Prima giornata delle nuova necropoli

 

 

Longobardi e Castellano. Storie antiche che si fondono. La tappa del Festival culturale dei borghi rurali della Laga a Castel Trosino è diventata ormai tradizionale. Un ritorno sempre gradito, come una festa in famiglia, in un posto che ami.

 

Centosettanta, stavolta, i partecipanti all’escursione, breve ma intensa, guidata da Domenico Cornacchia e Roberto Gualandri. Passione pura, la loro, per la promozione delle tante bellezze dei nostri territori montani. Trend di adesioni in crescita costante per una manifestazione giunta, lavorando sodo senza tirarci fuori un soldo, al suo quinto anno di vita. Cinquantadue le uscite, a Castel Trosino la numero diciannove, previste quest’anno da aprile a dicembre. Venti i comuni, di tre regioni, toccati. Qualcuno, di Sentiero verde della Federtrek, arriva persino da Roma, il grosso dal vicino Abruzzo. Per quasi tutti si tratta della prima volta in questo posto incantato alle porte di Ascoli. Richiamati dal fascino della necropoli longobarda, che riapre al pubblico dopo i lunghi lavori di riqualificazione, scoprono anche qualcosa in più, che proprio non ti aspetti.

 

Castel Trosino capitale archeologica di livello europeo, per numero di tombe rinvenute e ricchezza dei corredi funerari, troppo a lungo, colpevolmente e sciaguratamente, trascurata. E Castel Trosino, un gioiello senza tempo, contornato da una parure di altri luoghi magici, fuori dai grandi circuiti e in gran parte sconosciuti al pubblico dei camminatori. Come costume di questo Festival, che non lesina certo impegno costanza e, soprattutto, coesione, il valore delle comunità residenti è sempre al centro delle iniziative. Stavolta, per l’occasione, mobilitati i volontari della locale associazione Castrense 96.

Castel Trosino visto dal Castellano

 

Corre lungo il confine più longevo d’Europa, quello fra Regno di Napoli, poi delle Due Sicilie, e Stato della Chiesa, durato per sette secoli il breve ma non banale itinerario. Punti di dogana che hanno sempre segnato in maniera molto meno netta e rigida, il confine, la separazione, le differenze, invece molto più labili, fra le genti che hanno sempre abitato queste zone.

 

Uniti dalle comuni esigenze di dura sopravvivenza, più che divisi dalle diverse giurisdizioni e dall’ostilità fra i rispettivi governanti. Si scende subito alla piccola diga realizzata negli anni Venti (quella di Talvacchia, più a monte, sorgerà negli anni Cinquanta) per vedere da vicino “le acque verdi” cantate anche da Dante Alighieri in un canto del Purgatorio della Divina Commedia. Il colore dell’acqua del Castellano si fa verde smeraldo in questo piccolo bacino artificiale grazie a dieci piccole fonti sorgive di acqua sulfurea fredda che vi confluiscono proprio ai piedi dello sperone roccioso su cui sorge Castel Trosino .

 

L’odore nell’aria è forte perché l’acido solfidrico è in maggiore concentrazione qui, rispetto alle vicine e più rinomate acque calde termali di Acquasanta. Anche Plinio il vecchio, duemila anni fa, faceva menzione di queste acque salmacine nei suoi scritti. Su una parete dei costoni che incanalano il Castellano è ancora visibile un foro nella roccia, vestigia della conduttura di circa due chilometri e mezzo di lunghezza, realizzata in cotto e piombo, che faceva arrivare queste acque sulfuree da quassù fino all’altezza del Fortezza Malatesta, ad alimentare le terme di epoca romana. Non è un caso che il campo Squarcia, già foro boario, e oggi campo giochi della Quintana, sia stato realizzato su una via che era chiamata via delle Terme.

L’Eremo di San Giorgio

 

Oggi la portata del Castellano è notevolmente inferiore a quella del passato. Il grosso dell’acqua che nasce dai Monti della Laga, infatti, viene captata in una cinquantina di punti in quota e convogliata verso il lago artificiale di Campotosto. Ma fra la fine dell’Ottocento e primi decenni del Novecento lungo il Castellano si praticava abitualmente anche la fluitazione dei tronchi d’albero. Il trasporto a valle della legna, quasi impossibile attraverso mulattiere e strade non ancora carrabili, si faceva grazie alla corrente del fiume. Per circa un trentennio è stata questa la via di comunicazione più rapida ed economica per fare arrivare il legname dai boschi del Ceppo di Rocca Santa Maria e da Pietralta di Valle Castellana e fino in città.

 

La stazione di “arrivo” ad Ascoli dei tronchi era nella radura dove oggi sorge il parcheggio seminterrato “Torricella”. Lungo i quasi quaranta chilometri del percorso, erano circa un paio di migliaia gli addetti che trovavano occupazione nelle varie fasi delle operazioni. I mastri di fluitazione erano, invece, quasi tutti immigrati dal Veneto. Acque davvero benedette quelle del Castellano, che hanno alimentato per secoli tutti i mulini delle due regioni, comprese le Cartiere Papali ascolane. I pendii scoscesi che digradano verso il Castellano sono stati sempre, in passato, coltivati grazie ai terrazzamenti con muretti a secco.

 

La fitta vegetazione nasconde alla vista, in alto, sulla montagna di Rosara, i ruderi dell’Eremo di San Giorgio. Qualche foto, esposta per l’occasione dagli organizzatori, ci aiuta a conoscerlo meglio. Edificato nel 1350 in posizione isolata e dominante, dalla nobildonna ascolana Livia Martelleschi come ospedale per il ricovero di lebbrosi, che potevano curarsi nelle sottostanti acque sulfuree, divenne eremo religioso con i frati Spirituali prima, e i Minori Osservanti, nel 1568, dopo. Meta di pellegrinaggi ad ogni primavera, in onore di San Giorgio, l’eremo cade in stato di progressivo abbandono dopo il 1860, quando viene acquistato da privati. Poco o nulla resta oggi delle sue lunette, i suoi archi, le sue volte a crociera affrescate con episodi legati alla vita di San Francesco d’Assisi, semidiroccati e avvolti nella fitta vegetazione.

 

Nelle vicinanze, le numerose grotte, probabilmente utilizzate anche come alloggi dai monaci, hanno offerto rifugio, dall’autunno del 1943 fino alla primavera del 1944, anche ad un soldato inglese, Dennis Hutton Fox, evaso rocambolescamente dal campo di prigionia di Sforzacosta, nel Maceratese. La sua salvezza fu resa possibile grazie alla coraggiosa solidarietà di famiglie residenti nella zona, Antonucci e Tassi, che offrirono la loro totale assistenza al militare fino a quando poté ricongiungersi con il suo reggimento. Quelle grotte vengono chiamate, ancora oggi, “dell’inglese”.

La conferenza del prof. Vico

 

Si risale verso il paese. Ci si riposa un po’ sui banchi della chiesa di San Lorenzo Martire per ascoltare la breve conferenza del professor Giuseppe Vico sulla vicina necropoli longobarda. La seconda più imponente d’Europa. Una vera e propria città dei morti con i suoi 239 sepolcri. Riaffiorata per caso grazie all’aratro di un contadino nel 1893, e saccheggiata almeno fino al 1967, quando i pezzi più pregiati dei preziosi reperti recuperati vengono esposti al Mame, il Museo dell’Alto Medioevo di Roma. Anche la Compagnia dei Folli, che a Castel Trosino è nata, scende in campo, all’inizio degli anni Novanta, per sollecitare la restituzione degli ori longobardi alla nostra terra, dove sono stati sepolti da un fiero popolo guerriero, e lì rimasti custoditi per secoli. Battaglia vana. Ad Ascoli, oggi ospitati al primo piano della Fortezza Malatesta, restano quarantasei reperti. Le briciole.

 

Si sale alla Necropoli. I ragazzi e le ragazze della Fortebraccio Veregrense fanno rivivere i Longobardi con i loro costumi, le vettovaglie, i monili, le armi, le usanze, i riti funebri. E poi i canti, soprattutto, che il tenore Giovanni Vitelli esalta. Il sole picchia ancora duro sul piccolo anfiteatro minimalista, con i blocchi squadrati di travertino a fare da sedili per il pubblico. Per rendere la necropoli visibile, e suggestiva, di notte, anche dal paese là di fronte, si sono dovuti sacrificare fin troppi alberi. Il perimetro della chiesa protocristiana di Santo Stefano, che restituisce la giusta sacralità al sito, indifeso, è già stato violato, nottetempo, dai cinghiali.

 

Manca ancora una cartellonistica illustrativa all’altezza, indispensabile a visitatori solitari e impreparati, senza ciceroni al seguito. Gli interminabili lavori di riqualificazione sono finiti da poco. In fretta, e si vede. Forse per rendere, in tempo utile, comunque, onore a questa tappa del Festival. Forse. I saluti dell’Amministrazione comunale e del sindaco lo porta la consigliera Patrizia Palanca. Per la, ormai prossima, inaugurazione ufficiale della restaurata necropoli longobarda di Castel Trosino, forse, qualcosa, si potrà migliorare. Di certo questo sito, ben noto ad ogni studioso in tutto il continente, non dovrà più conoscere, oltre all’inciviltà dei futuri frequentatori, l’incuria e l’abbandono delle istituzioni. Dopo i soldi spesi. E la pompa magna.

 

 

 

 

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