di Luca Capponi
Ne parlano i sindaci, ne parlano i consiglieri comunali, ne parlano i rappresentanti istituzionali. Si chiedono tempi certi, si chiedono spiegazioni, si chiedono interventi immediati. Si invocano sicurezza, buon senso e attenzione per un’arteria fondamentale per il territorio. Si fanno interrogazioni, appelli, proposte, e chi più ne ha più ne metta.

Un tratto del raccordo autostradale
Tutto giusto. Tutto condivisibile, ci mancherebbe.
Ma una domanda, per quanto scomoda, resta sospesa nell’aria: perché adesso?
Perché l’Ascoli-Mare non è diventata improvvisamente un cantiere. Non lo è da una settimana e nemmeno da un mese. Da anni automobilisti e pendolari convivono con restringimenti di carreggiata, deviazioni, doppio senso sulla stessa corsia, rallentamenti e disagi. Da anni si raccolgono lamentele e segnalazioni. Da anni chi percorre quel tratto ha la sensazione di attraversare un’opera senza fine. Da anni si registrano incidenti, nel 2019 addirittura vi fu un doppio mortale che coinvolse due camionisti. Da anni le stesse reazioni, levate di scudi, promesse e bla bla bla vari. Poi tutto torna nella “norma”. In attesa di un altro passo verso il nulla.
L’ultima tragedia, il 17 giugno, quando ha perso la vita una donna, Rita Fazzini di Monteprandone.

È un copione che il Piceno conosce fin troppo bene. Lo abbiamo visto sull’A14, dove per anni si è discusso di cantieri, restringimenti e sicurezza salvo poi assistere a un susseguirsi di polemiche ogni volta che si verificava un incidente particolarmente grave. Lo vediamo oggi sull’Ascoli-Mare.
La domanda non è se le richieste avanzate in questi giorni siano corrette. Lo sono. La domanda è perché trovano la stessa forza, la stessa attenzione e la stessa urgenza solo quando ci sono vittime da piangere.
Forse è un limite della politica. Forse è un limite dell’informazione. Forse è un limite collettivo. Ci abituiamo ai problemi finché non esplodono. All’italiana. Consideriamo normali situazioni che normali non sono. Accettiamo l’eccezione come regola e il provvisorio come definitivo.
Poi arriva la tragedia. E improvvisamente tutti scoprono ciò che era sotto gli occhi di tutti.
Adesso si chiede ad Anas di accelerare, di rivedere i cantieri, di sospendere i restringimenti più impattanti. Richieste legittime. Ma la vera sfida sarà verificare se questa “mobilitazione” durerà anche tra un mese, tra sei mesi o tra un anno.
Perché il rischio è che, spenti i riflettori e affievolita l’emozione, tutto torni come prima. Fino alla prossima tragedia. Fino alla prossima indignazione. Fino alla prossima domanda da porre quando ormai sarà troppo tardi.














