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Un viaggio nella memoria
del territorio:
l’antico confine preunitario
sulla Montagna dei Fiori

ASCOLI - Un percorso che si snoda nell’antica terra di confine compresa tra il Regno delle due Sicilie e lo Stato Pontificio, partendo da Colle San Giacomo, dove sorgeva una casa doganiera. È interessante scoprire alcuni luoghi “minori”, situati a ridosso di aree che videro fatti importanti e combattimenti feroci
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Il versante settentrionale della Montagna dei Fiori. L’incisione al centro è il fosso La Fossera, linea del confine preunitario

testo e foto di Gabriele Vecchioni

Il territorio marchigiano, e quello piceno in particolare, sono stati la sede di alcuni eventi importanti – gli ultimi – di quello che sarebbe stato l’epilogo delle lotte per arrivare alla tanto agognata unità nazionale (all’argomento sarà dedicato un prossimo articolo). In questo pezzo analizziamo un aspetto peculiare del territorio, storico e geografico al tempo stesso, quello della linea di confine preunitaria che passava proprio sui pendii della Montagna che sovrasta Ascoli. Il territorio piceno è stato, infatti, un’area di confine per secoli, fino alla seconda metà dell’Ottocento, quando fu investito dal turbine di avvenimenti che avrebbero portato alla nascita dello Stato unitario.

Il tratto di confine del quale si tratta nell’articolo tra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli (particolare della Topografia del Stato d’Ascoli nella Marca con suoi confini di Odoardo Odoardi de’ Catilini, 1680)

È interessante scoprire alcuni luoghi “minori”, situati a ridosso di aree che videro fatti importanti e combattimenti feroci, tessere di un mosaico che si andava formando, quello della moderna nazione italiana, inserita nel nuovo contesto europeo. È possibile, con un po’ di buona volontà, effettuare un’escursione in questi luoghi storici: un percorso che si snoda nell’antica terra di confine compresa tra il Regno delle due Sicilie e lo Stato Pontificio, tra la provincia di Teramo e Ascoli Piceno, partendo da Colle San Giacomo, in vista della storica Fortezza di Civitella del Tronto, ultimo baluardo della resistenza filoborbonica, e arrivando a Villafranca, costeggiando l’antica linea di demarcazione.

I luoghi. Siamo alle pendici dei Monti Gemelli, all’interno del bacino imbrifero dei corsi d’acqua che costituivano la frontiera “naturale” dei due Regni, il Tronto e il Castellano, oggi confine tra le regioni Abruzzo e Marche. L’area è compresa all’interno dei confini del Parco Nazionale Gran Sasso-Monti della Laga, istituito nel 1991 e che si estende per una superficie di circa 150.000 ha di terreno prevalentemente montagnoso; il territorio protetto, che si caratterizza per la presenza della vetta più alta dell’intero Appennino, è diviso in 11 distretti e racchiude tre gruppi montuosi – la catena del Gran Sasso d’Italia, il massiccio della Laga e la dorsale calcarea dei Monti Gemelli.

Distretto dei Due Regni (quello Pontificio, il Regno della Chiesa, a settentrione e il Regno delle Due Sicilie – prima, di Napoli poi – a meridione, leggi qui l’articolo dedicato al comprensorio) è il nome che identifica l’affascinante territorio a cavallo dell’antico confine storico-geografico che è anche culturale (nell’immaginario collettivo segnava, e per molti segna ancora, la cesura tra l’Italia Centrale e quella Meridionale).

Segno di confine (il cippo n. 604) a Colle San Giacomo

Dal testo dell’articolo citato, ricordiamo che «Una storia antica lega gli uomini a questo territorio da millenni. L’area interessata dall’escursione è stata frequentata fin dalla Preistoria, come atte­stano i ritrovamenti nella Grotta di Sant’Angelo a Ripe. All’epoca romana risale la via del sale e, forse, qui è passato Anni­bale con il suo esercito, dopo la battaglia del Trasimeno. Nel Medioevo, la zona ha visto la nascita di numerosi eremi sulle strapiombanti pareti delle Gole del Salinello e nelle aree vicine, e la lotta tra il Papato e l’Impero. Nell’Ottocento, le varie cavità e i borghi più appartati hanno costituito il rifugio de­gli Insor­genti (i cosiddetti briganti).

Durante la Seconda Guerra Mondiale, tra i bo­schi hanno trovato asilo i combattenti della lotta di Libe­razione. Negli anni del boom economico, infine, molti centri dell’area, soprattutto quelli più isolati, hanno su­bìto il fenomeno dello spopolamento».

Un confine lungo tredici secoli. Una breve dissertazione sul confine tra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli è presente in un articolo precedente (leggilo qui), al quale si rimanda. L’antica frontiera tra i Regni preunitari dello Stato Pontificio e delle Due Sicilie (poi Regno di Napoli) era lungo circa 300 chilometri e andava dal Mar Tirreno al Mare Adriatico; più esattamente, dalla foce del fiume Canneto, tra Fondi e Terracina, fino al ponte di barche di Porto d’Ascoli, allo sbocco del fiume Tronto, passando per impervie zone dell’Appennino, attuali terre di confine tra Marche e Abruzzo.

Escursionisti lungo il sentiero

La costituzione del confine risale al sec. VI, quando i Longobardi del Ducato di Benevento occuparono la parte meridionale del Ducato bizantino di Roma, corrispondente all’attuale provincia di Frosinone; più tardi, sotto i Normanni, la stessa parte diventò Terra di Lavoro, all’interno dei confini del Regno di Sicilia. La divisione durò fino alla proclamazione del Regno d’Italia (1861), che determinò la scomparsa di due Stati, quello Pontificio e il Regno di Napoli. Fino all’unificazione politica della penisola italiana, la frontiera che li divideva è stata quella che è durata più a lungo in Europa (13 secoli).

La linea di confine a noi più vicina ha avuto, come punti di riferimento principali, i corsi del Tronto e del suo principale affluente, il Castellano. Il fiume Tronto, nel suo tratto finale, diventò confine nel sec. XI, per opera dei Normanni, per consolidarsi e diventare, nei secoli, linea di demarcazione statuale: si stabilizzò fra tensioni e conflitti fino a essere “cristallizzato” dalla topografia. Alla fine del Quattrocento la linea di demarcazione tra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli passò dal corso del Tronto (antico confine) a quello del Castellano (nuovo confine).

Una delle capanne pastorali in pietra a secco che si incontra lungo il percorso

Le tormentate caratteristiche geomorfologiche del territorio fecero scrivere al Rizzi Zannoni, insigne cartografo del Regno di Napoli (secc. XVIII-XIX) «di non aver mai trovato in tutti i regni una frontiera così mal difesa dalla natura per impedire le diserzioni e i contrabbandi». Al riguardo, occorre precisare che, mentre il confine è una linea stabile, fissata da leggi e accordi, la fascia territoriale di transizione della frontiera è stata tradizionalmente associata a violazioni della legge e a traffici poco “puliti”; nella nostra zona, è stata sempre un luogo di fecondi scambi economici e culturali tra le popolazioni.

Ad alcune emergenze monumentali dell’area (la Fortezza di Civitella del Tronto e i cippi confinari) sono stati dedicati due articoli, ai quali si rimanda. In questo, focalizziamo l’attenzione su due strutture accessorie del vecchio confine preunitario.

La casa doganiera di Colle San Giacomo. A Colle San Giacomo c’era una casa doganiera dello Stato Pontificio, ormai diruta. L’edificio viene citato, in alcuni testi, come chiesa di San Francesco perché, in origine, era un romitorio francescano; nel corso della Seconda Guerra Mondiale, la costruzione fu fatta saltare in aria dai tedeschi con le mine, per evitare che fosse utilizzata come rifugio occasionale dai partigiani. Le macerie dell’edificio (ben visibili ancora le pietre d’angolo) sono in posizione latero-posteriore rispetto all’edificio del vicino albergo, a Colle San Giacomo (1.105 metri).

Un tratto della mulattiera lastricata

La casa fortificata di Villafranca. Il Mar­cucci (1766) fa risalire le origini del borgo all’epoca di Carlo Ma­gno, re dei Franchi: un cavaliere del suo se­guito avrebbe fondato, nell’an­no 801, la villa che avrebbe preso il nome di Franca in onore del suo popolo. In realtà, il paese deve il suo nome al fatto che i suoi abitan­ti erano affrancati (esentati) dal pagamento di tributi di ogni natura, per la diffi­coltà e la pericolosità delle loro condi­zioni di vita.

Il borgo fortificato fu costruito sul confine tra lo Stato della Chiesa e il Regno di Napoli e, per invogliare la gente ad andare ad abitarlo, gli asco­lani esentarono a vita dai tributi chiun­que avesse scelto di viverci; Villafranca era un posto di frontiera, con tutti i van­taggi e gli svantaggi del fatto. In virtù delle obiettive condi­zioni di rischio (basti pensare alle possi­bili sortite di briganti), il 25 aprile 1538 il comune di Ascoli diede «a li devoti et servitori de la Università et huomini de Villa Franca» l’esenzione a vita «da gravecze et impositioni»; con questa franchigia, la città picena intendeva premiare «quelli che in essa andorno ad abitare per defensione de li confini di questa città».

Nono­stante un incendio avesse distrutto, nello stesso anno, la per­gamena che attestava l’esenzione perpetua, la franchigia fu confermata e durò fino ai primi anni dell’Ottocento. Villafranca perse ogni diritto nel 1816, quando il succes­sore di Pietro, tornato a Roma, abolì tutti i privilegi risa­lenti al Medioevo. Il borgo diventò poi frazione di Ascoli e fu annes­so al centro di Valloni. Più tardi, in base all’accordo del 1852 tra lo Stato della Chiesa e il Regno di Napoli, Villafranca entrò a far parte dell’Amministrazione di Teramo; nel 1861 il Regno d’Italia confermò tale appartenenza.

Orchidee del sottobosco

L’escursione. L’itinerario, che si snoda nell’antica terra di confine compresa tra il Regno di Napoli e lo Stato Pontificio, tra le attuali province di Teramo e Ascoli Piceno, parte da Colle San Giacomo, nelle vicinanze della storica Fortezza di Civitella del Tronto, ultimo baluardo della resistenza filoborbonica, e arriva a Villafranca, costeggiando la vecchia linea di demarcazione, che seguiva l’impluvio del fosso La Fòssera.

L’ambiente attraversato è interessante sia dal punto di vista storico (per la vicinanza alla linea di confine, i sentieri e le mulattiere della zona furono utilizzate dagli Insorgenti nel corso della loro lotta antipiemontese) sia da quello socio-antropologico (aree e capanne pastorali, borghi e strutture accessorie di confine); suggestivi, inoltre, i panorami sui Monti della Laga, sulla catena dei Sibillini e, a nord, sul versante meridionale del Monte dell’Ascensione, con in bella evidenza l’estesa morfologia calanchiva con le aride vallecole ramificate divise dalle creste a lama di coltello.

Dopo aver superato pascoli e rimboschimenti misti di resinose, il sentiero (ormai abbandonato: per percorrerlo, appoggiarsi ad associazioni come il Club Alpino, sempre molto sensibile a temi storico-ambientali), segue un antico tracciato parzialmente lastricato che, in prossimità dei centri abitati di fondo valle, diventa una mulattiera che si snoda nel fitto bosco (castagneto prima, bosco misto appenninico poi), demarcata da muri in pietra a secco che delimitano aree terrazzate. All’arrivo nel borgo di Villafranca, la già citata, antica casa fortificata ricorda la funzione di avamposto di frontiera svolta dal gruppo di case.

Un cedro svetta in un rimboschimento “misto”. Sullo sfondo, il Vettore

Il borgo di Copèrso, uno dei villaggi che subì la repressione antibrigantesca piemontese (ricordiamo l’adagio dialettale: «C’pierse, Die l’è create e puo’ se l’è pierse», per rimarcare il suo isolamento)

L’altezza del campanile di Santa Rufina ne rivela l’antica funzione di torre d’avvistamento

La casa fortificata di Villafranca

Particolare della strombatura della cornice di una finestra per favorire il getto di sassi e altro materiale di difesa passiva

Passaggi pubblici nei borghi di Villafranca (a sinistra) e Cerquito (a destra)


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