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Quando lo sport è di tutti,
Fabiola Berardi racconta l’hockey:
«Sui pattini mi sento libera»

SAN BENEDETTO - Esistono discipline maschili e femminili? Quanti pensano che una ragazza che ne pratichi una definita maschile annulli la sua femminilità e sia da considerare “maschiaccio”? Continua la nostra serie di interviste con giocatrice/allenatrice lombarda in forza ai Pattinatori Sambenedettesi, quattro mondiali e un europeo all'attivo: «Al momento qui in Italia la differenza di genere è molto più presente che in altri paesi europei. Ho subito discriminazioni, il bullismo è stato alla base della mia crescita»
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di Marzia Vecchioni 

 

Esistono sport maschili e sport femminili? Quanti pensano che una ragazza che pratichi uno sport considerato maschile annulli la sua femminilità e sia da considerare “maschiaccio”?

Fabiola con la divisa dei Pattinatori Sambenedettesi

Fin da piccoli ci viene inculcato che il maschio deve fare calcio e la femmina danza, ma non è così. È una visione limitata e limitante, piena di pregiudizi e stereotipi. È l’imposizione di una società retrograda che vuole confinare in ruoli predefiniti uomini e donne, anche nel loro tempo libero.

Continua la nostra serie di interviste sul tema. Dopo la calciatrice Aida Xhaxho (leggi qui) e la rugbista Maria Francesca Novelli, ecco Fabiola Berardi, 27enne lombarda, giocatrice di hockey nei Pattinatori Sambenedettesi, squadra che milita in serie C nel girone Centro Sud.

Insieme al suo compagno, Luca Tiburtini, condivide questa grande passione.

«Ci siamo conosciuti proprio grazie all’hockey -racconta Fabiola-. Lui è originario di San Benedetto, ha giocato in diversi team di serie A e serie B. Siamo entrambi atleti e allenatori, collaboriamo a diversi progetti e tra questi ci sono la squadra dei Pattinatori Sambenedettesi che l’anno scorso è arrivata terza nel campionato nazionale, il progetto Under 18 con i Ferrara Warriors che vede coinvolti sei dei nostri atleti e che negli ultimi campionati ci ha dato tantissime soddisfazioni; alcuni di loro hanno partecipato a selezioni nazionali e quest’anno militano in serie superiori. I Pattinatori Sambenedettesi in passato hanno giocato ai massimi livelli del campionato e ora vedere i nostri giovani e il nostro team ricominciare ad affermarsi è bellissimo».

Quando hai iniziato questo sport?

«Ho cominciato a pattinare che avevo 2 anni e mezzo, a 5 anni circa mi sono buttata nell’hockey. Non era l’unico sport che praticavo, comunque, perché per 7 anni e mezzo ho fatto contemporaneamente danza classica».

Perché hai scelto proprio l’hockey?

«Ho cominciato perché vedevo i miei genitori praticare l’hockey e perché ero una bimba iperattiva che aveva bisogno di esprimere tutte le sue energie. Ho la ferma convinzione che lo sport si scelga nell’età adolescenziale, nell’esatto momento in cui ti chiedi che sacrifici sei disposto a fare per presentarti agli allenamenti e alle partite. Il mio è avvenuto alla fine delle scuole medie. Ho scelto di frequentare una scuola che mi avrebbe richiesto tempo ed energie, e quindi i miei genitori mi hanno messo di fronte ad una scelta: danza classica o hockey. Lì ho preso la mia decisione. Ero dotata per la danza ma il palco non mi dava le stesse emozioni che provavo in campo con la mia squadra; quando ero sul palco non mi sentivo libera come quando indossavo i pattini».

Con i suoi genitori a Lugo, in Galizia, quando giocava nwl campionato spagnolo

Com’è strutturato l’hockey? Ci sono differenze tra maschile e femminile?

«Il nostro sport è diviso in categorie che sono sotto la Federazione Italiana Sport Rolleristici : Under 10-12, Under 14-16, Under 18 élite, serie C, serie B e serie A. Noi donne possiamo giocare in tutte le categorie insieme ai maschi, addirittura possiamo giocare in una categoria inferiore, e compiuti i 13 anni possiamo giocare in tutte le categorie superiori. In tutta Italia le uniche due società che al momento hanno un gran numero di ragazze per poter effettuare degli allenamenti solo al femminile sono la CV Skating di Civitavecchia e i Diavoli Vicenza di Vicenza. Nel resto di Italia giochiamo e ci alleniamo miste; ci sono al massimo tre ragazze per squadra e se va bene per ogni categoria, ma non abbastanza per creare allenamenti dedicati a causa delle disomogeneità di età ed esperienza. In questa stagione, spero di arrivare ad un livello tale, da poter giocare con gli uomini in serie A almeno un paio di partite. Fino a questo momento sono state solo 4quattro le ragazze che lo hanno fatto».

L’hai praticato sempre nella zona in cui hai vissuto? Ti sei dovuta spostare? Se sì, dove?

«No, ho sempre giocato lontano da dove vivo. Io sono di Crema. Dai 6 ai 16 anni mi sono allenata e ho giocato tra Lombardia ed Emilia Romagna. Dai 16 anni ad oggi a Piacenza e San Benedetto del Tronto».

Come l’hai vissuta questa esperienza?

«L’ho sempre vissuta e la vivo tuttora come un “on the road” continuo; per quanto possa essere stato stancante, è stato anche stimolante. Fin da bambina mi permetteva di girare in lungo e in largo, di creare relazioni, richiedeva un grande impegno da parte mia e questo nel tempo mi ha dato la possibilità di sviluppare valori e di costruire la persona che sono».

Coppa Italia con il Piacenza

Sei stata sostenuta e accompagnata in questo percorso?

«Certamente. Avendo i genitori che sono sia allenatori sia giocatori, ho sempre avuto a fianco, persone che sanno cosa significano sacrificio e passione».

A che livello sei arrivata?

«Sono stata in quattro mondiali e in un europeo. Inoltre, ho giocato una stagione da professionista in Spagna».

Come è considerato il ruolo femminile in questo sport?

«Al momento qui in Italia la differenza di genere è molto più presente che in altri paesi europei, il nostro movimento femminile non è così sviluppato da permetterci di avere club con squadre interamente femminili e quindi giochiamo ancora misti. Sicuramente il pensiero si divide in due: c’è chi comprende questa situazione e aiuta la propria compagna di squadra concependo che non è semplice e chi invece discrimina e sottovaluta le giocatrici».

Hai trovato difficoltà nell’essere donna praticando questo sport?

«Come ho detto prima è uno sport in cui si gioca ancora misti, questo porta ad avere un costante confronto con il sesso opposto, spesso a doversi imporre per trovare il proprio posto, devi dimostrare sempre tanto e per me lo è stato il doppio. Non solo sono donna ma nonostante i miei genitori mi abbiano mandata in lungo e in largo per allenarmi e giocare sotto altri allenatori avrò sempre il marchio di essere la figlia di. Queste due etichette mi hanno condizionata tantissimo».

Hai visto cambiamenti nel tuo sport da quando hai iniziato? Se sì, quali?

«Ho visto il mondo femminile crescere fino ad arrivare ad un campionato a 10 squadre e poi decadere fino agli ultimi anni dove il campionato si è giocato a 5 squadre. Purtroppo il movimento femminile non è supportato come dovrebbe a differenza di altri paesi. In Spagna al momento hanno due serie dedicate solo alle donne».

Con la nazionale Italiana

Quali strumenti potrebbero essere utilizzati per far avere più visibilità alle donne negli sport considerati esclusivamente maschili?

«Sicuramente dalla sensibilizzazione fin da bambini. I preconcetti, purtroppo, partono dalle mura di casa e della scuola; durante le ore di educazione fisica, si dovrebbe dare la possibilità di provare più sport, in modo che ogni bambina faccia la scelta che vuole. Creare dei laboratori e invitare nelle scuole di qualsiasi grado, alcune atlete per parlare e per far capire che se si vuole giocare a hockey, calcio, rugby, mma, boxe si può fare. Il nostro essere donne non è un limite. Per parlare alle nuove generazioni, sicuramente, dei profili social dedicati farebbero la differenza».

Hai subito discriminazioni di genere?

«Sì spesso. Sia come atleta sia come allenatrice. Potrei descrivere una quantità imbarazzante di situazioni, ma così mi toccherebbe ricordare momenti che mi hanno lesa e soprattutto a dover ridare peso alle parole di persone che non meritano nemmeno il tempo di pensarle. Sono stata sempre in sovrappeso, ero diversa dalle altre ragazze. Inoltre, ero sempre in giro tra partite e danza, avevo mille interessi e i compagni non comprendevano. Il bullismo è stato alla base della mia crescita. Uno dei pensieri che mi faceva più dubitare di me stessa era: “Non sei abbastanza femminile fuori dal campo, ma per i compagni non sei abbastanza mascolina dentro al campo”. Lì ho avuto un momento difficile. Da piccola le parole degli altri mi scivolavano addosso perché l’hockey mi salvava. Crescendo, invece, le battute di arresto che ricevevo, aumentavano il mio costante lottare senza congratularmi con me stessa per i successi che nel frattempo ottenevo; questo mi portava ad alzare sempre di più l’asticella e così via con un altro obiettivo e con altre lotte. Ogni volta, però, perdevo un pezzo di me. Sono arrivata a un punto in cui, ho perso fiducia nelle mie capacità anche in campo. Le voci degli altri erano diventate le mie. Lì è arrivato il bornout con il disturbo alimentare».

Nelle vesti di allenatrice con l’Under 18 di Ferrara

Cosa ti ha spinto a continuare?

«Amavo questo sport. Le sensazioni positive erano sempre maggiori di quelle negative, avevo degli obiettivi e se chi mi stava attorno non era disposto a concepire le mie ambizioni e a supportarmi in quello che volevo raggiungere, non potevo lasciarmi ostacolare».

Come fai a gestire lavoro e sport?

«Non è semplice, ma la passione è così grande che ogni sacrificio, ogni momento difficile è ricompensato da un momento di qualità passato con i miei compagni o con i miei atleti».

Quando hai le competizioni come ti organizzi?

«Sicuramente non è semplice giocando e allenando molto, praticamente tutti i weekend sono pieni. L’organizzazione varia in base a dove si gioca, ma sicuramente se non sono io a guidare, sfrutto il tempo per lavorare e preparare i post per le mie pagine social o le schede per i miei atleti».

Nel caso ci sia una differenza di genere, perché pensi ci sia questo divario tra uomo e donna?

«La differenza di genere è sempre presente. Da una parte è una questione fisiologica, che dobbiamo accettare per forza, dall’altra parte credo sia un concetto incastrato all’interno di ogni individuo; qui si parla sempre di pensieri, valori e concetti che si sviluppano in età infantile e adolescenziale in base ai modelli che abbiamo di fronte. Credo che molte persone non comprendano le difficoltà che ci sono dietro atlete che praticano uno sport non convenzionale. Per noi sicuramente sarebbe molto più stimolante giocare con altre donne, ci permetterebbe di metterci in gioco in modo diverso, di non sviluppare numerose insicurezze, di non dover lottare così tanto per essere accettate. Tutte queste situazioni che creano incertezza, possono portare con loro ripercussioni come l’abbandono precoce della disciplina anche se si è innamorate perse di quello sport, generare paure che possono essere deleterie a livello emotivo e a volte anche fisico. Devi compensare il gap fisico che si crea fisiologicamente durante l’età dello sviluppo; è una prova costante, inizi a sentirti sotto esame, ad ogni allenamento, ogni convocazione e ogni partita. Non tutte le squadre sono così, molti giocatori riescono ad avere intuito e la sensibilità a comprendere le dinamiche, ma nella maggior parte dei casi ti ritrovi a voler fare uno sport di squadra, dove i compagni non si fidano di te e ti considerano l’elemento debole e questo non è affatto semplice».

Da allenatrice con il compagno Luca Tiburzi

Come si comportano gli uomini nello scontro fisico con le donne?

«Dipende da chi trovi di fronte, c’è chi ti tratta come un’atleta qualsiasi e quindi non ha remore nel giocare fisico per quel che concerne il regolamento (cosa a cui comunque siamo abituate); in alcuni scontri ovviamente si sa di non riuscire ad avere la meglio ma l’impegno non manca. Ci abituiamo fin da bambine al contatto fisico quindi non ci spaventiamo, il limite è di chi abbiamo di fronte. Alcuni atleti non ti toccano perché sei donna (e questo a parere mio ci sminuisce). L’hockey è uno sport di contatto, non inteso come contatto effettuato per far male, e prevale la forza di chi è più allenato o più intelligente. Non è detto che io sia meno forte o meno intelligente in quanto donna».

Com’è il clima durante la partita?

«A volte capita che il pubblico non sia gentile con le parole e si spinga oltre con i commenti usando appellativi poco consoni. Tra giocatori invece, può capitare che nella foga e nell’adrenalina del momento si perda l’ossigeno al cervello e partano insulti».

Da professionista in Spagna

Cosa diresti a una ragazza che volesse iniziare il tuo sport ma ha paura dello stigma sociale e di essere considerata un “maschiaccio”?

«Quello che dico a tutte le atlete che ho avuto la fortuna di incontrare nel mio percorso. Non vedo la parola “maschiaccio” come un appellativo dispregiativo ma solo un modo delle persone di definire qualcosa che non conosce o che non considera normale. Una tuta non mi rende meno femminile, uno sport non mi rende meno femminile, ogni donna si sente donna a modo suo, non è il vestito o quello che fa a renderla donna. Se ami quello che fai, non sono certo degli aggettivi a doverti definire. Tutti abbiamo paura dobbiamo solo scegliere come recepire quella determinata parola».

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