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Chiara Galiffa racconta la sua “Storia gotica”

SAN BENEDETTO - La diciottenne studentessa del liceo classico “Giacomo Leopardi”, vincitrice della prima edizione del concorso letterario “Opera Prima”, è ospite della nuova puntata della rubrica “Leggi che ti passa”

di Federico Ameli

Altra domenica all’insegna dei libri e dei giovani talenti del territorio, che questa settimana ci porta a fare tappa a Villa Rosa di Martinsicuro. Da qualche giorno, infatti, ha debuttato nelle librerie e negli store online “Una storia gotica” di Chiara Galiffa, studentessa del liceo classico “Giacomo Leopardi” di San Benedetto, che lo scorso anno si è aggiudicata il premio “Opera Prima indetto dall’associazione Omnibus Omnes.

Dopo aver sbaragliato la concorrenza con l’atmosfera tipicamente ottocentesca del suo libro e una storia che, seppur molto lontana dal nostro tempo, pagina dopo pagina si rivela coinvolgente e tutt’altro che anacronistica, per la giovane Chiara è arrivato dunque il momento della meritata pubblicazione con la casa editrice Mauna Loa (leggi la presentazione del progetto editoriale), realizzando un sogno inseguito già da qualche tempo.

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Chiara Galiffa

«Prima ancora di essere conseguenza della passione per la lettura, – racconta l’autrice – il mio interesse per la scrittura, è nato come una sorta di bisogno, o soluzione nei confronti della mia timidezza. L’introversione, con cui convivo da molto tempo, è spesso fonte di problematicità nell’esprimermi, e la scrittura è lo strumento con cui sono sempre riuscita ad aggirare ogni difficoltà. Buttare giù le idee, cancellarle, riscriverle, cambiare e riordinare le parole senza limitazioni è spesso e volentieri una necessità, quasi terapeutica, che ho.

Poi, senz’altro, con lo scorrere degli anni e con l’avanzare della mia formazione scolastica, l’essere un’assidua lettrice ha sicuramente influito sul mio avvicinarmi al mondo delle lettere e mi ha spinta a desiderare, talvolta, di scrivere io stessa un libro. Forse ho partecipato ad Opera Prima proprio per omaggiare questa passata fantasia, per tentare di dare una possibilità a quell’immagine che mi vedeva autrice di qualche romanzo».

Se lo scopo era quello di scrollarsi di dosso un po’ di timidezza, già dalle prime righe dell’impianto epistolare e di stampo diaristico architettato da Chiara Galiffa per la sua storia gotica e, in particolare, dalla sorprendente maturità di espressione dimostrata dalla giovane autrice si intuisce che, nonostante l’età, la ragazza non ha nulla da invidiare ai colleghi più esperti e smaliziati. Obiettivo raggiunto, almeno per quanto ci riguarda.

Tra lettere e pagine di diario scritte dagli stessi protagonisti, Chiara ripercorre le vicende tipicamente ottocentesche di Meredith Stevens, giovane londinese che per via di un’indole “poco incline alla materialità del cosmo” sceglie di rifugiarsi a Breborough, nella villa che fu di suo zio Abraham, in compagnia del solo George Ashton, il valletto. Ben presto, però, la sua permanenza verrà sconvolta da una serie di visioni e di esperienze… gotiche, come il titolo stesso del libro suggerisce neanche troppo velatamente.

«Il gotico, inteso come genere letterario, comprende, da definizione, temi quali la morte, il soprannaturale, l’orrido, le ambientazioni misteriose, il male e le profezie di natura mistica – spiega Chiara Galiffa -. Ciascuno di tali elementi si staglia su uno sfondo che fa riferimento al cosiddetto “sublime”, ovvero quel terrore in grado di affascinare, di generare le più forti delle passioni che l’animo umano sia in grado di sentire.

Il mio interesse per i temi gotici è forse innato, in quanto ricordo di averne sempre sentito la presenza. Potrei probabilmente parlare di una vera e propria inclinazione, che mi ha sempre portata ad amare incondizionatamente il macabro, in tutte le sue declinazioni. Nel brivido e nella vaghezza dell’inumano risiede, almeno per quanto mi riguarda, la vera bellezza.

Tuttavia, per quanto io ami il mistero, l’immaterialità e tutto ciò che si spinge al di là del confine della conoscenza umana, credo anche che il gotico non si possa ridurre esclusivamente a questo, ad un insieme di elementi volti a suscitare un terrore piacevole. Il gotico, per me, è un vero e proprio strumento di comprensione del reale.

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La copertina del romanzo

Ho spesso trovato nell’intangibilità delle ambientazioni gotiche alcune intuizioni illuminanti, che mi hanno aiutata a comprendere, forse in modo antifrastico, il meccanismo del mondo materiale. Non ho la pretesa di essere riuscita a cogliere tutto questo attraverso il mio breve romanzo, ma di certo sarebbe bello se il lettore riuscisse ad intuire l’aspetto più riflessivo e profondo che si cela dietro al gotico, a superare il brivido “narrativo” ed a sfruttare l’occasione per rivolgere a sé stesso qualche domanda».

Sulla base di quanto appena sostenuto dall’autrice, non è poi così difficile capire come, nello scontro ideologico tra materialismo e sovrannaturale che pervade le pagine del romanzo, Chiara si schieri apertamente dalla parte di Meredith Stevens, che sulla scia dello zio Abraham decide di scostarsi da convinzioni e convenzioni tipiche del suo tempo per andare lucidamente incontro al suo destino. Un personaggio moderno e complesso quello della giovane Stevens, che affonda le sue radici nei primi esperimenti letterari della scrittrice di Villa Rosa.

«Miss Stevens è un personaggio a cui sono particolarmente legata e che rendo parte dell’intreccio dei miei racconti da molto tempo. Miss Stevens non è nata durante la stesura di “Una storia gotica”, ma in occasione di un breve esercizio di scrittura svolto diversi anni fa. Avevo bisogno di un personaggio che potesse farsi portavoce dei miei ideali, che incarnasse quei pensieri di natura macabra di cui temevo l’altrui giudizio.

Ho sviluppato così la personalità di Meredith, una figura dai connotati fisici poco definiti, nella mia mente quasi immateriali, principalmente caratterizzata dalla sua capacità di trovare sicurezza nella diversità. Da allora, Miss Stevens è una sorta di presenza costante, una confidente immaginaria che mi aiuta a mettere in ordine le mie riflessioni spesso confuse. E, in effetti, definirei il suo esserci come catartico, in quanto scrivere di lei e con lei ha sempre avuto un certo effetto purificatorio.

Gran parte di ciò che è scritto nelle pagine del suo diario proviene dalle pagine del mio e talvolta, scrivendo di lei, dimentico di star interpretando la coscienza di un personaggio immaginario, o forse vi entro così in sintonia da imbattermi nei miei stessi pensieri. Miss Stevens è stata spesso e volentieri un mezzo con cui interrogarmi e conoscere me stessa. E credo che lo sarà ancora per molto».

Al netto di una spiccata sensibilità artistica, il cammino di una giovane autrice alle prese con l’esordio letterario è quanto mai ricco di insidie. È Chiara stessa a raccontarlo, spiegando come dietro un linguaggio ricercato e perfettamente in linea con i tempi si celi un profondo lavoro di ricerca. In questo senso, non manca neppure una critica all’impostazione scolastica dei nostri giorni, che troppo spesso fatica a guardare oltre gli schemi precostituiti.

«La difficoltà più grande è stata sicuramente quella di riappropriarmi del piacere della scrittura creativa e dell’uso dell’immaginazione. Il linguaggio cerca di riproporre quello di gusto ottocentesco, e spero di essere riuscita a suggerire tale percezione.

Se c’è qualcosa che desidero cambiare nell’attuale sistema scolastico è la scarsa attenzione nei confronti della creatività, non solo letteraria. Forse non tutti gli studenti troveranno affinità con le mie parole, ma crescere e proseguire il percorso scolastico, a seguito della scuola primaria in poi, è stato sinonimo, per me e per molti dei miei coetanei, di una sorta di repressione dell’immaginazione, a favore dello sviluppo di uno spirito analitico, critico e razionale. Il che è anche corretto, ma talvolta opprimente.

E nonostante io senta un profondo senso di inadeguatezza nei confronti di tutto ciò, non ho potuto evitare di lasciarmi trascinare dall’impostazione scolastica e mettere da parte la creatività, quasi dimenticandone il meccanismo. Scrivere “Una storia gotica” è stato dunque motivo di distacco dalla scrittura intesa come capacità argomentativa. Ed è stato senz’altro piacevole, direi liberatorio, ma sicuramente difficoltoso e a volte disorientante».

Chi invece deve stare attento a non perdersi nelle sublimi atmosfere del libro è proprio il lettore, chiamato a mettere da parte i propri retaggi di stampo materialista e a lasciarsi trasportare in un viaggio verso Breborough all’insegna dell’abbandono di ogni preconcetto. Non sarà semplice, ma ci penserà Chiara a condurvi dove le etichette finiscono per perdere di significato.

«Alla base di “Una storia gotica” – rivela la giovane scrittrice – c’è la volontà di creare un intreccio, semplice e senza pretese, che possa esprimere la mia attuale visione della realtà. Nel corso degli anni ho imparato a rendermi conto dell’impossibilità di tracciare una netta distinzione tra “buoni” e “cattivi”.

Credo, piuttosto, che sia necessario mettere fine alla separazione tra “bene” e “male”, in quanto, a mio avviso, sono inesistenti come entità distinte. L’una è parte intrinseca dell’altra. È come se ciascuno dei due concetti avesse, al suo interno, il potenziale di trasformarsi nel suo opposto. Ed è proprio questa la chiave di lettura che vorrei guidasse l’interpretazione dei personaggi della mia storia: Meredith sembra volgersi verso ciò che è tendenzialmente considerato maligno, mentre George appare come il benefattore di turno, orgoglioso della sua moralità pura e corretta.

I loro ruoli, tuttavia, vengono presto invertiti. Se Meredith riesce a trovare la sua pace e a portare a compimento la sua natura pacifica attraverso l’orrore, qualcun altro finisce per trasformarsi in un mostro tramite l’ostentazione della purezza».

C’è ancora tempo per pensare a ciò che verrà una volta concluso il percorso di studi al liceo classico di San Benedetto, ma con tutta probabilità, in un senso o nell’altro, il mondo della letteratura sembra ancora destinato a far parte della vita di Chiara Galiffa.

«In futuro mi piacerebbe lavorare come traduttrice di testi letterari, magari dal cinese, che è una delle lingue che più mi affascina. È il mio attuale sogno nel cassetto.

In ogni caso continuerò di certo a coltivare il piacere della scrittura, con racconti, storie, diari, forse romanzi: ho tante idee e tanti progetti, alcuni iniziati e mai conclusi, altri solo in forma di concetti nebulosi ed ancora incompiuti. Quasi tutti hanno a che fare con il mondo dell’esoterismo e dell’immaginazione macabra.

Non so, tuttavia, se tali miei progetti vedranno mai pubblicazione, lascio piuttosto che sia il tempo a decidere. Se ci sarà opportunità di pubblicare altro, coglierò sicuramente l’occasione».


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