
Piunti durante una riunione operativa post-sisma, riconoscibili anche Vasco Errani, Stefano Petrucci e Nicola Zingaretti
Pasqualino Piunti, attuale presidente del Consiglio comunale, era sindaco di San Benedetto quando, il 24 agosto 2016, il terremoto sconvolse il Centro Italia. Dall’immediato giro notturno in città all’accoglienza degli sfollati, fino al legame rimasto negli anni con i territori colpiti: «Non ci siamo limitati a mettere a disposizione gli alberghi. Abbiamo cercato di ricostruire delle comunità».
Qual è il primo ricordo che le viene in mente pensando a quella notte?
«Mi svegliai nel cuore della notte e, accompagnato dalla Polizia Locale, feci immediatamente un giro per la città per verificare se ci fossero state criticità. Nel frattempo cominciarono ad arrivarmi telefonate e messaggi da parte di diversi colleghi sindaci, alcuni dei quali avevano condiviso con me anche un percorso in Provincia. Penso ad Aleandro Petrucci, che purtroppo non c’è più, al sindaco di Accumoli, Stefano Petrucci, e a Sergio Pirozzi, allora sindaco di Amatrice. Mi chiedevano se ci fosse la possibilità di accogliere persone provenienti dai territori colpiti».
E San Benedetto rispose
«In quell’occasione ho avuto la conferma di una cosa che già sapevo: San Benedetto è davvero la città dell’accoglienza. Non soltanto dal punto di vista turistico, ma anche sociale e solidale. E lo dimostrò proprio in quei giorni, quando gli alberghi erano pieni o quasi pieni, perché era il 24 agosto. Nonostante questo, gli albergatori aprirono le loro porte. E lo stesso fecero tantissime altre realtà della città. Voglio ricordare, tra gli altri, l’attuale sindaco Nicola Mozzoni con il suo Hotel Relax che diventò un punto di riferimento per decine di sfollati. E l’allora presidente dell’AssoAlbergatori Gaetano De Panicis. Si misero a disposizione in prima persona».
Non fu soltanto una questione di posti letto
«No. Non ci siamo limitati a ospitare le persone negli alberghi. Abbiamo cercato di mettere a disposizione una città intera, creando le condizioni perché chi era stato costretto a lasciare il proprio territorio potesse sentirsi, per quanto possibile, parte di una comunità. Destinammo una scuola agli studenti arrivati dalle zone terremotate. Chi voleva andare alla partita poteva farlo gratuitamente. A chi svolgeva attività con le bancarelle furono messi a disposizione spazi senza costi. Anche i parcheggi sul lungomare erano gratuiti. Le società sportive, le bocce, il Palazzetto dello Sport: tutti si misero a disposizione. Era un modo per far sentire a queste persone il meno possibile, anche se è quasi impossibile, la mancanza del proprio territorio».
Insomma, più che ospitalità, cercaste di ricostruire una comunità
«Esattamente. Era questo il senso. E quando parlo di città messa a disposizione, intendo proprio tutta la città. C’era uno spirito di fratellanza e condivisione nei confronti di chi aveva vissuto una tragedia. Quando poi ti accorgi che c’è qualcuno che comprende quello che stai attraversando e ti dà una mano, affrontare quelle situazioni diventa un po’ meno difficile. Facile non è mai».
In quel periodo San Benedetto diventò anche una sorta di sede amministrativa per alcuni dei Comuni terremotati
«Sì. Il Comune di Accumoli arrivò a svolgere anche un Consiglio comunale all’interno del nostro municipio. Io partecipai per portare un saluto. Fu un momento importante, perché significava che non stavamo semplicemente ospitando delle persone: stavamo cercando di ricostruire delle comunità».
E i rapporti con quegli amministratori sono rimasti nel tempo?
«Assolutamente sì. Con il sindaco di Accumoli c’è ancora oggi un rapporto molto stretto, anche perché attualmente vive a San Benedetto. Con il compianto Aleandro Petrucci avevo condiviso cinque anni di Giunta provinciale. Con Pirozzi c’era già una conoscenza, un’amicizia. E poi con il sindaco di Arquata, con gli amministratori di Acquasanta e con quelli degli altri territori colpiti. Non ci siamo limitati al Piceno: abbiamo dato disponibilità anche alle persone che poi furono accolte nei territori dell’attuale provincia di Fermo».
C’è un episodio, tra i tanti di quei giorni, che le è rimasto particolarmente impresso?
«Quello che mi ha colpito maggiormente è avvenuto qualche anno dopo. Nel gennaio 2020 andammo in visita dal Papa a Roma insieme ai pescatori e, al ritorno, con il vescovo Bresciani e gli altri. Al ritorno, ci fermammo a cena Grisciano, una frazione di Accumoli. Quando entrammo in un ristorante, ci fu un fragoroso applauso da parte dei titolari e del personale. E arrivarono ancora una volta i ringraziamenti per quello che San Benedetto aveva fatto quasi quattro anni prima. Per me quella fu la dimostrazione più bella di ciò che la nostra città aveva lasciato alle persone colpite dal terremoto».
E poi c’è il curioso episodio del Papa che, in quei giorni, sembrava dovesse arrivare a San Benedetto
«Quello fu un equivoco. Mi arrivò la voce che il Papa sarebbe venuto all’Hotel Relax e fuori dalla struttura cominciò a radunarsi della gente. Io pensai: “Non è che arriva il Papa e la Santa Sede non avverte nessuno”. Anche perché ci sarebbero state tutte le questioni legate alla sicurezza e all’organizzazione. Però, per non alla fine, andai anch’io a ingrossare le fila di quel gruppo che aspettava davanti all’hotel, perché l’arrivo di un Papa doveva essere accolto dal sindaco».
E alla fine?
«Alla fine arrivò la smentita: “No, guardate, il Papa non arriva”. Probabilmente c’era stata un’incomprensione, Papa Francesco aveva in programma una visita alle comunità di San Benedetto da Norcia. Anche se, considerando che quel Papa era abituato a qualche fuori programma, uno poteva pure aspettarselo! Io, comunque, per prudenza non ho rischiato e mi sono messo lì ad aspettare insieme a tutti gli altri».
A distanza di dieci anni, cosa resta di quell’esperienza?
«Innanzitutto la speranza che un’esperienza del genere non debba mai più ripetersi. Ma, riletta oggi, quella tragedia ci ha sicuramente rafforzato. Ha rafforzato San Benedetto come città di riferimento e ha consolidato la collaborazione con tanti territori e tanti amministratori. E ha confermato soprattutto una cosa: San Benedetto è una città dell’accoglienza. Turistica, certo, ma anche sociale e solidale. Non a caso fummo indicati anche in Parlamento come esempio virtuoso di come si può reagire davanti a situazioni di questo tipo».
E oggi molti di coloro che arrivarono qui dopo il terremoto sono ancora a San Benedetto
«Sì. Nel frattempo i territori colpiti stanno ricostruendo e molte persone sono tornate nelle loro comunità. Altre, invece, hanno avuto l’occasione o deciso di rimanere qui. È un altro segno di quel legame che si è creato in quei giorni. E credo che sia anche una delle eredità, certamente la più positiva, di una tragedia che nessuno di noi avrebbe mai voluto vivere».

















