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Carlo Marinucci, protagonista di cambiamenti epocali per Radiologia e Sanità picena: «Mi ritengo fortunato»

ASCOLI - Nel primo giorno da pensionato, l'ex primario ha firmato un contratto di collaborazione come consulente di Area Vasta 5, per i prossimi tre mesi. Il suo pensiero sulla prossima rivoluzione, la creazione delle Ast, cosa si aspetta per i cittadini, poi un appello ai colleghi 
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Il dottor Carlo Marinucci

 

 

di Maria Nerina Galiè

Cosa ha fatto nel primo giorno ufficiale da pensionato, il 3 ottobre, il dottor Carlo Marinucci, ormai ex come primario di Radiologia e direttore del Dipartimento dei Servizi dell’Area Vasta 5?

«Ho firmato un contratto di collaborazione libero professionale, con il direttore di Area Vasta 5, Massimo Esposito, come consulente per la supervisione ed il raccordo tra le strutture ospedaliere impegnate ancora sul fronte Covid, fino al 31 dicembre». 

 

Quindi nessun camice al chiodo, per ora, per il dottor Marinucci che, con ben 43 anni di esperienza, è stato protagonista di numerosi cambiamenti nella Sanità picena, dall’organizzazione del sistema alla rivoluzione tecnologica, impattante sulla sia specialità, la Radiologia, radicalmente cambiata.

 

«E’ stato tutto molto stimolante e mi ritengo fortunato per questo», afferma senza pensarci due volte, nel fare il bilancio della sua carriera, ma anche una sorta di amarcord dell’ospedale di Ascoli, da quando era ancora nella vecchia sede, ad oggi.

 

Proprio al trasferimento dal vecchio al nuovo ospedale della città è legato «il ricordo di un momento bellissimo» per il dottor Marinucci: «Era il 1980 e sembrava che la nuova sede non fosse mai pronta. Poi di colpo, fu deciso il “trasloco”. Pazienti, attrezzature, macchinari furono spostati nel giro di una settimana. E tutti, ma proprio tutti, aiutammo con grande entusiasmo».

 

Un momento brutto, invece, che le è rimasto in mente?

«Due e recenti, legati al terremoto e alla pandemia. Il 24 agosto del 2016 andai in ospedale all’alba. Lavorammo senza sosta per curare i feriti estratti dalle macerie, fino a metà pomeriggio, quando quasi di colpo si fermò quel gran trambusto: non c’erano più feriti da salvare, ma solo morti e la consapevolezza di non poter fare più nulla per loro.

A marzo 2020, si decise di convertire tutto l’ospedale di San Benedetto a Covid: iniziarono ad arrivare pazienti da tutte le Marche e noi non eravamo pronti, ma in due giorni riuscimmo ad esserlo. Io ero a San Benedetto ad organizzare, su incarico di Cesare Milani, l’allora direttore di Area Vasta 5. Fu un momento davvero difficile».

 

Tornando alla Radiologia, ne ha fatta di strada in 4o anni e con essa anche il primario: «Quando sono entrato, nel 1979, si facevano solo le radiografie, le cosiddette lastre. L’ecografia fu una rivoluzione. Poi la Tac, nel 1989 ad Ascoli, mentre San Benedetto l’aveva già da due anni, ricevuta da una donazione. Nel 1995 fu la volta della prima Risonanza Magnetica.

L’evoluzione tecnologica galoppava, dotandoci di macchinari che hanno cambiato radicalmente il lavoro di noi medici radiologi. Abbiamo dovuto ristudiare parti del corpo che prima erano invisibili ai nostri occhi. Uno per tutti, il cervello.

Era grande la voglia di imparare e mi sono battuto, da primario, per avere sempre strumenti di ultima generazione.

L’ospedale di Ascoli ha rappresentato un’eccellenza, negli anni, per la Radiologia vascolare che ora, dal 2018, si è arricchita dell’Interventistica.

Inoltre, in pochi lo sanno, ma siamo stati i primi nelle Marche, nel 2001, ad introdurre la digitalizzazione dei referti».

 

Esposito vuole il dottor Marinucci ancora accanto, almeno nei mesi che gli restano alla direzione dell’Area Vasta 5, destinata a scomparire insieme con l’Asur, per diventare Azienda sanitaria territoriale, godendo quindi di quell’autonomia gestionale sacrificata per anni al servizio della regione che non sempre ha ripartito risorse in modo equo.

 

E’ di questo avviso anche il dottor Marinucci, in prima fila quindi per assistere, ancora una volta, ad una nuova era.

 

Che cosa si aspetta? Se non per lei a livello professionale, per i colleghi e per i cittadini, soprattutto.

«L’Asur era stata creata per ridurre gli sprechi. Nel tempo ha portato ad un rallentamento delle funzioni, per un eccesso di burocratizzazione, e ad una riduzione delle risorse. Pertanto, ben vengano le Ast, a gestione diretta. Dovranno però essere organizzate bene, avendo come obiettivo conoscere e soddisfare le vere esigenze del territorio».

Come lascia, si fa per dire, gli ospedali del Piceno?

«Meglio che negli ultimi anni. L’ospedale di Ascoli, ad esempio, l’ho visto crescere negli anni 2006-2007, attirava professionisti da fuori, si faceva spazio l’innovazione tecnologica e si aprivano nuovi reparti, successivamente chiusi con l’avvento dell’Asur. Nell’ultimo periodo ho assistito invece ad un forte volontà di rinnovamento. L’auspicio è che, con l’autonomia, si guardi a cosa serve realmente ai pazienti».

Cosa si sente di dire ai colleghi che restano o che verranno?

«Che è il momento di fare squadra, non di arroccarsi su posizioni. Solo così si mantiene alta la professionalità, fino ad influenzare – in senso positivo – le decisioni a livello politico. Dalla nostra parte, noi medici ospedalieri abbiamo la passione: altrimenti non avremmo scelto questo percorso, per certi aspetti meno gratificante altri».

 

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