e canta, con una ancora semisconosciuta Fiorella Mannoia, un altro successo: “Pescatore”.

 

Lascia il segno anche in due Festival di Sanremo, 1991 e 1992. Prima con i Tazenda, in una memorabile “Spunta la luna dal monte” con standing ovation, e poi, da solista, con “Italia d’oro“, restando però, in entrambe le edizioni, ai piedi del podio. Le canzoni dialettali, in sassolese, modenese e sardo soprattutto, faranno sempre parte del suo enorme bagaglio musicale. Reciterà in un fortunatissimo spot televisivo a favore della Lega per l’Emancipazione degli Handicappati, che gli frutterà anche un premio Telegatto. Suonerà nelle carceri e si spenderà in campagne per l’abbattimento delle barriere architettoniche. Renderà omaggio ad altri grandi della canzone italiana come lui, e, come lui, troppo poco considerati. Paolo Conte, Luigi Tenco, Fabrizio De Andrè, Enzo Jannacci.

 

In vista del suo ritorno a Sanremo, nel 2001, la sua canzone pacifista riferita alla guerra in Afghanistan viene bocciata ed esclusa. Il mondo è già avviato alla “Endless war“, la guerra senza una fine come strumento tecnico permanente, da incentivare e allargare anziché porvi fine; utile solo a favorire interessi economici di parte e coprire giochi sporchi di potere, che sta per diventare la “normalità”. Ogni tappa della vita di Pierangelo “Angelo” Bertoli, è ripercorsa, rivissuta, fra un brano e l’altro, dal figlio Alberto.

 

Alberto Bertoli con lo chef Emilio e alcuni ragazzi dello staff Casale prima dello spettacolo

Terzo dei suoi tre figli, dopo Emiliano e Petra. Ricordi, aneddoti, curiosità, previsti, forse, nelle scalette di ogni suo concerto. Ma sempre vivi, e puri. Con una commozione che, quando affiora, certamente non è a comando, al servizio dello show. Sono, invece, frammenti di vita emozionanti, sinceramente, per lui, inevitabilmente, anche per noi. Il primo stipendio incassato, grazie alla sua arte, dal partito, del quale non sarà mai servo, ma convinto cantore degli ideali più nobili perseguiti. E poi i ricordi, da figlio, di Alberto. Del primo incontro, il primo appuntamento, dei suoi genitori, Bruna e Angelo, alla fine degli anni Settanta. È stato un grande amore il loro.

 

Ricordi degni della brillante e toccante sceneggiatura di un film, che, prima o poi, la vita intensa di Pierangelo Bertoli, e la sua statura, morale prima che artistica, dovranno meritarsi. Fino all’ultima scena, figlia, forse, anche del fumo delle troppe sigarette accese. L’addio in un letto d’ospedale, il 7 ottobre 2002, ventinove giorni prima del suo sessantesimo compleanno. Le sue ultime parole, occhi negli occhi. Il viso di Bruna preso per l’ultima volta fra le sue mani. “Sei la cosa più bella, più vera, e più pulita che mi potesse capitare nella vita“. È rosso il colore dell’amore.

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