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Le storie del Pride, Irene si racconta:
«Sono lesbica,
mi trattavano da indemoniata»

LA RAGAZZA 35enne abita in Vallata del Tronto con la sua ragazza. La scoperta di sé, la fuga dalla prigione interiore e il muro dei genitori: «Ho subito insulti e indifferenza, una volta mi lasciarono fuori di casa per 10 ore. La famiglia non è chi ti genera ma chi ti ama incondizionatamente ed io ho scelto di trovarne una in Claudia»
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di Marzia Vecchioni 

 

Questa è una storia complessa e faticosa. Lei è Irene, ha 35 anni e abita in un paese della Vallata del Tronto. Vuole rimanere anonima perché la sua esperienza metterebbe in cattiva luce i suoi genitori e le persone a lei vicine.

Comincia a farsi delle domande su di sé alla fine della scuola media, ma non ha ancora le idee chiare.

«All’epoca non c’era Internet, non esistevano, quindi, i social. Informarsi era impossibile per una ragazzina di 13 anni -racconta-. Decisi di tenere tutto per me. Ero certa che a casa non mi avrebbero potuta aiutare. I rapporti con i miei genitori erano buoni ma piuttosto freddi per quanto riguardava gli argomenti dell’educazione sessuale. Arrivata alle superiori riesco ad avere alcuni contatti con altre ragazze lesbiche e comincio ad avere consapevolezza di me».

L’adolescenza è un periodo delicato. Il rapporto con i genitori può essere costellato da incomprensioni e scontri duri.
È il caso di Irene che si chiude a riccio. Vive il suo orientamento sessuale nel più assoluto segreto, non si confida neppure con i suoi compagni di scuola o con i suoi amici.

«Avevo il terrore di non essere capita, che mi avrebbero insultato e preso in giro per sempre -ricorda ancora Irene-. Ho pensato che se l’avessi raccontato, non potendo tornare più indietro, avrei rovinato la mia vita. Quindi ho continuato a tenermi tutto dentro. Nessuno dei miei conoscenti aveva fatto un coming out, quindi stava iniziando a insinuarsi dentro di me un pensiero pericoloso, quello di essere “sbagliata”».

E infatti questa paura porterà Irene a tenersi dentro questo segreto per molti anni ancora. Nel frattempo prova a mettersi insieme ai ragazzi. Ha due relazioni lunghe, dei veri e proprio “fidanzamenti”. Il primo rapporto non si può definire una “storia romantica”.

Molte volte le coppie omosessuali subiscono discriminazioni

«I rapporti sessuali erano uno sfogo ormonale (eravamo nel pieno dell’età adolescenziale), nulla a che vedere con un coinvolgimento romantico -spiega-. Per me è stato meglio che anche il ragazzo con cui stavo non fosse trasportato emotivamente perché non avrei potuto dargli altro».

La storia dura tre anni, dopodiché, Irene lo lascia. Decisa a non “uscire fuori” si fidanza con un alto ragazzo. La storia durerà 9 anni.

«È stato traumatico a tratti -racconta ancora la ragazza-. In alcuni periodi nascondere ciò che ero anche a me stessa mi ha destabilizzato e ha compromesso la mia serenità. Nell’idea errata che avevo, dovevo sforzarmi ad essere etero perché così ero sbagliata. La società mi voleva così, l’unica cosa che poteva essere accettata di buon grado».

Nel 2016 al lavoro, ha una nuova collega; Claudia, una ragazza lesbica.

«Comincio a parlare con lei nelle pause lavorative e nei momenti privati ci scriviamo e usciamo insieme -dice-. Le nostre conversazioni sono libere, prive di ogni giudizio. Mi sento di poter essere me stessa. Le racconto tutto e lei riesce a darmi la sicurezza di cui ho bisogno per liberarmi dalla mia prigione interiore».

Forte di questi avvenimenti, decide di confidarsi anche con il suo ragazzo. Lui non ha, però, la reazione comprensiva che si aspetta Irene. «Gli dissi che forse ero bisessuale e che cercavo di “capirmi” -va avanti Irene-. Fu terribile. Iniziò ad insultarmi. Avendo lui una forte educazione cattolica e frequentando molto gli ambienti di chiesa, le offese furono di tenore religioso. “Sei indemoniata”, “Devi confessare tutto ad un prete”, “Trovati un padre spirituale che ti liberi dai tuoi demoni”».

Un momento del Pride tenutosi di recente a San Benedetto per manifestare contro la discriminazioni

La situazione degenerò perché non c’era un’uscita che facesse con lui in cui non venisse insultata e disprezzata. Irene decise così, di confidarsi con alcuni preti durante le confessioni che possono essere fatte prima di una messa. Gli “aiuti” consistettero in frasi tipo di “è una fase della vita, ti passerà” o “potresti frequentare i nostri incontri per tornare sulla retta via, aiutiamo i ragazzi a cambiare le proprie idee malsane in pensieri accettati dal nostro Signore”.

«Ero nel pallone più totale -ricorda-. Ero insultata dal mio ragazzo, la chiesa non tendeva la mano verso una sua creatura bisognosa come invece tante volte avevo sentito dire durante le omelie. Per giunta, nel frattempo, mi stavo innamorando di Claudia. Anche se non avevo alcuna certezza, lascio il mio ragazzo e mi confido con i miei genitori».

Lì inizia il periodo più duro per Irene. Viene attaccata da subito e comincia a subire pressioni per far sì che cambi opinione e torni sui suoi passi, rimettendosi con l’ex ragazzo.

«Fu frustante -ribadisce Irene-. Non provarono neppure a capire. Ersero un muro e iniziarono a inveire contro di me. Fu solo l’inizio. Da lì, purtroppo la situazione degenerò. Nei mesi successivi, da parte dei miei genitori, ci furono litigi accesi, prese in giro, violenze verbali e fisiche e forti restrizioni. Iniziarono a dirmi che lavorando ed avendo un mio stipendio dovevo collaborare economicamente in maniera attiva, perché stando sotto il loro tetto ero un’ospite e attaccandosi al fatto che fossi una figlia degenere perché lesbica la richiesta economica sarebbe stata alta. Dovevo pagare tutte le bollette, dare soldi per la spesa settimanale, consegnare spesso una cifra forfait solo per il fatto che vivevo nella loro casa; a fine mese rimaneva ben poco del mio, già basso, stipendio».

«La situazione, inoltre, era particolare -ammette-. Dovevo cucinare per me stessa mangiando da sola, i miei panni sporchi li dovevo lavare io in lavatrice, perché mia madre si comportava come se in casa non esistessi. Pretendevano, inoltre, che pulissi casa in maniera continua e prolungata ogni giornata. Nel lavoro dell’epoca facevo lo stagionale in uno chalet a 45 ore settimanale senza giorno libero. Immaginate di tornare a casa dopo dì più di otto ore, avere due genitori che ti ignorino, che non ti chiedano nulla della tua giornata lavorativa e dei tuoi sentimenti, che appena si crei un pretesto ti attacchino e che ti rivolgano la parola solo per chiederti soldi o per pulire la casa. Cambiai lavoro perché la situazione era stressante, e non riuscivo a gestire le due cose».

«Iniziarono poi a pormi dei limiti nell’uscire, appena staccavo da lavoro dovevo tornare a casa, le poche volte che potevo uscire la sera dovevo tornare alle 23 al massimo -dice ancora-. Avevo 29 anni, era avvilente per me, rendermi conto che a questa età subivo un trattamento da parte dei miei genitori, come se fossi un’adolescente ribelle di 16 anni».

Nel frattempo Irene, si mette insieme a Claudia e inizia a vivere due vite parallele, non racconta nulla ai suoi genitori e quando le due ragazze escono insieme per il paese cercano posti nascosti per non farsi scoprire.
La situazione in casa non migliora per Irene, anzi, si aggrava. I genitori iniziarono ad aggredirla verbalmente sempre di più, arrivarono a chiuderla fuori di casa inserendo un blocco della chiave per non farla rientrare.

«Una volta mi spinsero fuori casa alle 11 della mattina e decisero di togliere la chiave dall’interno verso le 21; rimasi 10 ore fuori casa -spiega Irene-. In un’altra occasione, siccome mi spinsero fuori casa in pieno luglio, ed essendo una giornata molto calda, da 40 gradi, decisi di passare molte ore chiusa nel garage sotterraneo di casa per stare al fresco. Fortunatamente i miei non sospettarono nulla, altrimenti mi avrebbero cacciato anche da lì. Decisi di andarmene di casa a settembre. Andai a convivere con Claudia, e iniziammo a vivere la nostra vita insieme».

Il rapporto con i suoi genitori, è stato costellato, in questi anni, da momenti di presunta e momentanea riappacificazione a momenti di vera e propria rottura.

«Ho dovuto subire insulti da mia madre tramite telefonate e messaggi minatori sul cellulare, derisione a livello sessuale -racconta-. I messaggi erano di questo tenore “Che rapporto stupido e schifoso rappresenta il sesso tra due donne”, “Hai bisogno di un uomo e del suo pene”, “Andrai a finire all’inferno”, “Se non ti rimetti sulla giusta via Dio ti punir”, “Tu e quella lesbica schifosa con cui vivi penerete le pene dell’inferno perché verrete punite per il vostro atteggiamento”».

«Mio padre è sempre stato freddo e scostante quando gli chiedevo un confronto -conclude Irene-. Attualmente non ho rapporti con i miei genitori. Sono mesi che non si scrivono neppure un messaggio. Mi dispiace dirlo ma senza i loro insulti, le loro prese in giro e le loro minacce vivo la mia vita serenamente. Non sono sotto pressione e non mi sento costantemente attaccata. È dura dirlo, ma la famiglia non è chi ti genera ma chi ti ama incondizionatamente. Non ho potuto scegliere i miei genitori ma ho scelto di trovarne una in Claudia».

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