Guerra in Siria,
toccante incontro-testimonianza
con Asmae Dachan

ASCOLI - «Tra le migliaia di ragazzi, Ghiath Matar (1986-2011) durante i cortei era solito offrire fiori ai militari, in segno di pace, per chiamare le loro coscienze e invitarli a non usare violenza contro i figli del loro stesso popolo. Torturato e ucciso dai servizi segreti, è diventato simbolo della gioventù siriana pacifica, coraggiosa e desiderosa di libertà»
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Asmae Dachan con la prima foto presentata

di Giorgio Tabani

«”Perdonami. Perdonami…”. Così mormorava un soccorritore a un corpo appena estratto a mani nude dalle macerie di un bombardamento. Chiedeva perdono per essere potuto arrivare solo dopo una settimana, tirando fuori un corpo ormai in decomposizione. A osservare la scena un bambino con un carrellino: “Io sto lavorando, raccolgo plastica per l’uomo che si occupa di me da quando sono orfano; sono tutti i giorni di fronte a cose come questa!”». Scene di Siria quotidiana raccontate da Asmae Dachan, giornalista e scrittrice italo-siriana che a più riprese è tornata in quei luoghi martoriati da una guerra che dura ormai da nove anni. L’occasione è un incontro organizzato dalla Croce Rossa di Ascoli presso l’Auditorium del Polo Sant’Agostino.

«Nel tempo che ho, voglio raccontarvi la Siria com’era e com’è ora: dobbiamo fare il possibile per tenere i riflettori accesi sulla tragedia del popolo siriano». Scorrono cartine geopolitiche, video della Siria prima della guerra e di quella in macerie di oggi, immagini a volte note e altre scattare dalla stessa giornalista nel corso della sua permanenza. Il cuore del suo intervento verte sulla situazione dei civili: «Quando due parti si armano e si scontrano, a farne le spese è sempre chi sta in mezzo».

Drammatica la situazione nella città di Idlib, zona “demilitarizzata” dopo le negoziazioni russo-turche. «Una pentola a pressione pronta a scoppiare, come tutto il nord-ovest, a causa dell’offensiva turca in territorio siriano: sui media occidentali però tutto, o quasi, tace. In città ci sono tre milioni e oltre di civili, in condizioni indescrivibili: fra bombardamenti dall’alto dei russi, le truppe del dittatore siriano Assad che si avvicinano, i terroristi in città che li usano come scudi umani e la mancanza di cibo, acqua, medicine». Per chiunque si trovi in Siria «la paura è la migliore compagna, non quella che immobilizza, ma quella che rende concentrati: basta infatti un minimo passo falso per…».

Che paese è la Siria? «Si tratta da sempre di un crocevia di popoli e commerci. Una posizione strategica rafforzata dal passaggio di importanti gasdotti e oleodotti. Tradizionalmente alleata all’Iran sciita. I confini sono tutti caldi, tranne quello con la Giordania. A complicare la situazione il mosaico di etnie e religioni: alauiti (la minoranza al potere), sunniti, cristiani, curdi, yazidi. La guerra ha reso la convivenza prima pacifica davvero difficile, la vera ricostruzione non sarà semplicemente quella infrastrutturale, ma quella del tessuto sociale. Difficilissima».

Come scoppia la guerra? «Spesso in Occidente si ha un’immagine falsata della realtà sociale del mondo musulmano. Si tratta di un mondo giovane, giovanissimo. E gioventù vuol dire modernizzazione, voglia di cambiamento. Così iniziarono le primavere arabe del 2011, ma il movimento d’opposizione si radicalizzò e islamizzò legandosi agli aiuti esterni di paesi come Arabia Saudia e Qatar, nel tentativo di resistere alla repressione di Assad. Nel vuoto di potere si è inserito l’Isis. Da lì la guerra diventa internazionale con Iran e Russia dalla parte di Assad e Stati Uniti e monarchie del Golfo con i rivoltosi».

Il bilancio delle vittime? «Impossibile da avere precisamente, oltre mezzo milione di morti e milioni i feriti. Nel paese, che contava circa 23 milioni di abitanti prima del conflitto, oltre metà della popolazione è stata costretta a lasciare le proprie case a causa dei combattimenti. Profughi ammassati soprattutto nei paesi vicini (si pensi al Libano che con 4,5 milioni di abitanti ne ospita 1,5 milioni) con un effetto domino di destabilizzazione».

La storia di “Little Gandhi”. «Tra le migliaia di ragazzi, Ghiath Matar (1986-2011) durante i cortei era solito offrire fiori ai militari, in segno di pace, per chiamare le loro coscienze e invitarli a non usare violenza contro i figli del loro stesso popolo. Era attivo nell’organizzazione delle manifestazioni e delle coreografie e sapeva di essere nel mirino del regime, tanto da scrivere, a soli 25 anni, il suo testamento morale. Il giovane, fresco sposo, raccomandava di non arrendersi nemmeno se lui fosse morto. “I più bei giorni della mia vita sono i giorni in cui ho conosciuto il significato della parola libertà”. Ghiath è rimasto vittima di un agguato: sul suo corpo terribili segni di tortura. Ghiath è diventato simbolo della gioventù siriana pacifica, coraggiosa e desiderosa di libertà».

Siria, un convegno sulla situazione dei civili con ospiti d’eccezione


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