di Luca Capponi
Le ore di attesa al pronto soccorso del “Mazzoni” sono un problema reale, noto e più volte denunciato. Carenza di personale, flussi difficili da gestire, emergenze che si accavallano: situazioni che, soprattutto nei momenti di maggiore affluenza, mettono a dura prova pazienti e operatori. Negarlo sarebbe sbagliato e ingiusto, soprattutto nei confronti di chi si trova ad attendere a lungo prima di una visita.
Accanto a questa realtà, però, se ne affianca un’altra, sempre più evidente e purtroppo frequente: l’atteggiamento aggressivo, quando non apertamente maleducato, di una parte dell’utenza nei confronti del personale sanitario. Episodi di tensione, insulti, pretese urlate e, in alcuni casi, comportamenti che sfiorano la violenza verbale e fisica non sono più eccezioni, ma fatti che si ripetono con preoccupante regolarità.
È giusto lamentarsi e farsi vibratamente sentire quando un servizio non funziona come dovrebbe. Specie quando genera negatività o è figlio di atteggiamenti poco consoni da parte di chi indossa il camice. È legittimo essere stanchi, preoccupati, nervosi dopo ore di attesa, magari in condizioni di sofferenza. Ma è altrettanto vero che medici, infermieri e operatori del pronto soccorso non sono responsabili di criticità strutturali più grandi di loro. Sono spesso gli stessi che lavorano sotto organico, con turni massacranti e risorse limitate, cercando comunque di garantire assistenza e priorità ai casi più gravi.
Ed è proprio qui che il discorso cambia prospettiva. Una protesta educata, una segnalazione civile, una critica fondata hanno un peso e un’autorevolezza ben diverse rispetto a una lamentela urlata o accompagnata da atteggiamenti ostili. Il rispetto non indebolisce le rivendicazioni, al contrario le rende più credibili. Così come l’equilibrio, questo sconosciuto, oramai perduto, una delle vittime più illustri del mondo d’oggi insieme alla comprensione nei confronti dell’altro, irrimediabilmente assente da ambo le parti. Senza ciò, tutto cade. Regredisce.
Un ragionamento che va ben oltre le porte del pronto soccorso. Ci lamentiamo dei vigili urbani, ma siamo i primi a parcheggiare sulle strisce pedonali, quando va bene. Protestiamo per le file agli sportelli, ma non rispettiamo l’ordine di attesa. Sempre pronti ad contro gli impiegati delle poste, contro chi lavora allo sportello, contro le cassiere, contro chi è semplicemente il volto visibile di un sistema che spesso ha problemi più profondi.
L’inciviltà, spesso, si annida nei piccoli gesti quotidiani. Ed è proprio da lì che nasce una lamentela che rischia di diventare vuota, gratuita, priva di forza. Il rispetto verso chi lavora – soprattutto in ambiti delicati come la sanità – dovrebbe essere il punto di partenza, non un optional.
Criticare è giusto. Pretendere servizi migliori è sacrosanto. Ma farlo con educazione non è solo una questione di stile: secondo molti è il modo migliore per far sì che quelle critiche vengano ascoltate davvero. E per crescere futuri uomini di ben altra levatura.
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