Il Sator è una scritta palindroma in latino, disposta in una matrice di venticinque caselle, ricomprese in una figura geometrica regolare, cioè con lati e angoli congruenti (uguali tra loro): nel nostro caso, un quadrato. Il palindromo (dal greco pàlin, di nuovo, e dròmos, percorso) è una parola, una frase o un numero che rimangono gli stessi, se letti da sinistra verso destra o viceversa.
Prima di analizzare la scritta e le caratteristiche del Sator (e il mistero che lo accompagna), vediamo in poche righe la sua storia.

Riproposizione grafica del Sator (ph A. Vagnoni)
È impossibile elencare tutti i luoghi del continente europeo (e non solo) dove sono stati ritrovati esemplari di Sator, sotto forma di epigrafi, dipinti o graffiti. Gli esemplari più antichi sono quelli scoperti a Pompei (il “latercolo pompeiano”), nei primi decenni del Novecento, durante scavi archeologici. In Inghilterra, un Sator è stato ritrovato a Cirencester (l’antica Corinium), capitale dell’allora provincia romana Britannia prima; in Francia, in diversi luoghi; in Spagna, a Santiago de Compostela; poi, in Ungheria e in Svizzera; e ancora, in Scandinavia e anche in location improbabili (in Africa).
In Italia, l’elenco dei rinvenimenti è piuttosto lungo e va dalla Val d’Aosta al Lazio, dalla Toscana alla Puglia, dal Veneto a Roma. Nelle zone più vicine al nostro territorio, sono stati ritrovati diversi esemplari del crittogramma. A Fabriano, inciso su una campana di bronzo del 1412 («Ancora più avvolta nel mistero è la quattrocentesca campana con inciso il Sator che secondo le testimonianze era presente nella chiesa di Sant’Agostino di Monterubbiano (FM), oggi probabilmente rifusa o sostituita a seguito dei restauri, S. Brunori, 2013»).

Il borgo di Paggese. In primo piano, Castel di Luco (ph C. Ricci)
Un Sator è a Paggese di Acquasanta Terme; nell’Abruzzo (vicino), sulla facciata dell’Abbazia di San Pietro ad Oratorium a Capestrano (AQ). Nell’articolo, saranno approfonditi (brevemente) questi ultimi due casi. Nella seconda “puntata” saranno analizzate le diverse componenti del Sator.
Qui ricordiamo solo che la “croce” centrale formata dalle due parole TENET (verticale e orizzontale) che si incrociano, racchiude, secondo alcuni, simbologie sia cristiane (la “croce”) sia ebraiche (il simbolo della tau, simile a una croce). Al tempo stesso, presenta delle analogie con il sistema romano degli assi viari principali (cardo-decumano), sul quale era basata la costituzione degli insediamenti urbani. Infine, Umberto Eco, in Sator arepo eccetera (2006), inserisce il Sator nel suo libretto di giochi linguistici, utilizzandolo per il titolo dell’opera.

La chiesa di San Lorenzo, a Paggese si affaccia, isolata, sulla piazza principale. Sul fianco destro, la Sala del Parlamento e un altro locale, l’uno di fronte all’altro (ph Cat. Gen. Beni Culturali BCS)
Paggese è una delle 56 frazioni di Acquasanta Terme: alto su un poggio, conosciuto come il paese delle “pietre parlanti” per le iscrizioni incise sugli architravi di porte e finestre, il borgo si affaccia sulla Via Salaria e deve il nome alla voce latina pagus (villaggio; i locali lo chiamano pajese, paese). Nella chiesa parrocchiale di San Lorenzo (secc.X- XIII), che prospetta sull’ampio piazzale tra le case, troviamo una delle raffigurazioni del Sator.
Attigua all’edificio religioso c’è una loggia (la cosiddetta Sala del Parlamento) dove, nel Cinquecento, si svolgevano le riunioni delle “ville” acquasantane, elencate da Don Virginio Cognoli nella sua Monografia (1955): «Acquasanta, Cagnano, Santa Maria (de Aquis), Arola, Torri (Santa Lucia), Piedicava, Valledacqua, Collemartello e Luco».

L’affresco di Paggese (ph Cat. Gen. Beni Culturali BCS)
Sulla parete di fondo spicca un grande affresco quattrocentesco (attribuito a Stefano Di Pietro), raffigurante tre santi. Al centro, un vecchio benedicente barbuto, con il saio e il bastone da eremita (attributi iconografici comuni di Sant’Antonio Abate, anche se il libro aperto con l’esortazione non è usuale); ai lati, San Sebastiano, seminudo e irto di frecce (simbolo del suo martirio) e San Rocco: entrambi invocati come protettori contro la peste che, all’epoca, era un autentico flagello.
Una breve digressione relativa alla scritta sulle pagine del libro tenuto da Sant’Antonio: LASATE LO VIT[I]O E LO PECCATO DENATE [forma arcaica di “dinanzi”] A DIO SER O [probabilmente l’artista voleva intendere “sarà”] VOSTRO AVOCATO. La traduzione: «Lasciate il vizio e il peccato davanti a Dio [che] sarà il vostro avvocato [difensore]». La scritta è un ammonimento, frequente negli affreschi ecclesiastici medievali; il significato profondo è: Pentitevi e otterrete la protezione divina.
Il Sator appare tra i graffiti lasciati dai visitatori, nel corso dei secoli, sulla pellicola cromatica della veste del santo centrale.

La chiesa di san Pietro ad Oratorium, nei pressi di Capestrano (ph I luoghi del silenzio)
L’Abbazia di San Pietro ad Oratorium è un’antichissima chiesa (sec. VIII) vicino a Capestrano, in provincia dell’Aquila, tra i boschi della valle del Tirino. Sull’architrave del portale d’ingresso, una lapide riporta la scritta A rege Desiderio fundata, anno milleno centeno renovata («Fondata da Re Desiderio, rinnovata nell’anno 1100», anche se alcuni studiosi contestano l’attribuzione).
All’interno, un raffinato ciclo di affreschi (secc. XI-XII), nelle predominati tonalità cromatiche dell’ocra, con il Cristo Pantocratore (onnipotente), gli evangelisti e altre figure.
L’edificazione si attribuisce ai longobardi; un indizio è la stessa titolazione dell’edifico religioso, dedicato a San Pietro, al quale essi erano devoti, insieme al santo-guerriero, San Michele Arcangelo.

Il lato della chiesa di Paggese dove è situata la Sala del Parlamento (ph Cat. Gen. Beni Culturali BCS)
La chiesa, di stampo benedettino, a tre navate con abside centrale e uno splendido ciborio duecentesco, e le strutture annesse subirono un radicale restauro nel sec. XII; fu riconsacrata alla presenza di Papa Pasquale II (1117). Il complesso dipendeva dalla grande Abbazia di San Vincenzo al Volturno, in Molise; fu soppressa nel 1808 (leggi napoleoniche) ma era abbandonata già da tempo; dell’intero complesso rimane solo la chiesa, il resto è irrintracciabile, “sparito” per le ripetute piene del vicino Tirino.
La chiesa è visitabile su prenotazione; il luogo è suggestivo: negli anni Venti del Novecento (prima degli improrogabili interventi di restauro), Ignazio Gavini così la descriveva, nella sua Storia dell’architettura in Abruzzo: «La quiete della valle solitaria circonda il paesaggio della cadente chiesa nascosta tra i pioppi alla riva del fiume impetuoso. Attorno alle rovine, spesso allagate dalla piena delle acque, s’abbarbica una tenace vegetazione, gelosa dissolvitrice di quelle pietre composte dalla mano paziente del marmorario. Il monastero è scomparso; le navatelle della chiesa smantellate fiancheggiano come un baluardo la nave di mezzo, sola dominatrice di una lotta secolare».
Sulla parete esterna spicca un concio, una pietra di reimpiego con l’iscrizione del Sator, murato al contrario.
(CONTINUA)














