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Le vie tratturali,
patrimonio di cultura
e di tradizioni

SECONDA PUNTATA sul secolare fenomeno della transumanza: dai tratturi al bastone sacro del pastore, dalle chiese alla "dogana delle pecore", dalle Marche all'Abruzzo fino ad arrivare alla Puglia
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Pecore al pascolo (ph. C. Ricci)

di Gabriele Vecchioni

Nell’articolo precedente (leggi qui) abbiamo visto le linee generali di questo fenomeno epocale, la transumanza. In questo pezzo approfondiremo alcuni suoi aspetti caratteristici.

Incontri. Escursionisti risalgono i pascoli della montagna ascolana

Nel Breve discorso del principio, privilegii, et instruttioni della Regia Dogana della mena delle pecore di Puglia, del 1666, la consuetudine della transumanza è fatta risalire ai Romani, «et in tempo della seconda guerra Punica (III sec. AC); nel qual tempo medesimamente le pecore si locavano, l’inverno nella Puglia, e l’estate in Apruzzo, come hoggi dì…».

L’anno doganario si apriva nel giorno di San Michele (il 29 settembre); «… le dogane, poi, chiudevano i registri il 23 giugno, festa di San Giovanni, quando greggi e pastori avevano ormai raggiunto i pascoli d’altura sui monti d’Abruzzo (R. Zaccagnini, 2012)». In altre parole, i pa­stori ri­salivano in primavera i sentie­ri che avevano di­sceso in autunno verso le co­ste adriatiche. Della devozione dei pastori e la figura di San Michele (l’Angelo) abbiamo trattato più volte (leggi qui l’ultimo articolo).

Pascolo estivo al Vallone della Montagna dei Fiori

I tratturi, patrimonio di cultura e di tradizioni. Le vie della transumanza erano i tratturi (le cosiddette “vie d’erba”, già denominate calles oviariae), un termine che indicava il privilegio, previsto nei codici degli imperatori Teodosio e Giustiniano, del libero passaggio dei pastori sui sentieri pubblici e derivato, probabilmente, dal verbo trahere (portare); i sentieri erano larghi poco più di 100 metri, e da essi si staccavano percorsi secondari (i tratturelli e i bracci).

Il termine “tratturo” è una deformazione fonetica del termine latino tractoria, pre­sente già du­rante gli ul­timi secoli dell’Impero Romano. I tratturi furono descritti in maniera poetica («E vanno pel tratturo antico al piano/ quasi per un erbal fiume silente/ su le vestigia degli antichi padri…») da Gabriele D’Annunzio nella sua poesia I pastori che tutti (almeno quelli di una certa età) abbiamo studiato a scuola; la loro utilizzazione è parte integrante della cultura abruzzese e molisana, tanto che alcuni tratti dell’an­tico percorso sono protetti da una legge della Regione Molise, a testi­mo­nianza dell’economia agricola del passato. La transumanza conduceva annualmente milioni di pecore dall’Abruzzo in Puglia (fino a 5 milioni di capi, secondo i Registri della Dogana della fine del XV secolo).

Un gregge di ovini e il suo conduttore, il rumeno Aurè

I quasi 3.000 chilometri di piste erbose sono la rete viaria che unisce il Parco Nazionale del Gran Sasso ai parchi pugliesi, la rete tratturale più fitta d’Europa. I tratturi non sono, infatti, una caratteristica solo italiana ma si trovano in tutta Europa, in particolare nella penisola iberica, in Francia, Grecia, Romania e Ungheria.

Le vie tratturali si presentavano come tracciati spesso non demarcati ma ben riconoscibili per l’usura legata al passaggio delle greggi. Le piste dovevano essere larghe e libere da ogni occupazione abusiva «per orti, vignali e seminati né qualsivoglia altro impedimento», come disponeva la Generale reintegrazione del 1548-49, effettuata per ordine del viceré Toledo, «acciocché le pecore et altri animali di detta Dohana possano passare comodamente per detti tratturi, e non venghino a patere [soffrire] per strettezza».

La chiesa di San Paolo ad Peltuinum (attualmente non agibile, ph sx, A. Giordani e dx, FAI) fu costruita, con forme della tradizione benedettina, su un sito pagano più antico, fuori della cinta urbana di Peltuinum ma sulla direttrice dei percorsi della transumanza

I tratturi principali che dall’Abruzzo conducevano in Puglia erano quattro. Il più lungo, detto anche “Tratturo Magno”, partiva da L’Aquila e giungeva a Foggia (sede della Dogana delle pecore); altri due collegavano rispettivamente Celano a Foggia e Pescasseroli a Candela. Il più breve scendeva da Castel di Sangro a Lucera.

Per quanto riguarda le “nostre” zone, l’area dei Monti Gemelli era decentrata rispetto alle aree tradizionali della pastorizia tran­su­mante e pertanto, nel periodo invernale, quando le nevi e il freddo intenso impedi­vano il pa­scolo, le greggi ve­nivano alloggiate in ricoveri e alimentate con forag­gio secco. Nei periodi favore­voli, invece, era effet­tuata la transumanza verticale, conducendo le pe­core ai pascoli alti della montagna. In realtà, come già visto nell’articolo precedente, una transumanza “ridotta” è stata effet­tuata fino agli anni ’60 del secolo scorso, portando gli armenti a pa­scolare nell’area lito­ranea marchigiana (alla Sentina di Porto d’Ascoli).

Santa Maria dei Centurelli (o del Buon Cammino) com’è oggi (foto pre-sisma), in un documento del 1651 (a sinistra, l’ormai scomparsa “Cona” che segnava la biforcazione del Tratturo Magno e in un disegno della Dogana delle Pecore di Foggia, del 1712

La mèta della transumanza era il cosiddetto Tavoliere, un’area sottoposta da tempo a regolamentazione fiscale; il nome deriva probabilmente dalle Tabulae censoriae romane che elencavano le proprietà dello stato. La decadenza della transumanza tradizionale, quella che av­veniva a piedi, iniziò già nell’Ottocento, con lo sviluppo, nel Tavoliere delle Puglie e nell’area delle Murge, delle più reddi­tizie coltivazioni agricole e la conseguente non-disponibilità di terre per il pascolo («… per l’abolizione del Tavoliere di Puglia e per l’ampliazione della coltura in quel vasto territorio, T. Bonanni, 1888»).

Capanne pastorali di pietra a secco. In alto, sulla Montagna dei Fiori; in basso, nella Valle Giumentina nell’area della Majella

Le chiese tratturali. Caratteristica saliente del tratturo aquilano è la presenza di numerose chiese e monasteri lungo il percorso, quasi a scandirne le tappe, come centri di smistamento e di raccordo dei transumanti. Le chiese tratturali erano importanti non solo dal punto di vista spirituale ma anche sotto l’aspetto mercantile: in prossimità di queste strutture, nei periodi della transumanza, si svolgevano le fiere per la commercializzazione di prodotti artigianali e gastronomici. La maggior parte di esse sono caratterizzate dalla semplicità dell’impianto architettonico, la cui forma risponde essenzialmente alla funzione votiva; presso gli edifici erano situati i “riposi”, aree di sosta per le greggi che partecipavano alla transumanza e tornavano “a casa”.

Le capanne di pietra a secco. Le aree pastorali delle quali ci stiamo occupando sono costellate da centinaia di costruzioni particolari, capanne di pietra edificate da costruttori non professionisti con la sapienza che deriva dalla pratica. A questi manufatti, presenti anche sulla montagna ascolana, è stato recentemente dedicato un articolo, al quale si rimanda (leggilo qui).

Area di Vallinfante (alto Maceratese). Un gregge si abbevera a un fontanile (ph C. Ricci)

Il pastore. Abbiamo visto alcune caratteristiche della transumanza e dell’ambiente dove si svolgeva; manca il protagonista, il conduttore del gregge, il personaggio senza il quale non sarebbe stata possibile la pastorizia: il pastore.

Oggi dell’arte della mazza, com’era detta la pastorizia fino ai primi anni del Novecento, è rimasto ben poco; perdura però nella memoria la figura, per certi versi eroica, del pastore. Per descriverla rileggiamo le parole scritte nella prima metà dell’Ottocento dal Consigliere d’Intendenza teramano Generoso Cornacchia che, nel terzo volume dei suoi Ricordi di economia campestre (1831), avverte «che non può sussistere il gregge senza pastore; ma uopo è di sapersi scegliere, da che l’affidare il gregge a pastore incapace di governarlo è lo stesso che volerlo perdere». L’autore passa poi ad elencare le caratteristiche del «buon pastore»: ne vien fuori un elenco interminabile che qui viene riassunto (nel testo originale la lista occupa diverse pagine…).

A sinistra, aùgure con in mano un lituo stilizzato; al centro, stampa francese del 1850 dove è ben visibile il bastone ricurvo; a destra, il vescovo di Ascoli, Mons. Domenico Pompili, con il pastorale

«Il pastore dovrà esser giovine non minore di anni venti, robusto, ben formato di gambe e di braccia, di animo coraggioso e sincero, non attaccato al gioco, non ebrioso, né trasportato da qualsivoglia vizio, sofferente la fatica e diligente.

Dovrà conoscere ove meglio allogar possa il suo gregge, come meglio nutrirlo, abbeverarlo, il tempo di condurlo al pascolo, come salassarlo, medicarlo, lavarlo, tosarlo, come trasportare l’armento da un luogo all’altro, chiuderlo in barco e custodirlo, come allevare i cani e tenere lontani i lupi.

Dovrà sapere come se ne tira il latte, si formi il butiro [burro], il cacio e la ricotta.
Se saprà leggere, da per stesso saprà istruirsi perfettamente nel suo mestiere, e soprattutto circa le malattie del gregge ed i rimedj che ne abbisognano».

L’intendente Cornacchia passa poi a elencare una serie di raccomandazioni per l’abbigliamento del pastore e le competenza sanitarie e veterinarie («unguenti, raschiatojo, lancetta per cavare il sangue, coltellino per scorticare ed aprire le pecore, che nella campagna morissero»).

Insomma… quello di pastore non era un mestiere per tutti.

Il bastone sacro. Il bastone del pastore, ricurvo a una estremità (nella realtà, ormai abbandonato dai moderni operatori del settore), ricorda il lituo, usato degli Etruschi nelle cerimonie religiose e conosciuto anche dai Romani (Tito Livio scrive del baculus sine nodo aduncus, che costituiva il simbolo della carica dell’àugure, il sacerdote che attraverso un rituale di interpretazione del volo degli uccelli, comunicava la volontà degli dèi). Carlo Frison ha scritto (2011) «La forma di bastone da pastore del lituo è coerente con l’opinione che nei tempi più antichi il ruolo di àugure sarebbe stato ricoperto solo dai patrizi, gente originariamente dedita alla pastorizia». Quella forma che si è trasmessa, col tempo, al pastorale dei vescovi cristiani, come simbolo del conduttore del “gregge” dei fedeli.

La transumanza, una pratica antica dell’allevamento ovino


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