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Caregiver e le insidie della pandemia,
la dottoressa Petritola: «Forte stress»
«Devono chiedere aiuto»

EMERGENZA CORONAVIRUS - La neurologa spiega i rischi dell'isolamento forzato che accentua le turbe comportamentali del malato. Mette in evidenza le carenze di aiuti socio-sanitari e le difficoltà economiche. «Il problema poi si trasforma in dramma se il Covid bussa alla porta»
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di Stefania Mistichelli 

Gli effetti collaterali della pandemia. Quello che può sembrare un gioco di parole è invece, purtroppo, una triste realtà, che riguarda in modo diverso tutta la popolazione, costretta a vivere tra la paura del contagio e la frustrazione dovuta alle restrizioni cui siamo costretti.

Donatella Petritola

Una condizione che si amplifica in quelle case dove il disagio era già presente prima, a causa della presenza di un familiare affetto da demenza. Situazioni difficilissime, rese ancora più ingestibili in questo periodo di limitata mobilità e servizi necessariamente ridotti se non addirittura sospesi.

È la condizione in cui versano i caregiver, categoria di cui si è tanto parlato anche in relazione alla campagna vaccinale. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Donatella Petritola, neurologa, che tutti i giorni si occupa proprio di demenza.

Qual è, secondo la sua esperienza, la situazione dei caregiver in questo momento? 

«Innanzitutto spieghiamo che i caregiver, un termine anglosassone ormai entrato stabilmente nell’uso comune, sono coloro che si prendono cura di qualcuno gratuitamente perché, solitamente, è un parente stretto. In particolare, durante le restrizioni di uscita (zona arancione poi rossa), il caregiver ha dovuto gestire situazioni complesse con un aggravio di stress. La domiciliazione forzata, infatti, ha portato nel malato ad un peggioramento delle turbe comportamentali come l’agitazione, l’aggressività, l’irrequietezza, il wondering, gli affaccendamenti non finalizzati, gestite dal caregiver che in più si è trovato a vivere una convivenza forzata con altri familiari, magari in spazi ristretti e con la presenza dei figli a casa per la chiusura delle scuole, la Dad, in cui i ragazzi richiedono concentrazione e silenzio, spesso rotto dalle urla o da comportamenti inadeguati del malato che genera anche irrequietezza, facile irritabilità nel ragazzo stesso.

Quali altri problemi avete registrato? 

«Altro grande disagio, oltre le difficoltà economiche aumentate e l’incertezza sul futuro lavorativo, è quello relativo alle problematiche sanitarie, quale la difficoltà nel disporre di aiuti socio-sanitari come l’assistenza domiciliare o anche l’accesso agli ambulatori per visite e rinnovo per le necessarie terapie.
Un enorme problema che, poi, si trasforma in dramma quando il Covid bussa alla porta. Cure e assistenza diventano impossibili da affrontare se ad ammalarsi è proprio chi si prende cura dell’anziano o del malato, che non può rimanere solo a casa senza aiuti, o se ad ammalarsi è proprio l’anziano con grande difficoltà a mantenerlo isolato, ad abituarlo all’uso della mascherina, alla disinfezione delle mani. Un altro dato drammatico è emerso in relazione alle persone con disabilità che si trovano in strutture residenziali, in cui ancora spesso non c’è l’autorizzazione a tornare a far visita ai familiari residenti in strutture protette».

E dal punto di vista psicologico?

«Dal punto di vista psicologico i caregiver si sono trovati a portare un enorme carico assistenziale, da soli, spesso non riuscendo a recuperare le energie fisiche ed emotive per sostenere il proprio congiunto, lamentando spesso sentimenti di ambivalenza come amore/odio, rabbia, frustrazione da cui poi originano sentimenti di colpa, e depressione».

Quali sono i segnali che queste persone possono riconoscere e ritenere importanti per decidere di chiedere aiuto?

«In primo luogo, credo che un caregiver debba essere sostenuto fin dall’inizio della malattia del proprio caro, per evitare l‘isolamento sociale che porta questa malattia, legato alle tante rinunce fatte di relazioni sociali: non c’è più il tempo per gli altri, spesso solo per accudire il proprio caro molti addirittura lasciano il lavoro, per timore di esporlo alle critiche degli altri. In questo periodo l’isolamento è ancora più forte perchè oltre che le restrizioni di uscita, legate anche alle difficoltà che i pazienti affetti da demenza hanno nel rispettare le norme igienico sanitarie come il tenere la mascherina e la distanza, c’è anche la chiusura di centri diurni, per cui l’assistenza è 24 ore su 24. In più, molte badanti hanno lasciato l’Italia per ricongiungersi ai propri familiari, lasciando quindi il carico al solo familiare.
Per tornare alla domanda, i segnali che da non sottovalutare per la richiesta di aiuto sono la depressione del tono dell’umore, quindi la perdita dello slancio vitale, il “faccio tutto per forza”, l’insonnia, il senso di solitudine ed impotenza».

Possiamo indicare a queste persone i servizi cui rivolgersi per avere aiuto?

«In primo luogo, ci si può rivolgere al proprio medico di base che sicuramente indirizzerà nel miglior modo possibile. Ci sono, poi, i servizi ospedalieri, cui si accede con la richiesta del medico di famiglia se rileva aspetti clinici da valutare e trattare. Inoltre, circa un anno fa è nata ad Ascoli “Anchise”, associazione di volontariato di familiari affetti da demenza, di cui sono vice presidente (il presidente è il dottor Adelmo Tancredi) che affianca e integra, ma non sostituisce, i servizi ospedalieri. Chi fosse interessato può consultare la nostra pagina Facebook “Associazione Anchise”. In questo periodo così particolare abbiamo cercato di essere vicini ai familiari offrendo degli incontri on line di auto mutuo aiuto, guidati da due psicologhe, Sabrina Vici e Antonella Vagnoni, ogni lunedì alle 16,30 su Skype».

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