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Avis, ottant’anni e non sentirli

ASCOLI - Dal 1939 l'associazione opera sul territorio in stretta connessione con il centro trasfusionale e per promuovere la cultura della donazione. Non solo di sangue
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Performance canora per festeggiare l’Avis

di Stefania Mistichelli

«L’Avis comunale nasce ad Ascoli nel luglio 1939, grazie alla volontà di un infermiere del trasfusionale dell’ospedale che voleva portare questa novità dell’epoca. Ascoli è stata una delle prima che ha aderito a questo progetto. Poi da lì il numero dei donatori è cominciato a crescere e man man, negli anni, si è andata costituendo una realtà che oggi rappresenta oltre trecento soci attivi, cioè donatori regolari, per un numero di tesserati che supera le novemila persone. Siamo l’Avis più grande nella regione Marche in termini di numeri e anche una di quelle più vecchie. A luglio abbiamo fatto 80 anni di storia».

Stefano Felice

Lo racconta con orgoglio Stefano Felice, presidente di Avis Ascoli da quasi otto anni, ora in scadenza, “come lo yogurt” scherza. A marzo 2021 è previsto il rinnovo delle cariche, per un’associazione un po’ sui generis rispetto alle tante altre che popolano il territorio italiano.

«Il socio dell’associazione è in primis un donatore, di sangue o di tempo – spiega – quindi si può essere soci Avis anche se, per motivi sanitari e non legati alla propria volontà, non si è idonei a donare, ma si desidera collaborare donando il proprio tempo. Si possono distinguere due status: quello dei collaboratori attivi e quello dei donatori regolari di sangue. Ad Ascoli i collaboratori attivi sono circa cinquanta tra consiglio direttivo, gruppo giovani e persone che contribuiscono in varie attività. Chi per ragioni sanitarie non può donare può comunque dare il proprio tempo, iscriversi all’associazione, avere il diritto di voto alle assemblee e candidarsi agli organi dirigenziali. Sotto questo aspetto, la nostra associazione è un po’ un anomalia nel mondo associativo, tanto che a livello statutario l’Avis nazionale ha avuto qualche problema a far riconoscere, come soci, anche coloro che avevano scelto di donare solo il sangue, perché secondo alcuni non farebbero attività all’interno dell’associazione. Da dire che a livello nazionale siamo quasi due milioni di soci. Poi questa criticità è stata superata».

La mission dell’Avis è, in primo luogo, la raccolta di sangue. «Per quanto riguarda l’attività donazionale – chiarisce Stefano Felice – anni fa facemmo la scelta di avere una segreteria che pensasse esclusivamente ad occuparsi del donatore. Oggi le due segretarie sono diventate i pilastri dell’associazione, preziosissime per noi: si occupano di tutto il pre e post donazione, dalle analisi predonazionali al mantenimento del contatto con i donatori durante tutto l’anno».

Oltre a gestire l’attività donazionale vera e propria, Avis promuove e organizza diverse iniziative sul territorio. «Tutte le attività che portiamo avanti – continua Stefano Felice – sono dettate dalla mission associativa di portare nuovi donatori all’associazione; annualmente si aggiungono circa 200-250 nuovi soci, ma altrettanti per ragioni sanitarie o personali smettono l’attività donazionale, quindi è importante riequilibrare questo numero perché le unità di sangue raccolte siano sempre sufficienti al trasfusionale. Tutto quello che facciamo oltre alla raccolta effettiva è la promozione».

In questa fetta di attività rientrano gli eventi e gli spettacoli, da quelli realizzati in collaborazione con la compagnia nata all’interno dell’Avis dei Donattori, agli spettacoli organizzate nelle piazze non solo di Ascoli ma anche dei comuni limitrofi (Folignano, Maltignano, Venarotta e Roccafluvione) che rientrano come competenza nella comunale di Ascoli, dalle passeggiate in montagna alle biciclettate, dagli spettacoli di danza fino alle gite associative. «Le gite in particolare – afferma il presidente – le facciamo sia per parlare di Avis con chi non è donatore sia per fidelizzare, cioè per mostrare ai donatori come potere essere più attivi all’interno della realtà associativa. Quindi ecco qui che negli anni si sono costituiti diversi tavoli di lavoro (scuola, spettacoli eccetera) e collaborazioni con tantissime associazioni sportive».

Nel periodo della quarantena, in una prima fase c’è stato il rischio che i donatori non si recassero al trasfusionale, proprio in virtù delle campagne del governo centrale che raccomandavano di evitare gli ospedali se non strettamente necessario. «I donatori giustamente ci chiamavano – racconta Felice – e il fatto di avere una segreteria operativa tutti i giorni ci ha aiutato tanto, perché abbiamo potuto rassicurarli sul fatto che il percorso dei donatori fosse riservato e sicuro. Poi, devo dire che c’è stato anche chi da questa pandemia ha avuto lo spunto per iniziare a donare, circa trenta-quaranta persone che si sono rivolte all’Avis chiedendo di poter effettuare donazioni. Naturalmente non è stato possibile, perché noi facciamo una donazione dove la salute del donatore viene prima di tutto, tanto che non facciamo da più di trent’anni le cosiddette raccolte occasionali . Al contrario, l’iter vuole che si cominci a donare solo dopo aver eseguito tutti i controlli sanitari. Questo non tanto per la qualità del sangue, perché la sacca viene controllata in ogni caso, ma proprio per tutelare la salute del donatore. Fondamentale per noi seguire questo iter, che è diventato prassi di tutta l’Avis nazionale anche se in alcune realtà, dove c’è una quantità immensa di ospedali e naturalmente la quantità di sangue non basta mai, si fa di tutto per raccoglierne il più possibile».

Sempre nel periodo della quarantena più di mille persone hanno vinto la paura e hanno donato. «Non siamo mai “andati sotto” – continua il presidente Felice – anzi, c’è stato un periodo nel quale abbiamo avuto anche un po’ di scorta. Questo è successo anche perché abbiamo mantenuto negli anni un rapporto con i donatori molto stretto, ne abbiamo molta cura, e loro hanno un rapporto meraviglioso con la segreteria e con noi dirigenti».

Sono le attività extradonazionali – ovviamente – ad aver risentito maggiormente del lockdown, con l’annullamento di tutte le manifestazioni e degli eventi. Tra queste, proprio la giornata del donatore, il 14 giugno, per la quale l’Italia si era candidata come paese ospitante. «A livello nazionale – racconta il presidente – era stata accolta l’idea della comunale di Ascoli del filo rosso, cioè di realizzare in tutte le piazze manifestazioni che avrebbero accumunato le diverse realtà italiane. Purtroppo, è una cosa che non si è potuta fare, ma la riproporremo sicuramente nei prossimi anni».

Infine, per ultimo ma non meno importante, l’Avis di Ascoli fin dall’inizio della pandemia ha deciso di destinare una quota economica per donare mascherine. «Un’idea che abbiamo portato a livello provinciale – conclude – perché tutte le Avis del territorio potessero aderire; con il provinciale di Ascoli abbiamo poi acquistato una fornitura adeguata per l’ospedale e per i nostri donatori. Ne abbiamo comprate parecchie e adesso le stanno utilizzando sia nell’ospedale di Ascoli sia di San Benedetto. Inutile dire che per noi il collegamento con l’Asur è sempre vivo, presente e importante».


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