
Sofia Nasini in laboratorio
Parte da Porto San Giorgio il percorso che ha portato Sofia Nasini a pubblicare su Trends in Pharmacological Sciences, rivista internazionale di farmacologia, uno studio su psichedelici, serotonina e differenze legate al sesso biologico. «Io vengo dalle Marche, ma ormai sono diversi anni che il mio percorso professionale si svolge a Padova, come ricercatrice», spiega.
Nasini è in forze al Laboratorio di Neuropsicofarmacologia del Dipartimento di Scienze del Farmaco dell’Università di Padova, diretto dal professor Stefano Comai. Al lavoro hanno contribuito coautori del gruppo padovano e del Department of Psychiatry della McGill University di Montréal, tra cui la professoressa Gabriella Gobbi, con il cui gruppo la sangiorgese ha svolto un periodo di ricerca in Canada.
Nasini, come è arrivata alle neuroscienze?
«Mi ha sempre affascinato capire come funzionano il cervello e soprattutto i meccanismi biologici che ci sono dietro, e come questi possano tradursi nel comportamento. Da qui il mio percorso si è orientato verso la neuropsicofarmacologia, che è il settore in cui lavoro oggi».
Che cosa studia, esattamente, la neuropsicofarmacologia?
«È lo studio di come i farmaci, o altre sostanze, agiscono sul cervello e di come questi effetti si traducono poi nel comportamento della persona. Nel nostro laboratorio ci occupiamo in particolare di disturbi psichiatrici».
Una parte del suo lavoro rientra in quella che viene chiamata farmacologia di genere e ciò è correlato alla ricerca di cui stiamo parlando oggi. Di che si tratta?
«È il settore che cerca di capire in che modo il sesso biologico, e più in generale l’influenza degli ormoni sessuali, possa incidere sulla risposta ai farmaci. Nel nostro studio specifico ci siamo concentrati sul sesso biologico e sui meccanismi biologici e ormonali che possono modificare i sistemi su cui alcuni farmaci agiscono».
Da dove nasce la domanda del vostro studio?
«Dall’incontro di più ambiti: disturbi psichiatrici, sistema serotoninergico, differenze sessuali e psichedelici. Sappiamo che il sistema della serotonina presenta differenze legate al sesso biologico ed è modulato dagli ormoni sessuali. Dal momento che gli psichedelici classici agiscono principalmente su quel sistema, ci siamo posti una domanda semplice: se il sistema biologico su cui agisce il farmaco non è necessariamente identico nei due sessi, queste differenze possono influenzare anche la risposta al trattamento? In letteratura c’era pochissimo, sta emergendo qualcosa solo adesso»
Perché proprio gli psichedelici?
«Perché negli ultimi anni stanno ricevendo molta attenzione scientifica. Non in Italia, ma in altri Paesi, sostanze come la psilocibina e l’LSD sono già regolamentate in contesti clinici controllati come possibili trattamenti per alcuni disturbi psichiatrici, tra cui la depressione maggiore e il disturbo post-traumatico da stress. Ovviamente sottolineo che parliamo dell’ambito della ricerca e di un trattamento controllato, completamente diverso dall’uso ricreativo che una persona può farne».
Qual è l’elemento distintivo di questa ricerca?
«Analizza e integra in maniera critica ciò che sappiamo, cercando di capire quali siano le evidenze più solide, quali aspetti sono ancora poco studiati e quali domande vadano affrontate nella ricerca futura. L’elemento distintivo e innovativo sta soprattutto nell’aver messo insieme evidenze che erano state spesso considerate separate — le differenze sessuali nel sistema serotoninergico, il ruolo degli ormoni, gli effetti degli psichedelici — e nell’aver applicato una prospettiva di farmacologia di genere a un settore emergente».
Il discorso si ferma al recettore su cui il farmaco agisce?
«No, perché l’attivazione del sistema serotoninergico può avere conseguenze anche su processi successivi: la neuroplasticità, cioè la capacità del cervello di modificare e riorganizzare le proprie connessioni, la risposta allo stress, la neuroinfiammazione. Sono tre meccanismi estremamente rilevanti per i disturbi psichiatrici e anch’essi possono essere modulati dal sesso biologico e dagli ormoni».
Che cosa è emerso?
«Che esistono indicazioni di possibili differenze tra maschi e femmine nella risposta agli psichedelici, ma le evidenze sono limitatissime, quasi nulle soprattutto in clinica. Nel preclinico abbiamo qualche studio, comunque pochi. Il messaggio finale non è che uomini e donne rispondano necessariamente in modo diverso: è che questa variabile non venga più trascurata, come è accaduto finora. Bisogna capire quando una differenza esiste davvero, quali meccanismi la determinano e se queste conoscenze possano in futuro contribuire a sviluppare trattamenti più mirati e più adatti alle caratteristiche del singolo paziente. È quella che viene chiamata medicina personalizzata».

Sofia Nasini















