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“Giornata della Memoria”
La Fuà: «Non ero con chi commemora
la Marcia su Roma»

ASCOLI - Così Mariella Fuà Cingoli spiega la sua assenza alle celebrazioni istituzionali organizzate dal Comune. La storia della famiglia Fuà, dalle leggi razziali all’Armistizio del ’43, raccontata dalla stessa professoressa, protagonista delle manifestazioni promosse nella Cartiera Papale dall'Isml

Maria Fuà Cingoli, lo scorso anno durante le celebrazioni istituzionali del 27 gennaio

di Federico Ameli

Non c’era Mariella Fuà Cingoli, da sempre convinta sostenitrice dell’importanza del ricordo della Shoah e testimone in prima persona del dramma dell’Olocausto, nella cerimonia di ieri, 27 gennaio a Palazzo dei Capitani di Ascoli, per la consegna delle Medaglie d’Onore agli eredi dei deportati. Già nei giorni precedenti si era notata la sua assenza tra gli organizzatori delle manifestazioni per la “Giornata della Memoria” nel capoluogo piceno, Comune e associazione “Il Portico di Padre Brown”. Il motivo, addotto da indiscrezioni alla partecipazione di sindaco e vice alla cena “fascista” del 28 ottobre ad Acquasanta, è lei stessa a confermarlo, in un intervista rilasciata a margine dell’incontro “Gli Ebrei ascolani di fronte alla Shoah”, promosso dall’Istituto provinciale per la Storia del Movimento di Liberazione nelle Marche, avvenuto sempre ieri, ma alla Cartiera Papale. Così come in serata l’Istituto ha organizzato al Nuovo Cinema Piceno la proiezione del film “La Rosa Bianca – Sophie Scholl”, in contemporanea con “La signora dello zoo di Varsavia” all’Odeon, come da calendario dell’amministrazione comunale.

Come certamente saprà, anche quest’anno il Comune di Ascoli, in collaborazione con l’associazione “Il portico di Padre Brown”, ha promosso un ricco programma di iniziative in occasione della Giornata della Memoria. Dato che in passato, con la sua preziosa testimonianza, ha contribuito in prima persona alle manifestazioni organizzate dall’amministrazione comunale, può spiegarci i motivi di un’assenza, la sua, che era nell’aria già da qualche giorno?

La tomba di Benvenuto Fuà, prozio della professoressa Cingoli

«La mia è stata una forma di protesta, particolarmente sofferta ma condivisa anche dai miei familiari, nei confronti di chi ha ritenuto opportuno partecipare ad una cena in cui si commemorava la “Marcia su Roma”, ossia il primo passo della presa del potere da parte di quei fascisti che avrebbero in seguito portato via e fatto morire mio zio Benvenuto. Non mi è sembrato il caso di accompagnare queste persone sulla tomba di mio zio per rendergli omaggio. Tengo comunque a precisare che questa mia presa di posizione non ha nulla a che vedere con Pina Traini e con la sua associazione, “Il Portico di Padre Brown”, con cui ho collaborato per diversi anni in questa e molte altre occasioni. Questo episodio non sminuisce in alcun modo l’apprezzamento mio e dei miei familiari verso l’impegno appassionato dimostrato da dieci anni a questa parte da Pina e da tutti i rappresentanti dell’associazione».

Professoressa Fuà, quale può essere secondo lei la funzione della memoria nella nostra società, a 75 anni di distanza dalla liberazione del campo di concentramento di Auschwitz?

«Raccontare le vicende dell’Olocausto, che nel mio caso coincidono almeno in parte con quelle della mia famiglia, è di fondamentale importanza, anche perché si tratta di pagine di storia che riemergono dopo 60 anni di totale silenzio sull’argomento. La Giornata della Memoria, infatti, è stata istituita solo nel 2005 e anche un capolavoro come “Se questo è un uomo” di Primo Levi è stato rifiutato da diverse case editrici prima di poter andare in stampa. A mio avviso, le motivazioni sono molteplici. Partendo dalla mia esperienza personale, devo confessare che anche a casa se ne parlava poco, quasi esclusivamente in tono scherzoso, forse per via di una sorta di pudore verso ciò che si era visto o subìto. Inoltre, dopo la guerra i miei sono stati costretti a ripartire da zero e probabilmente non c’era né il tempo, né la voglia di guardare al passato. Non bisogna infine dimenticare alcuni fattori di respiro internazionale, come la guerra fredda e il ruolo rivestito nel secondo dopoguerra dalla Germania, ultimo baluardo di difesa da quella Russia comunista che pure aveva contribuito in modo determinante alla liberazione dei lager. Per questi motivi, a mio avviso, il recupero della memoria, oltre ad essere per certi versi faticoso, è importante e stimolante, anche in una società inevitabilmente molto distante da quella dell’epoca».

L’incontro di oggi è incentrato sulla drammatica esperienza vissuta dagli Ebrei ascolani in uno dei periodi più bui della storia dell’umanità. Qual è stato l’impatto delle leggi razziali del ’38 sulla sua famiglia?

Pur essendo esponenti di una borghesia laica non particolarmente religiosa, tanto da non conoscere l’ebraico, i miei familiari non sono stati certo risparmiati dai provvedimenti del 1938. Mio padre Guido, ufficiale medico, venne estromesso dall’esercito italiano, mentre l’anno successivo fu radiato anche dall’Albo dei Farmacisti. Inoltre, la gestione dello storico negozio di famiglia imponeva la necessità di assumere dei domestici che si occupassero della casa e di noi bambini, che all’epoca dei fatti eravamo poco più che neonati, ma le nuove leggi non lo consentivano. Di conseguenza, i miei genitori dovettero ricorrere a dei sotterfugi, mettendo sotto contratto dei commessi che nella realtà dei fatti erano dei veri e propri domestici. Questo, però, è stato solo l’inizio, il peggio doveva ancora arrivare».

L’Armistizio di Cassibile, oltre ad aver sancito la rottura del Patto d’Acciaio, ha rappresentato un punto di svolta anche per le sorti della comunità ebraica italiana. Cosa è successo alla sua famiglia dopo l’8 settembre 1943?

«Ad aver subito le conseguenze peggiori è stato il mio prozio Benvenuto, fratello della mia nonna paterna, che come recita la sua lapide nella sezione ebraica del cimitero di Ascoli è stato “strappato alla sua casa” dalle milizie fasciste. All’epoca – parliamo del dicembre 1943 – io, mio fratello, mia madre Olga e mio padre Guido vivevamo nella nostra casa di campagna insieme a mia nonna e allo zio Benvenuto, uomo rispettato e benvoluto da tutti. Il 5 dicembre, nel pieno di un autunno particolarmente rigido, zio Benvenuto è stato arrestato e portato via da casa sua, senza sapere di che colpa si fosse macchiato, caricato su un camion scoperto, esposto al ludibrio tra insulti e minacce di ogni genere, e portato in quello che all’epoca veniva chiamato ospizio di mendicità, l’attuale casa albergo “Ferrucci”, insieme a mia nonna. Tra noi e le suore che gestivano l’ospizio si era creato negli anni un profondo rapporto di amicizia e stima reciproca: la mia famiglia, infatti, ha sempre devoluto parte dei propri profitti in beneficienza. È per questo motivo che sono convinta del fatto che, se solo i fascisti avessero detto a zio Benvenuto che sarebbe stato condotto in un luogo per certi versi familiare, le cose sarebbero potute andate diversamente. Invece, il freddo, unito al comprensibile trauma, ha fatto sì che mio zio, già anziano, si ammalasse di polmonite e morisse nel giro di due giorni, il 7 dicembre. Quanto a me, insieme a mio madre e mio fratello, sono stata portata al Forte Malatesta, mentre mio padre già da qualche tempo era andato via di casa per sfuggire all’arresto. In famiglia credevamo che anziani, donne e bambini non sarebbero stati oggetto di persecuzione, ma purtroppo non è stato così».

 


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