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L’arte di Jim Yellowhawk in un libro made in Piceno: «La mia eredità Lakota»

SAN BENEDETTO - Una raccolta di settanta tavole a colori, attraverso le quali descrive il passato e il presente del suo popolo. “Lakota Spirit” è uscito per la casa editrice sambenedettese Mauna Kea

di Federico Ameli

Quello di Jim Yellowhawk è un mondo distante anni luce da quello che siamo abituato a conoscere. Cambiano le ambientazioni, i riferimenti culturali e il background storico e sociale, per certi versi anche in modo drammatico. Eppure, pur in un’atmosfera pervasa da suggestioni lontane, in una società ormai ampiamente globalizzata non mancano certo punti di contatto con la nostra società e motivi di interesse da parte di tanti appassionati impazienti di avere tra le mani la prima opera bilingue dello stimato artista lakota, che proprio qualche giorno fa ha portato il suo “Lakota Spirit” nelle principali librerie italiane.

Jim Yellowhawk con una copia di “Lakota Spirit”

Una raccolta di settanta tavole a colori, attraverso le quali Jim Yellowhawk descrive il passato e il presente del suo popolo. Da Toro Seduto alle Black Hills, passando per Cavallo Pazzo e i pow wow, Jim non rinuncia però a porre l’accento sulle problematiche della moderna società, quelle che, per forza di cose, sono ormai comuni agli “occidentali” come ai nativi americani.

Trattandosi, per una volta, di immagini e non solo di semplici parole – affidate per l’occasione, in modo tutt’altro che semplicisti peraltro, all’introduzione del disegnatore Marco Ghion e alla nota critica curata dall’artista Carlo Gentili -, sarà forse più opportuno che a introdurci nel suo personale universo artistico sia proprio colui che, con la sua immaginazione, ha dato vita ad alcune delle opere più significative del panorama culturale lakota.

«Fin da ragazzo sono stato attratto dalle arti» racconta Yellowhawk. «È un sogno che ho avuto fin da ragazzo, quando vivevo nella riserva del fiume Cheyenne nel Sud Dakota». Ne ha fatta di strada da allora il piccolo Jim, che col passare degli anni è riuscito lentamente a farsi strada nel mondo dell’arte contemporanea. D’altra parte, per uno che si fa chiamare Tawoihamble Kpago – che nel linguaggio lakota significa “colui che traccia i suoi sogni” – c’era anche un po’ da aspettarselo.

spirito lakota

La copertina del libro

Già a partire dal titolo, è facile intuire come l’appartenenza al suo popolo costituisca una delle chiavi di volta della sua espressione artistica. «Il mio lavoro è tutto incentrato sulla mia eredità di essere un Lakota» conferma Jim, che per l’immagine di copertina ha optato per una raffigurazione di Toro Seduto su uno sfondo di dollari capovolti. «È una sorta di manifesto, a significare che il denaro non è importante e mette appetiti che nuocciono all’uomo».

Pagina dopo pagina, Jellowhawk passa in rassegna le tradizioni, le cerimonie e la storia dei Lakota-Sioux, che appaiono meno distanti di quanto fosse lecito attendersi anche grazie all’importante lavoro di mediazione svolto dalla Mauna Kea, la casa editrice sambenedettese da sempre attenta alle problematiche connesse ai diritti umani e ai temi della cosiddetta “letteratura etica” (leggi l’intervista alla responsabile, Raffaella Milandri).

«Ho conosciuto Raffaella su Facebook – racconta Jim – e lei mi ha chiesto se fossi interessato a un libro sulla mia arte. È stato un onore per me essere invitato a rappresentare la mia cultura nel panorama italiano».

Come confermato anche dal successo di “Lessico Lakota”, il dizionario curato dalla stessa Milandri in collaborazione con Myriam Blasini e pubblicato sempre da Mauna Kea, l’interesse verso i nativi americani nel nostro Paese è in continua ascesa, suscitando l’attenzione di una fetta sempre maggiore di appassionati e semplici curiosi.

Tuttavia, in una situazione del genere, il rischio che suggestioni così lontane dalla mentalità europea possano essere in qualche modo fraintese o non recepite nella giusta maniera da chi vive dall’altra – la nostra – parte dell’oceano non può certo rappresentare un fattore trascurabile, ma Jim non sembra preoccuparsene troppo. «No, non ci penso, faccio solo quello che amo. L’arte parla a tutti in modo diverso».

Come già anticipato, modernità e attualità, per certi versi un po’ a sorpresa, si fondono nell’immaginario artistico di Yellowhawk, che tra le settanta opere scelte per far parte di “Lakota Spirit” inserisce anche un’emblematica “I Wonder if they Had Facebook Back in the Day”, dedicata al social network che, tra le altre cose, ha dato i natali al sodalizio tra lo stesso Jim e l’editrice Raffaella Milandri.

«Amo combinare entrambi i mondi, il passato e il presente, provando a pensare a cosa direbbero i miei nonni. Sostengo la comunità e i giovani in diversi progetti: ad esempio, mi è stato chiesto di lavorare con i giovani lakota in un progetto che coinvolge la pittura di un “tipi”- una tradizionale tenda indiana. Inoltre, ho lavorato anche con alcune scuole di Svizzera e Nuova Zelanda, condividendo la cultura e la danza lakota».

“Stay at Home”

Un altro tema che – purtroppo – non poteva mancare è quello rappresentato dall’emergenza sanitaria ancora in corso, che Yellowhawk ha reinterpretato nel suo “Stay at Home”, un appello particolarmente in voga nelle ultime settimane. «Ho realizzato diversi lavori sul Covid-19. Come artista, trovo che l’arte sia un modo per guarire me stesso e gli altri che osservano il mio lavoro: l’arte è guarigione. Ogni giorno esco di casa, ma in questi tempi incerti cerco di tenere sempre alta la guardia».

Da qualche giorno a questa parte, per Jim si sono spalancate le porte del mercato editoriale italiano, in cui approda con un’opera senza dubbio diversa da quelle che siamo abituati a sfogliare, ma non per questo meno degna di attenzione. «Sono umilmente onorato di vedere pubblicata la storia della mia vita attraverso l’arte in un’altra parte del mondo. Spero che il pubblico italiano riesca ad apprezzala».


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