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“Atmavictu”, Eyor racconta il suo viaggio
Dall’ombra di Poe ai miti greci:
«Così ho attraversato la palude»

MUSICA - Il rapper ascolano dà alle stampe un disco intenso e sofferto prodotto da James Logan e Vincenzo "Kosmo" Civita. Dieci brani sospesi tra mitologia, psicologia e letteratura ma soprattutto anima che gronda: «Dentro ci sono gli ultimi 4 anni della mia vita»

di Luca Capponi 

Psicologia, mitologia, filosofia, letteratura. Ma soprattutto tanta anima, cioè ciò che conta maggiormente per chi fa musica. C’è questo, e molto altro, nel disco di esordio di Eyor, all’anagrafe Giorgio Scaramucci.

Giorgio Scaramucci, in arte Eyor

Che arriva dopo i singoli “William Wilson” e “Atmavictu“: proprio l’ultimo dà il titolo all’album, prodotto da James Logan e Vincenzo “Kosmo” Civita.

Avvertenze: non è “solo” hip hop. Il motivo è lo stesso Eyor a spiegarlo.

«Dentro ci sono 4 quattro anni della mia vita, dove racconto, senza sminuire, anche quelle che sono state le mie sofferenze, i miei vissuti -dice il ragazzo, nato nel 1996-. È un viaggio segue tappe specifiche introdotte dal monologo iniziale “Chi sono io?” e dal momento di accettazione dell’ombra di “William Wilson“, in cui scrivo una lettera a quella parte di me che ho sempre disconosciuto, per tornare a riappropriarmi del lato creativo».

E a proposito di “William Wilson”, ecco uno dei tanti (e interessanti) riferimenti operati da Eyor nel disco: il titolo, infatti, è ripreso dall’omonimo racconto capolavoro di Edgar Allan Poe. Ma, come detto, citazioni e spunti emergono tra un verso e altro, in quello che è un excursus che mostra maturità artistica e grandi potenzialità.

La copertina del disco

Dalla sofferta “Ieri e oggi” (“Accattavo affetto dai sorrisi a buon mercato, che è come rovistare nelle tasche di un gitano, elemosinavo approvazione da ogni estraneo, solo per sentirmi più speciale e meno strano”) fino alla storia finita di “27 gennaio” e a “Più forte del cielo”, scritta dopo una crisi di panico.

C’è vita in “Atmavictu”. E alla fine si finisce inevitabilmente per parteggiare per Eyor, per le sue delusioni, per i pugni in faccia presi a tradimento, per i moti di coscienza, per la voglia di combattere. Giusto o sbagliato che sia, il saper coinvolgere non è cosa da tutti. E nel “Fiore di loto” sta la conclusione.

«È il cacciatore che uccide la pantera, il compimento del viaggio dell’eroe, l’uscita dalla palude -aggiunge Eyor-. Per esprimere questo concetto ho scelto l’unico elemento decorativo presente nelle zona paludose, che si appoggia sulle foglie, sospeso, un fiore maestoso, prima del monologo finale di “Io sono”».

Curiosità. Ogni brano del disco è accompagnato da un modello in 3D realizzato dal Not Found Studio, a metaforizzarne il mood. Da Edipo che intraprende la sua corsa alla statua di Dioniso, da Ade che strige Proserpina nella sua inalienabile necessità fino a Laocoonte e alla sua lotta contro i serpenti.

 

Eyor e il suo demone creativo: il nuovo singolo è “Atmavictu”


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