Una veduta dall’alto del Parco della Memoria di Pescara del Tronto

 

 

Sono passati dieci anni da quella terribile notte. Eppure i ricordi non svaniscono.

 

Nella paura delle 3.36, l’ora della prima scossa, il mio pensiero andò subito ai miei zii che si trovavano a Vezzano, il piccolo paese tra Pescara e Arquata del Tronto. Come ogni anno erano lì, in vacanza, nella casa di famiglia.

 

Il silenzio della notte fu squarciato da quel boato. Ma loro furono miracolati, come il resto dei villeggianti e dei residenti di Vezzano. Il paese subì numerosi danni, la casa divenne inagibile – e lo è tuttora – ma le persone rimasero illese. Non ci furono crolli con vittime, non ci furono morti: solo tanta, tantissima paura.

 

Paura e angoscia riversarono tutti nella piccola piazza del paese. Cercai di mettermi in contatto con loro, ma con il passare del tempo le comunicazioni divennero sempre più difficili. I miei zii, in fretta e furia, fecero le valigie e scapparono via, tornando a Roma.

 

Fu un viaggio apocalittico, una vera odissea, con la Salaria bloccata da frane e mezzi di soccorso. Furono costretti a raggiungere l’autostrada L’Aquila-Roma. Partiti in mattinata, poco dopo le 10, arrivarono nella Capitale soltanto in tarda serata.

 

Nonostante tutto, era andata bene. Erano stati fortunati.

 

Ma di quel giorno voglio ricordare, o meglio riportare, l’esperienza e le parole di mio figlio Alessandro, allora ventunenne.

Alle prime luci dell’alba salì in macchina e raggiunse i luoghi della tragedia, a Pescara del Tronto. Tornò la sera, ma non disse nulla. Si chiuse nella sua cameretta e soltanto il giorno dopo lessi sui social queste righe, che riporto integralmente.

«Non ho parole per descrivere quello che ho visto. Sono un semplice ragazzo che istintivamente ha pensato di recarsi nel luogo della strage per essere di aiuto, per dare una mano al prossimo.

È raccapricciante quello che ho visto. La mia mancata esperienza mi ha letteralmente bloccato. Ho potuto solo osservare il disastro che avevo davanti ai miei occhi senza poter fare nulla.

Il cagnolino di Barbara

Questo cane, disteso sul ciglio della strada a pochi metri dalle macerie, era l’unico essere vivente che potessi aiutare realmente.

Faccio qualche chiamata, cerco veterinari nella zona, ma tutti sono occupati.

Si avvicina un signore, prende il cane e lo porta verso la Salaria. Lo fermo. Mi dice che quel cane era di una ragazza che ancora era sotto le macerie.

Lo consolo, gli faccio qualche domanda, fino a quando mi confessa che quella ragazza è sua nuora. Allora subito mi fa capire che il ragazzo agitato che da un po’ faceva avanti e indietro per la salita era suo figlio.

Sto per assistere alla scena più terribile della mia vita: uomini della Protezione civile scendono dalla strada tenendo con fatica un sacco nero.

Le urla del ragazzo sono impresse nella mia mente. Scene che non sono abituato a vedere, scene che non scorderò mai.

L’uomo continua ad accarezzare il piccolo cane senza concedersi espressioni. Ci ringrazia, ci saluta, si allontana come se non volesse incrociare gli occhi del figlio che, ancora in ginocchio sull’asfalto, disperato, piange la sua amata.

Questo cane sta bene, ma è scioccato perché sa che non potrà rivedere mai più la sua padroncina, la sua Barbara.

So che sarà difficile riprendersi, forse impossibile, ma io non vi dimenticherò mai perché mi avete sconvolto e fatto capire il vero valore della vita.

Vi saluto, ma vi lascio nel mio cuore…

Ciao Barbara».

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