
Stefano Cappelli tra le rovine
Le storie del terremoto sono tante. Tutte tristi. I drammi del durante e le miserie del dopo, ti mettono, dentro, la stessa angoscia, ti fanno provare, sulla tua pelle, la stessa impotenza. La forza della Natura, che mai riusciremo a dominare, ha portato, in pochi secondi, morte e distruzione.
I limiti di uomini e istituzioni, che mai riusciremo a superare, hanno portato, in dieci anni, ritardi e rassegnazione. Aspettando le accelerazioni e i cambi di passo più volte annunciati. I progressi concreti, insomma, i fatti, per dirla con le parole semplici preferite da queste parti. La gente che invecchia, e di vecchiaia magari muore anche, nelle casette di legno dei villaggi Sae, è quella che meriterebbe di più veder rifiorire la vita in quegli amati borghi di montagna, spesso natii.
I territori devastati, la Memoria dei morti sotto i crolli, le anime ferite di chi l’ha scampata per un pelo, e ha avuto il fegato di non scappare, meriterebbero, tutti, di vedere realizzato il grande sogno della ricostruzione. Soprattutto loro. Gli eroi che hanno scelto di restare. Nonostante tutto. Per amore viscerale di questi luoghi, magari con le scuse di non poter lasciare incustoditi orti e animali, o anche solo per quella testardaggine, dura e pura, tipica della gente di montagna. Difficile per loro, spesso anziani, spiegare a chi non potrà mai capire, che non riescono a sentirsi meglio in nessuna altra parte del mondo, se non quassù.
Fra le tante storie del tragico terremoto di dieci anni fa, che ha cancellato interi paesi delle nostre zone interne montuose, ma non le loro anime nei cuori di chi è rimasto, e dei tanti che non perdono ogni occasione, comunque, per tornarci, ce n’è una che mi colpì moltissimo. Soprattutto per la partecipazione emotiva nel racconto di chi, come Stefano Cappelli, titolare del forno di Borgo di Arquata, visse in diretta, attimo per attimo, il terrore di quella notte.
Ripropongo, con la stessa commozione di allora, alcuni passi di quella testimonianza, pubblicata da Cronache Picene il 19 giugno 2020, e poi inserita nel primo volume della raccolta delle “Storie di Walter”.
“Quel forno apre i battenti nel 1958. Il forno Cappelli di Borgo di Arquata. Che darà pane per oltre mezzo secolo a tutto il territorio limitrofo. Da Montegallo ad Accumoli, da Fonte del Gallo a Grisciano, fino a Peracchia. In estate il lavoro aumentava di molto, perché, allora, l’estate durava tre mesi, non venti giorni, e i residenti nell’Arquatano, in quei tre mesi, quintuplicavano. Successivi ampliamenti del fabbricato iniziale ci permisero di abitarci sopra e intorno a quel forno. Casa e bottega, come si dice…la famiglia di mio padre Giovanni era tutta lì dentro, ogni giorno dell’anno, alle sette di mattina, l’ora di punta, quando il forno Cappelli di Borgo si riempie di clienti, e in cottura devono subito entrare le pizze, dopo il pane. Il profumo fragrante dei prodotti appena sfornati si sentiva dalla strada. Per i viaggiatori giornalieri sulla vecchia Salaria la sosta al nostro forno era abituale. Chi nasce qui non può non amare la montagna… Arquata è l’unico comune europeo che sorge in due parchi naturali nazionali, quello dei Sibillini e quello del Gran Sasso e della Laga. Nascere qui è un vero privilegio …”.
Poi Stefano Cappelli parla del suo lavoro di fornaio. Un lavoro affascinante del quale parla con una punta di emozione. Pane e montagne, di questo è stata fatta la sua vita. Nel 2016 festeggia i quarant’anni di lavoro in quel forno. Un anno che verrà ricordato non solo per questo. Il 24 agosto 2016 alle ore 3:36 arriva il sisma, magnitudo 6,0.
“Quella maledetta notte del ventiquattro agosto ero lì dentro il forno, come ogni notte. Sto aprendo la porta del frigo con la stecca del lievito in mano, facendo mentalmente il conto dei panetti da riporvi, quando arriva il terremoto. Sulle prime, istintivamente, cerco di tenere fermo tutto quello che, improvvisamente, comincia a muoversi intorno a me. Il frigo, l’armadio. Dagli scaffali cominciano a cadermi addosso le teglie delle pizze e i contenitori. La catasta dei sacchi di farina, da venticinque chili l’uno, si anima. Un vecchio orologio si stacca dalla parete e cade sulle ceste. Il vetro si rompe. Le lancette si schiacciano nell’impatto contro le pagnotte, e si fermano per sempre segnando le tre e trentasei. Vedo aprirsi le crepe nei muri e oscillare il soffitto sopra la mia testa. Dalla fessura più grande aperta nella parete intravvedo distintamente le luci gialle della illuminazione pubblica della strada. Scappo fuori di corsa adesso. Per mia fortuna la casa non crolla, altrimenti sarebbe stato troppo tardi. Due minuti e trentotto secondi dura quella prima, violenta scossa. Una eternità. Dalla strada, dove intanto si sono riversati, seminudi, tutti, c’è ancora tutto il tempo di vedere la propria casa continuare a tremare, spaccarsi, sgretolarsi durante quel lungo, sinistro boato che pare senza fine. Ci si conta, ci si rincuora, o almeno si tenta, gli uni con gli altri.
Riabbraccio l’anziana madre terrorizzata, il fratello, il figlio Marco, tutti scesi precipitosamente all’aperto. Va via la luce. I lampioni si spengono. Dal buio si intravvede il nugolo di polvere salire dalle case di Arquata che si stanno disintegrando, e arrivano, distinte e raggelanti, le grida disperate di aiuto dei suoi abitanti…”
Quando la furia della Natura finalmente si placa, Stefano Cappelli corre subito in casa a recuperare la sua divisa della Protezione Civile. C’è bisogno di portare soccorso ai compaesani. Con altri amici di Borgo pensano alle vecchie gallerie della Rocca per evacuare gli sfollati, ma rischiano grosso alle quattro e quindici quando arriva la seconda scossa. I nuovi crolli seppelliscono di macerie le strade e le auto in sosta. Stefano e gli altri diciassette primi soccorritori del posto la scampano per un pelo. In attesa dell’arrivo dei Vigili del Fuoco estraggono dalle macerie tre persone ancora vive e altrettante già morte. Fra di loro anche Marisol, la vittima più piccola del sisma.
“Il dopo terremoto inizia quando finiscono i funerali. La frenesia di cercare sopravvissuti, scavare, chiamare fra le rovine persone che conosci, e che mancano all’appello, ti frastorna e non ti fa sentire la stanchezza, la fame, la sete. Con i funerali la conta dei morti finisce. E dopo il pianto liberatore cominci a pensare ad un futuro…”.
Quale futuro? Anche Stefano, come tutti i terremotati veri, quelli che hanno perso tutto, che hanno pianto amici e parenti rimasti sotto i crolli, e che non hanno, ora, davvero, più lacrime, devono iniziare a lottare contro un nuovo, subdolo, invisibile e altrettanto insidioso, nemico. La burocrazia.
Il 30 ottobre 2016 alle ore 7.40 il secondo nuovo terremoto, di magnitudo 6,5, completa il quadro della devastazione. Solo in due frazioni, Colle e Spelonga, resta in piedi, indenne, qualche abitazione. Tutto il resto va giù. Come il morale di questa gente già duramente provata.
“Anche io divento ufficialmente un senzatetto alle sette e quaranta di quella domenica mattina – continua Stefano – alla sera di quello stesso giorno eravamo già tutti ospiti in sette alberghi della costa, fra Porto d’Ascoli e Martinsicuro. Ogni giorno sono tornato a Borgo, anche per seguire le riunioni con le varie autorità sul programma di ricostruzione, di ripartenza delle attività. Le promesse e i buoni propositi erano tanti…”.
Il terremoto del centro Italia ha fatto più di 300 morti ed oltre 40.000 sfollati. Una tragedia che lo ha segnato, ma non vinto. Non vuole sradicarsi dalla sua terra. Andarsene significherebbe scappare. Tradirla. In quei settantamila ettari di natura quasi incontaminata, in quelle quattro province, in quei sedici comuni, ci sono tanti uomini e tante donne come Stefano Cappelli del forno di Borgo di Arquata.
Figli forti e fieri di questa terra bellissima e ferita. Temprati dai rigidi inverni e cresciuti nelle lunghe primavere. Nati qui. Come le rocce e l’erba dei prati, come gli alberi e i lupi di queste montagne. Che resistono. Nonostante tutto. Che stringono i denti. Che non molleranno mai.














