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Tra le Marche e il Lazio
Gli spazi del sacro lungo la Salaria
(Le foto)

STRABONE la definì la «via breve», in grado di unire il Tirreno e l’Adriatico nonostante una difficile conformazione geomorfologica del territorio. Viaggio sulla consolare che attraversa una molteplicità di paesaggi, compositi per geografia e cultura, con un’autentica galassia di testimonianze storiche sedimentate nel corso dei secoli, dal Piceno alla Capitale
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Nella foto d’epoca, il Santuario della Madonna delle Grotte, nelle Gole di Antrodoco (ph. FAI)

di Gabriele Vecchioni

(foto di Carlo Perugini e Gabriele Vecchioni)

Nell’antichità classica, i collegamenti tra il Mar Tirreno e l’Adriatico erano difficili, per la conformazione geomorfologica del territorio che si doveva attraversare, un paesaggio spes­so aspro e montagnoso; avevano grande importanza le vie consolari, ben tenute grazie alle continue opere di manutenzione. Tra gli itinerari che univano i due mari, la Salaria era la più “corta” (Strabone la definì la «via breve»): «La Via Salaria usciva da Roma a Porta Collina e, percorrendo il corso del Velino e del Tronto, raggiungeva Asculum, a 120 miglia da Roma, e giunta al lido dell’Adriatico a Castrum Truentinum (foce del Tronto), proseguiva poi lungo la costa (La Provincia di Ascoli Piceno, 1898)».

L’abbazia di San Mauro, nella bassa Vallata del Tronto

Alla “Via del sale” sono stati dedicati diversi lavori specialistici, consultabili da chi fosse interessato agli aspetti storici e archeologici ad essa relativi. Qui si vuole fare il punto su un aspetto particolare di questa via consolare, quello di via di penetrazione territoriale per il cristianesimo, fin dagli albori della sua diffusione.

La Salaria attraversa una molteplicità di paesaggi, compositi per geografia e cultura, con un’autentica galassia di testimonianze storiche, sedimentate nel corso dei secoli. Lungo il percorso nacquero numerosi luoghi sacri, frequentati da pellegrini: erano siti di ritrovamento di reliquie (le cosiddette inventiones) o di apparizioni (le revelationes); spesso, semplici agionimi tramandati dai fedeli.

Ascoli Piceno. Le catacombe di Sant’Emidio e la facciata barocca del Giosafatti (sec. XVIII)

Dopo il secolo VI, le zone attraversate dalla Salaria furono conquistate dai Longobardi; più tardi, iniziò la rapida evangelizzazione di questo popolo di origine germanica, per l’ope­ra di Papa Gregorio Magno, consolidata poi dai monaci della vicina abbazia di Farfa, fondata alla fine del secolo VI. Lungo la Salaria, l’Alto Medioevo è ancora oggi “presente”, grazie ai tanti toponimi che ricordano quei tempi; a quell’epoca che risale una delle manifestazioni più diffuse della religiosità popolare, il pellegrinaggio verso luoghi sacri.

La chiesa di San Martino a Grottammare. Nel riquadro, frammento di statua di epoca romana (spiegazione nel testo)

I pellegrinaggi. Il viaggio dei pellegrini va considerato, oltre che per la componente “fisica”, costituita dagli itinerari, dagli hospitales e dalla fatica stessa (che permetteva però di e­spiare le colpe), anche per quella “metafisica”, legata alla ricerca del sacro.

Le peregrinationes maiores si intraprendevano per raggiungere la Terra Santa (da dove i “palmieri” riportavano a casa la palma di Gerico), la città di Roma, capitale della cristianità e luogo di sepoltura dei Santi Pietro e Paolo (visitata dai “romei”) o la tomba dell’apostolo Giacomo, a Santiago di Compostela (la «casa di Galizia» di Dante). Dal pellegrinaggio si tornava con il testimonium, il documento che attestava il raggiungimento della mèta prefissata e che poteva avere rilevanza penale, perché dimostrava che il possessore aveva scontato la pena assegnata, che poteva essere quella di aver partecipato a un viaggio pericoloso come era, al­l’e­poca, il pellegrinaggio.

Una piccola digressione su uno dei simboli di pellegrinaggio più famosi, la conchiglia di San Giacomo. Chi andava a Santiago, arrivava alle vicine spiagge dell’Oceano Atlantico per raccogliere la conchiglia del pecten (o capasanta): era la concha de vieira, che veniva fissata sul cappello e sull’abito. Più tardi, di­ventò un simbolo universale, usato da molti artisti per permettere il riconoscimento, in un dipinto, di un santo pellegrino.

Antrodoco. Santa Maria extra moenia e il battistero di San Giovanni

I viaggi penitenziali a Roma erano denominati ad limina Petri: con questa designazione si intendeva anche la visita, resa obbligatoria da Papa Sisto V, che ogni tre anni – poi diventati cinque – i vescovi erano (e sono) tenuti a fare al Pontefice per relazionare sullo stato della loro diocesi.

Esistevano anche le peregrinationes minores, verso mète che, con spostamenti ridotti verso santuari minori, chiese e luoghi sacri “locali”, permettevano a un maggior numero di persone l’ “incontro” con il sacro.

Monastero di Greccio, qui avvenne la prima rappresentazione del presepio

La Via Salaria è rimasta fuori dagli itinerari legati ai grandi pellegrinaggi. Solo il monaco benedettino Matthew Paris, nel 1253, propose un tratto della Salaria come itinerario alternativo nel suo Iter de Londinio in Terram Sanctam, passando per Ro­ma. Nel Medioevo, la città di Rieti, lungo la Salaria, era un punto nodale per arrivare alla tomba di San Nicola, a Bari, o al santuario di San Michele sul Monte Gargàno (quest’ultimo percorso era la Via sacra Langobardorum, nome che ricorda il culto micaelico diffuso tra questa popolazione).

I segni della presenza cristiana. Ma torniamo all’argomento dell’articolo. Nel corso della sua inarrestabile espansione, il cristianesimo lasciò numerose testimonianze del­la sua presenza; erano catacombe, edifici sacri, edicole, immagini a ricordo dei martiri uccisi per la loro Fede. Per il limitato spazio a disposizione, qui sarà fatto un rapido riferimento solo ad alcune delle tante emergenze storico-devozionali che si incontrano lungo la Via Salaria e nelle immediate vicinanze, a partire da Rieti, centro dell’antica Sabina.

Le terme romane di Caporìo; a dx, la chiesa di Santa Maria in Cesonis (spiegazione nel testo)

La città di Rieti è il punto focale della cosiddetta Valle Santa, legata alla presenza di San Francesco d’Assisi che qui fondò diversi monasteri. Tra questi, il Santuario di Santa Maria della Foresta, vicinissimo alla città e nel quale il Santo compose la “lauda” del Cantico delle Creature (la più antica composizione poetica non anonima in italiano – volgare umbro), Fontecolombo, dove dettò a Frate Leone la Regula bullata Fratrum Minorum nel 1223 (tre anni prima della morte), e Greccio, dove realizzò il primo presepio, la notte di Natale dello stesso anno.

La prima stesura delle Laudes Creaturarum (1224) è un testo in volgare umbro (Cod. 338, Biblioteca del Sacro Convento di San Francesco d’Assisi)

Da Rieti, percorrendo la Salaria, si raggiunge, poco dopo le Terme di Cotìlia, il singolare edificio (in via di sprofondamento, da secoli) della chiesa di San Vittorino, sorta sul luogo del martirio del santo, soffocato dai vapori mefitici delle sorgenti solforose. Dall’altra parte della strada, i resti imponenti delle terme fatte realizzare da Vespasiano (sec. I) su una costruzione esistente da secoli, forse un tempio interetnico della dea sabina Vacuna. In epoca medievale, qui fu costruita una chiesa (sec. XII), della quale si vedono i resti a lato del complesso: la presenza di un culto cristiano rafforza la tesi della preesistenza di un santuario pagano (anche i pagani effettuavano pellegrinag­gi!): spesso, i siti dedicati della nuova religione sorgevano su antichi luoghi sacri pagani, cooptandone il culto.

All’interno dell’area archeologica affiora un lungo tratto dell’antica via Salaria. La carreggiata, larga più di quattro metri, era “tagliata” da un canale idraulico che però non impediva la viabilità (sui blocchi calcarei di copertura sono evidenti i solchi lasciati dal traffico dei carri).

Ad Antrodoco – l’antica Interocrium, importante (per l’epoca) raccordo viario per Amiternum, s’incontrano la splendida chiesa di Santa Maria extra moenia (menzionata fin dal sec. V) e il battistero di San Giovanni (articolo precedente, leggilo qui). Nelle Gole di Antrodoco, all’inizio del vorsus per Amiternum (oggi per L’Aquila), fu costruita la chiesa della Madonna delle Grotte (sec. XVII) sul sito di rinvenimento di «una sacra miracolosa Imagine nell’ottobre del 1601». Il legame con la comunità locale è rinnovato annualmente con una festa e con il rito collettivo della processione.

I resti della Salaria antica

Nel territorio amatriciano esistono due santuari rurali, mèta nel corso dei secoli di pellegrinaggi e manifestazioni devozionali (processioni) e attualmente in attesa di interventi di restauro per i danneggiamenti del sisma del 2016-17 (articolo precedente, leggilo qui). Anche in questo caso, si tratta di edifici eretti in luoghi di ierofanie mariane che avevano visto, muti e ammirati testimoni, «una fanciulla spaurita dall’infuriare degli elementi atmosferici» (alla Filetta) e pastori e viandanti (alla Madonna delle Grazie di Ferrazza, meglio conosciuta come l’Icona Passatora).

Ad Ascoli Piceno era possibile un percorso devozionale che aveva il culmine alle catacombe dove era stato sistemato, secondo il racconto agiografico, il corpo di Sant’Emidio decollato (articolo precedente, leggilo qui). La facciata barocca che tampona la cavità è opera del Giosafatti (sec. XVIII), a scioglimento di un voto degli ascolani al loro patrono che li aveva protetti dal terremoto del 1703; altri autori associano la protezione a un’epidemia di peste.

A Fonte Colombo San Francesco dettò la sua Regola

Lungo la valle del Tronto, a Stella di Monsampolo e sulla riva sinistra del corso d’acqua, era situata un’abbazia benedettina (articolo precedente, leggilo qui), vicino a un guado, sul luogo della probabile deviazione della Via Salaria dal lato sinistro a quello destro del Tronto: la strada risaliva dalla valle del Tronto verso le colline dell’attuale Abruzzo, recuperando antichissimi tracciati (A. R. Staffa, 2007). Sul posto c’era anche un antico hospitale per i pellegrini che volevano raggiungere il santuario mariano di Loreto, a settentrione. San Mauro è il nome del santo co-intestatario (l’altro è San Benedetto da Norcia) ma probabilmente il primo santo dedicatario è il più “antico” San Marone (sec. II).

L’icona Passatora a Ferrazza di Amatrice (la foto è del 2016, prima del sisma)

Arrivata a Castrum Truentinum, la Salaria deviava verso sud, per arrivare ad Hatria (l’attuale Atri); verso nord, la Via Salaria Picena era la via costiera che permetteva di raggiungere la Via Flaminia.

A Grottammare, troviamo un’altra chiesa mèta di pellegrinaggi di devoti: è l’abbazia di San Martino (secc. VIII-IX), sorta vicino a resti romani (forse il Cuprae Fanum di Strabone e Silio Italico) e alla cosiddetta Fonte del Latte (la dea Cupra era anche protettrice delle “fonti di guarigione”). A San Martino si poteva lucrare una grossa indulgenza, legata a un episodio che aveva visto protagonista Papa Alessandro III che, nel 1177, era scampato a una tempesta scatenatasi sull’Adriatico rifugiandosi presso i monaci di San Martino (l’episodio è rievocato dalla Sacra Giubilare che si celebra ogniqualvolta il 1° luglio cade di domenica – la prossima si terrà nel 2029). Il Pontefice aveva concesso un’indulgenza (confermata nel 1973 da Paolo VI) per un numero di anni pari ai granelli di sabbia contenuti nel suo copricapo: un’occasione da non perdere.

La chiesa “affondata” di San Vittorino

L’interno del santuario della Madonna delle Grotte (ph. Slow Bike Ascoli). Nel riquadro, l’immagine affrescata sopra il crocifisso dell’altare

 

 


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