di Gabriele Vecchioni
Al monumentale platano che fa bella mostra di sé ai bordi della Via Salaria, a pochi chilometri da Ascoli centro, procedendo verso i contrafforti appenninici, in direzione della Capitale, Cronache picene ha dedicato un articolo (leggilo qui), qualche tempo fa.

L’ampia ferita dell’Albero del Piccioni
Nel testo venivano analizzate le caratteristiche dell’imponente albero e la sua storia pluricentenaria. Questa volta, torniamo a parlarne per motivi “sanitari”: una delle branche principali (un palco, cioè un ramo di grosse dimensioni) è caduto, schiantandosi a terra alla base del tronco.
Prima di commentare l’accaduto, qualche riga sugli alberi monumentali, la loro importanza e perché meritano la nostra attenzione.
Gli alberi monumentali italiani sono poco meno di 4.700 (4 655, per l’esattezza); di essi, 200 sono di grande interesse (150 di eccezionale valore storico-monumentale).
In un precedente articolo, apparso su Cronache Picene qualche mese fa e relativo anch’esso agli alberi monumentali, avevamo scritto che «… il nostro Paese vanta uno straordinario patrimonio artistico che è, da secoli, mèta imprescindibile di visite e pellegrinaggi; altrettanto importanti, però, sono il patrimonio naturalistico e quello paesaggistico, anch’essi definibili come patrimonio culturale, per lo stretto legame con l’intervento antropico che ha spesso generato un paesaggio armonioso. A quest’ultimo tipo di paesaggio appartengono gli alberi di grosse dimensioni, autentici monumenti vegetali, da proteggere con cura» (leggi qui l’articolo).
Ricordiamo poi che la legge n. 10/2013, oltre a istituire la Giornata nazionale degli alberi (il 21 novembre, ma anche quest’anno è “passata” nell’indifferenza generale), stabiliva i criteri per dichiarare quando un albero può essere dichiarato “monumentale”, grazie ad alcune caratteristiche: la longevità, le dimensioni ragguardevoli, la rarità e l’importanza storica e culturale.
Gli alberi monumentali sono importanti per diversi motivi: per il loro pregio storico e culturale (sono custodi della memoria); per il valore paesaggistico; perché contribuiscono al benessere dell’ecosistema; perché mitigano il calore urbano e, infine, perché assorbono anidride carbonica.
Questi autentici monumenti della natura sono tutelati dalla legge: il loro danneggiamento comporta una sanzione da un minimo di 5.000 e un massimo di 100.000 euro.
La loro importanza maggiore è quella di essere testimoni del tempo, la loro conservazione (e protezione) è un dovere di tutti perché ciascuno di loro è legato a una storia da raccontare. Spesso, a questi alberi sono legate racconti affascinanti e leggende sulla loro crescita singolare: nel caso del “nostro” platano, la tradizione lo lega al comandante Piccioni, una romantica figura dell’Ottocento di brigante fedele al Papa.
Sulla figura di Giovanni Piccioni, riportiamo le parole di Timoteo Galanti, riprese dal suo volume dedicato al brigantaggio piceno: «È giunto il momento di sfatare, una volta per tutte, queste fantasticherie e chiarire il perché di tale nome [questo è un brano estrapolato da un’articolata spiegazione dell’associazione del nome del Piccioni all’albero di cui all’oggetto, NdA].
Il Piccioni, infatti, non è mai stato un volgare ladrone di strada e non ha mai attaccato, durante la sua lunga attività di “brigante”, diligenze o inermi passeggeri; tutte le imputazioni, a lui rivolte durante il processo, furono esclusivamente di attentato alla sicurezza dello Stato per la rivolta antiunitaria dallo stesso capeggiata, ma non gli sono mai formulate accuse di ladroneggio a dei viaggiatori».

L’albero “del Piccioni”, alle porte di Ascoli (ph G. Zucchetti), prima della rottura el ramo
La storia dell’albero è meno eroica ma, probabilmente, molto più antica.
Gli alberi monumentali, come spiega l’attributo, sono fisicamente enormi, e appaiono, all’osservatore, come esseri imponenti e immortali; in realtà, sono estremamente sensibili ai cambiamenti climatici e atmosferici (inquinamento).
Fortunatamente, sono organismi
resilienti («Rappresentano la massima espressione della resilienza», L. Zapponi), per usare una parola oggi “di moda”: essi sono in grado di combattere cancri e malattie fungine, contrastando i parassiti in diverse maniere.
Vediamo come.
Gli alberi producono sostanze tossiche per i parassiti (per esempio i tannini) ma, soprattutto, essi mettono in atto una strategia (la compartimentazione) per isolare la parte malata dal resto del corpo vivente.
In realtà, è un complesso di pratiche che prende il nome tecnico di Codit (Compartmentalization Of Decay In Trees): è la creazione di una barriera (fisica, con cellule suberose, e chimica, con sostanze protettive) che isola la parte malata o danneggiata, impedendo il decadimento dell’intero organismo, grazie al blocco di infezioni e marciumi. Grazie a questo “metodo”, la pianta può continuare a vivere anche quando parti consistenti (rami, porzioni di tronco) vengono a mancare come, per esempio, nel nostro caso.

L’Albero el Piccioni con il ramo rotto appoggiato sul terreno
Nonostante quanto affermato sulla loro capacità di resilienza (ma forse è meglio usare il termine “resistenza”), però, gli alberi monumentali – come il “nostro” gigante – hanno bisogno, per la loro importanza e vetustà, di particolare attenzione: i rami in decomposizione o schiantati, gli squarci, autentiche ferite di grandi dimensioni, i solchi e altre caratteristiche vengono spesso trascurati perché associati al decadimento naturale, legato alla “vecchiaia”.
Ma sono vere e proprie “porte d’ingresso” per diversi insetti e le loro larve, per funghi, muffe, uccelli e roditori di piccole dimensioni.
È questo il caso dell’Albero del Piccioni: il vetusto platano ha subito la rottura di un grosso ramo che ha ceduto, lasciando una grossa ferita sul tronco (foto allegate al pezzo).
Una considerazione. Parlare di alberi monumentali, esseri viventi che sono stati testimoni silenti di eventi storici lontani, elementi imprescindibili del paesaggio, può apparire “fuori del tempo” in un’epoca dove la fretta è il comune denominatore dell’esistenza e non ci si cura (o ci si cura poco) di un’attività tutto sommato contemplativa com’è quella della ricerca dei patriarchi vegetali.
Ma… un albero monumentale è la memoria della relazione pluricentenaria con l’uomo, un rapporto che dovrebbe raccontare una storia di rispetto e conservazione, per ragioni legate a una sacralità universale.
«La tendenza attuale di indicare l’albero vetusto o maestoso come un vero e proprio monumento naturale deriva proprio dalla consuetudine atavica di considerarlo alla stregua di un essere superiore, custode di saggezza, fonte di vita (A. Farina, 2018)».
Questo testimone del tempo meriterebbe ben altra attenzione, perché «la civiltà di un territorio non si misura solo con il raggiungimento di target economici ma anche col rispetto del patrimonio comune e del paesaggio».
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