facebook rss

Il paesaggio rurale piceno, risultato armonioso di un’azione secolare

LA CARATTERISTICA fisica primaria della regione è proprio quella del territorio collinare che, oltre ad avere grande rilevanza economica, legata alle produzioni agricole (una per tutte, quella viti-vinicola), pre­senta valori storici e paesaggistici importanti
...

Le colline della bassa vallata truentina evidente la rete “mezzadrile” della policoltura (foto G.Vecchioni)

 

di Gabriele Vecchioni

 

In un precedente articolo, abbiamo visto che «Le Marche sono una regione senza pianure, e le aspre montagne dell’Appennino (più del 30% del territorio) arrivano alla stretta fascia costiera stemperandosi in “un’impetuosa distesa di colline”». La carat­teristica fisica primaria della regione è proprio quella del territorio collinare che, oltre ad avere grande rilevanza economica, legata alle produzioni agricole (una per tutte, quella viti-vinicola), pre­senta valori storici e paesaggistici importanti (articolo precedente, leggilo qui).

 

Vigneti e oliveti nell’Offidano (foto G.Vecchioni)

L’ambiente dell’entroterra piceno è caratterizzato da un armonico patchwork di campi scandito dalle siepi, dai fossi e dalla fitta ragnatela delle strade vicinali, retaggio di antiche pratiche agricole. Il paesaggio delle aree interne è uno scenario che nasce dalla millenaria interconnessione uomo-ambiente fisico; nel corso dei secoli l’azione antropica si è innestata sulla realtà geografica e l’ha trasformata per le proprie esigenze, dando vi­ta a un attraente “paesaggio abitato”.

 

La qualità del territorio poeticamente descritto – Nell’articolo citato erano riportati richiami di autori che descrivevano il territorio collinare marchigiano – quello piceno in particolare – in maniera sentimentale. Rileggiamone qualcuno dove la descrizione del paesaggio è scritta in una prosa evocativa ma, nello stesso tempo, precisa e argomentata. La prima interpretazione dei valori paesaggistici delle nostre colline è quella di Cesare Chiodi (Marche del Touring Club Italiano, 1953) che scrive «Ma che incanto di mare e di terra e di cielo, che ricchezza e va­rietà di campi e di prati e di selve, che larga maestà di colli dolci e on­dulati…». In precedenza, Leandro Alberti, frate domenicano e viaggia­tore instancabile, riferendosi proprio alla zona costiera del Piceno aveva scritto (nella Descrit­tione di tutta l’Italia, 1596): «Egli è questo paese molto dilettevole, ornato di belle vi­gne, et di fruttiferi alberi, et massimamente d’aranci, et d’olivi, ch’è cosa molto vaga da vedere».

 

La quinta delle colline picene vista dal crinale aprutino. Sullo sfondo, l’Ascensione (foto G.Vecchioni)

Infine, l’ultimo commento, quello di Giosuè Carducci che, durante il discorso tenuto a Recanati il 29 giugno 1898, in occasione del centenario della nascita di Giacomo Leopardi, così si espresse: «Così benedetta da Dio di bellezza, di varietà, di ubertà, tra questo digradare di monti che difendono, tra questo distendersi di mari che abbracciano, tra questo sorgere di colli che salutano, tra questa apertura di valli che arridono…».

 

Il paesaggio rurale – Nelle aree interne dell’Ascolano il paesaggio è prevalentemente collinare, con l’incombente presenza della montagna, visibile da ogni lato. Lo studio del paesaggio (ru­rale) piceno è di notevole interesse per le sue caratteristiche ambientali e per l’equilibrata bellezza: come già visto nei paragrafi introduttivi, esso è l’espressione di un sistema complesso che ha origine dalla in­terazione di fattori ambientali (la geomorfologia, il clima) e antropici (la cultura del luogo, le tradizioni, gli eventi storici).

 

La casa è in posizione dominante per controllare il podere (foto C.Ricci)

Si tratta di un paesaggio armonioso, la cui realizzazione è iniziata alla fi­ne dell’alto Medioevo e proseguita nel tempo; l’aspetto attuale si è plasmato sulla maglia poderale della mezzadrìa e della policoltura; la natura dei suoli, spesso soggetti a smottamenti ed erosioni, ha costretto poi a una attenta gestione del terreno. I borghi, i nuclei abitativi, i campi, i casolari sono sparsi nell’area collinare pedemontana che appare antropizzata e coperta da una fitta trama di strade e sterrate che non le fanno perdere, però, una certa caratteristica di “na­turalità”, un connotato che appare evidente quando si percorre la maglia anastomizzata di vie e di sentieri che taglia i campi e le macchie di alberi e arbusti.

 

La campagna di Offida è un’area vocata per la viticoltura Qui, un casolare su un poggio in Contrada Ciafone (foto C.Ricci)

Dal punto di vista geologico, la morfologia collinare deriva dall’azione composta della tettonica trasversale plio-pleistocenica e dell’e­ro­sione esercitata dalle acque superficiali durante il periodo dell’O­lo­cene. Per chi fosse interessato a questo aspetto, ricordiamo che i tempi di riferimento sono compresi tra i 2,5 milioni di anni fa (prima fase del Quaternario) e 12000 anni fa; il processo si è completato nell’Olocene (seconda fase del Quaternario, al quale appartiene l’epoca attuale).

 

È un paesaggio contraddistinto da un succedersi di prati-pascoli e di aree a seminativo, intervallati da ridotte fasce boschive, localizzate soprattutto negli impluvi collinari. Nelle vicinanze dei nuclei abitati, piccoli orti e oliveti, piantumati a filari, in un armonico mosaico territoriale. I pochi nuclei abitativi e la ridotta edilizia rurale conferiscono al territorio un’immagine di grande valore percettivo per l’os­ser­vatore; le strade di crinale garantiscono, inoltre, un’alta panoramicità grazie alle larghe visuali.

 

Guido Piovene, nel suo Viaggio in Italia (1957), raccontò i rilievi collinari con una sintesi descrittiva ancora valida. Il giornalista e scrittore vicentino scrisse che «la collina marchigiana, volgendosi verso l’in­ter­no, è quasi un grande e naturale giardino all’italiana. Non è la collina toscana, né quella um­bra, né quella veneta. È dolce, se­rena, patetica, lucida, priva di punte… I colli sono tondeggianti, con pendici prative lunghe, lente, disseminate a intervalli di grandi alberi; quasi preparate a ri­cevere le mandrie bianche ed i pleniluni».

 

Colline coltivate nell’area di Appignano del Tronto (foto G.Vecchioni)

Il duro lavoro “generazionale” dei contadini è sempre riconoscibile nelle aree collinari picene, soprattutto in quelle vallette aspre non lontane dalla città che tagliano i fianchi argillosi del Monte dell’Ascensione (al quale sono stati dedicati diversi articoli). Nelle aree che ospitano le formazioni calanchive, si evidenzia la capacità di adattamento dei contadini che con un duro, costante, lavoro hanno utilizzato ogni centimetro di terra, arrivando a coltivare fin dove era fisicamente possibile, in uno sce­nario singolare, composto da crinali a la­ma di coltello e da guglie appuntite, che si alternano a ondulate colline coltivate. In un lavoro di qualche anno fa (2008) relativo all’e­mi­gra­zio­ne del secondo dopoguerra dalle zone del­l’Ascolano verso la Romagna e la Toscana, Pietroneno Capitani riferiva che nei calanchi di Ripatransone (ma l’analisi è valida anche per quelli dell’area vicina alla città, a quella del­l’A­scen­­sione, per intenderci) «… ogni piccola zona viene lavorata, ogni piccolo centimetro, anche a pochissimo dal bordo. Insomma, un centimetro in più e va nel burrone».

 

Storia ed evoluzione del paesaggio agrario – Il paesaggio della vallata del Tronto si presenta fortemente antropizzato: la vegetazione originaria è stata sostituita dai campi coltivati, dai nuclei abitati, dalle aree di produzione industriale e dalle linee di comunicazione. La percezione visiva è, però, quella di un paesaggio prevalentemente agrario, caratterizzato dalla geometria dei campi coltivati e dei vigneti; lo spazio è sufficientemente esteso e lungo le rive dei fossi tributari del Tronto, lembi di bosco lasciano intuire le potenzialità della vegetazione. Il paesaggio agrario è tuttora in evoluzione perché la meccanizzazione ha portato a una semplificazione dello stesso: sono quasi sparite le alberate e le siepi e sono stati bonificati i fossi. La visione suggestiva dei boschi è ridotta agli alberi lungo i fossi e, in campagna, alle querce camporili.

 

Campi e casolari a Ripatransone (foto G.Vecchioni)

La mezzadrìa – Nei secc. XV e XVI nasce la mezzadrìa, un’ “invenzione” dei benedettini, che la introdussero nei terreni di loro proprietà, inaugurata proprio nelle Marche e favorita, nel corso dei secoli, dallo sviluppo della cerealicoltura e delle “nuove” colture provenienti dall’America (mais, patata, pomodoro), una policoltura che si sviluppò a danno del bosco. Il rapporto uomo-terra da coltivare era regolato dai patti di conduzione dei fondi agricoli che nacquero nel periodo medievale e permisero lo sfruttamento razionale dei terreni. Occorre ricordare che, a quell’epoca, la proprietà dei fondi era quasi totalmente dei religiosi delle abbazie presenti sul territorio; la presenza dei monaci (benedettini) e la loro partecipazione al quotidiano della gente di campagna favorì la razionalizzazione dei lavori agricoli, creando i presupposti per il miglioramento delle condizioni di vita dei contadini. In particolare, dai contratti legati al tipo di coltura agricola (quelli cosiddetti “ad pastinandum”, che prevedevano la lavorazione accurata del terreno con il pastinum, la zappa-bidente) derivarono quelli “a mezzadria”. Nel contratto di mezzadrìa, il proprietario metteva il terreno a disposizione del locatario, dividendo “a metà” i frutti del lavoro. Lo scopo primario era il miglioramento del fondo: per questo motivo, i contratti mezzadrili contenevano la formula ad meliorandum.

 

Campi e calanchi a San Rustico di Ripatransone (foto L.Piunti)

Il geografo francese Henri Desplanques ha scritto (1977) che la mezzadrìa «Era la soluzione migliore per interessare alla produzione i coloni come i proprietari e siccome questi erano in gran parte cittadini e non esisteva più la servitù della gleba, essa serviva a trattenere sulla terra gli uomini capaci di lavorarla: da qui gli abitati sparsi con le case coloniche sui fondi, le colture arbustive che richiedono una presenza, una sorveglianza e un lavoro continui; la posizione dominante della casa co­lonica rispetto al fondo […]. Questo sistema di policoltura dava la­voro tutto l’anno alla famiglia contadina e ad altra gente e impediva l’emi­gra­zio­ne temporanea».

 

Fino agli anni ’50 del Novecento, più della metà delle terre del Paese erano coltivate “a mezzadrìa” e nelle Marche si arrivava all’80%; solo negli anni ‘80 del secolo scorso (meno di cinquant’anni fa) questo tipo di contratto agricolo è stato sostituito dall’affitto.

 

Campagna di Cossignano, ombelico del Piceno (foto L.Piunti)

Il mestiere della terra – Una pubblicazione della Regione Marche (Il quaderno delle Marche, 1983) così raccontava la vita in campagna: «Per secoli il territorio ha visto succedersi generazioni di persone legate all’agricoltura: dai concedenti ai mezzadri; dai nobili terrieri ai casanolanti. Ma è la figura del mezzadro la più “marchigiana”, quella più inerente alla realtà locale. Il mezzadro abita una casa costruita sul fondo affidato al suo lavoro. […] La famiglia del mezzadro è di tipo patriarcale con il “vergaro” responsabile assoluto del funzionamento della casa e dell’andamento del lavoro nei confronti del proprietario, che in genere abita in un centro urbano. La seconda autorità è costituita dalla “vergara” o “mas­saia” che sovrintende ai lavori femminili e provvede all’alimentazione e al vestiario per tutta la famiglia». Ma già nella seconda metà del Novecento si assiste al declino del sistema mezzadrile e comincia l’esodo verso le città da parte degli appartenenti al mondo contadino: è il cosiddetto “inurbamento”, alla ricerca di migliori condizioni di vita, specialmente dopo il boom economico degli anni ‘50-’60 (il secondo Dopoguerra) che portò al parziale spopolamento delle campagne.

 

Casolari abbandonati nella campagna picena (foto C.Ricci e G.Vecchioni)

 


© RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna alla home page


Per poter lasciare o votare un commento devi essere registrato.
Effettua l'accesso oppure registrati




X