
Piazza Arringo (prima della nuova pavimentazione, ph G. Vecchioni)
Con il termine Rinascimento si intende il «movimento culturale, artistico e architettonico» nato in Italia all’inizio del Quattrocento e sviluppatosi gradualmente nel continente europeo fino al sec. XVII, interpretato come periodo di transizione tra il Medioevo e l’età moderna.
È l’età del cambiamento; in Italia, i suoi principali centri di diffusione furono Firenze e Roma ma anche una città “minore” come Ascoli Piceno partecipò al rinnovamento. Vediamo di analizzare, qui di seguito, qualche testimonianza di questo importante periodo storico-artistico, ancora presente in città, Anche in questo caso, come in altre occasioni (Ascoli romana e Ascoli medievale), la trattazione sarà divisa in due parti, per favorire la lettura.
Prima di iniziare, una precisazione. In città è possibile trovare diverse tracce del periodo rinascimentale: le cosiddette “pietre parlanti”, portali e altri monumenti (di edilizia militare) come la Fortezza Pia e il Forte Malatesta; a loro, Cronache picene ha dedicato diversi articoli, ai quali si rimanda. Nell’articolo, poi, saranno considerati solo gli edifici che hanno mantenuto più o meno integralmente le caratteristiche artistiche e architettoniche del periodo storico del quale stiamo trattando.
Cominciamo da Piazza Arringo, uno dei luoghi iconici della città picene, sede di un recentissimo restauro della pavimentazione.
La monumentale piazza veniva così descritta in un precedente articolo: «Il nome deriva dalla parola di origine germanica ring, che definiva il luogo delle assemblee popolari. A metà del sec. XII, al centro della piazza esisteva un pulpito di pietra: racconta Giuseppe Marinelli (2009) che qui San Francesco d’Assisi parlò alla folla, nel 1215; successivamente, un colossale olmo costituì il punto di ritrovo per le adunanze cittadine. Infine, alla fine dell’Ottocento, la fontana costruita al centro della piazza fu sostituita dal monumento a Vittorio Emanuele II, primo Re d’Italia, opera dello scultore Nicola Cantalamessa, e da due fontane con vasca ovale di travertino e figure in bronzo realizzate su disegno del Paci. Nel 1960, la statua del Re fu spostata ai Giardini comunali, dove tuttora si trova; le due belle fontane sono ancora in situ». Si tratta di una splendida area monumentale, «… uno spazio quadrangolare lungo ben 140 m e largo 56 m e 27 m, chiusa al traffico veicolare da decenni. La forma ricalca, probabilmente, quella del Foro, contornato da edifici civili e religiosi (le fondazioni dei quali sono ancora visibili all’interno del Palazzo dell’Arengo). Senza tema di esagerare, la piazza può essere vista come l’immenso sagrato della cattedrale (il Duomo), espressione del potere religioso e, contemporaneamente, come l’atrio del Palazzo comunale, sede del potere civile».

La splendida facciata del Duomo (ph Goffredo Zucchetti)
La Cattedrale (il Duomo). Su uno dei lati più corti della piazza insiste la Cattedrale, dedicata a Santa Maria Madre di Dio e al santo vescovo e patrono della città, Sant’Emidio martire (per gli ascolani è, più semplicemente, il Duomo o, in dialetto, lu Ddome), è una costruzione molto antica (sec. V), più volte rimaneggiata. Tra il Quattrocento e il Cinquecento al fabbricato vennero aggiunte le navate laterali e la bellissima facciata, ad opera di Nicola Filotesio, più noto come Cola dell’Amatrice. L’artista utilizzò una disposizione particolare delle colonne, quella del cosiddetto ordine gigante nel quale le colonne si estendono in altezza per più di un piano. L’imponente portale d’ingresso, poi, è inquadrato da colonne sezionate verticalmente (in pratica, sono “mezze colonne”), una stranezza che anticipava alcune caratteristiche del Manierismo.

La porta della Musa (ph G. Vecchioni)
Sul lato sinistro dell’edificio, la splendida Porta della Musa, tipicamente rinascimentale. Era la porta principale della cattedrale, poi smontata e ricomposta quando fu realizzata quella attuale, più imponente.

Palazzo Caffarelli (ph Goffredo Zucchetti)
Palazzo Caffarelli è adiacente al Duomo. Si tratta di un edificio fatto realizzare dal vescovo Prospero Caffarelli (dal 1475), parte integrante del complesso dei Palazzi vescovili (l’Episcopio), costituito da tre corpi, voluti dai vescovi Roverella (sec. XVI), Marana (sec. XVIII) e Caffarelli (il più antico, del sec. XV e in continuità con la facciata della cattedrale) che comprende anche il Passetto Squintani e i giardini vescovili. Attualmente è la sede del ricco Museo Diocesano. Il vescovo Caffarelli fu nominato vescovo di Ascoli dal “papa umanista” Pio II Piccolomini, suo amico personale.

La lapide di Palazzo Caffarelli (ph Goffredo Zucchetti)
Sul muro che raccorda la facciata della chiesa con i palazzi vescovili situati nella parte meridionale dell’area, è murata, a rilevante altezza dal piano di calpestìo, una lapide (sec. II) dedicata alla Fortuna Redux (la dea che proteggeva il ritorno da un viaggio, da una guerra…) da parte del dispensator Rufus. Antonio Rodilossi ci informa che «il vescovo Prospero Caffarelli fece collocare (nel 1486) sulla facciata una lapide marmorea in onore della “Fortuna reduce”, scolpita nel 173 d.C. e rinvenuta nei dintorni della cattedrale, probabilmente nello stesso luogo dove, in età romana, sorgeva un tempio pagano».
Sul lato settentrionale della piazza, di fronte al complesso vescovile, spicca il prospetto rinascimentale di Palazzo Panichi, attuale sede dell’importante Museo Archeologico. La costruzione ha subìto, nel corso dei secoli, diversi interventi.

Il bugnato di Palazzo Roverella (Cat. BBCC)
Palazzo Roverella. L’edificio è raccordato al precedente dal palazzo vescovile, edificio totalmente “rifatto” nel Settecento, voluto nel 1523 da Filos Roverella, “conte imperiale, vescovo e principe di Ascoli”, su probabile progetto di Cola dell’Amatrice. Il Palazzo ha la fronte avanzata rispetto al citato Episcopio e si eleva su un alto basamento “a bugnato rustico”, con pietre (le bugne) sporgenti dal muro.
Sullo spigolo, in alto, un mascherone con stemma vescovile nasconde una bocca da fuoco, monito per eventuali disordini popolari o manifestazioni di piazza.
All’interno, il salone del piano nobile conserva gli affreschi di Marcello Fogolino (sec. XVI).
Il Giardino vescovile, non particolarmente esteso ma ordinato e decorato, tra l’altro, da un magnifico pozzo di travertino voluto dal vescovo Caffarelli (1484), è in comunicazione col palazzo grazie a un loggiato a tre archi, è circondato da un alto muro ma è godibile per via di un alto cancello. È situato nel retro del palazzo ed è un raro esempio di giardino rinascimentale ancora presente nella cerchia urbana. Un recente restauro (2016) ha restituito la varietà di piante e i viali ombreggiati da pergole; oltre a elementi scultorei di arredo, sono esposte alcune campane di bronzo, provenienti dalle chiese danneggiate dal terremoto del 2016.

Scorcio del giardino vescovile (ph G. Vecchioni)
Sul giardino, peraltro ampiamente ridimensionato dalle sue dimensioni originali (comprendeva anche l’area oggi occupata dal Cinema Piceno e dalla Regina Apostolorum), vale la pena leggere la dotta dissertazione di Adriana Cipollini: «La logica della geometria che regola la natura e il suo assoggettamento alla razionalità e artificio tipici del Rinascimento allude espressamente a un ordine superiore e al primato dell’uomo sulla natura scelto da Dio per comprendere, secondo una visione prettamente neoplatonica che segue criteri di simmetria, ordine, proporzione e varietas che proiettano sull’idea di giardino una profonda valenza simbolica in cui sono essenziali la presenza dell’acqua, gli elementi lapidei usati come ornamento e quelli appositamente realizzati.

Il pozzo di travertino nel giardino vescovile (ph G. Vecchioni)
Il modello di sentieri che si incrociano al centro verso la fontana, il pozzo o un grande albero de3rivano dal modello claustrale, alludono alla geografia edenica e a un’immagine cosmologica di perfezione che richiama la Gerusalemme Celeste. Lo stesso assoggettamento della natura a regole e proporzioni stabilite vede nell’hortus conclusus il topos di luogo dello spirito in un rapporto privilegiato con il paesaggio».

Il magnifico portale di Palazzo Bonaparte (l’ingresso principale, pd)
Il Palazzo Bonaparte è situato nella via omonima (l’antica “Strada San Giovanni” o “Via delle Muse” perché sfocia proprio davanti alla già vista Porta della Musa). Il nome gli deriva dalla famiglia aristocratica Bonaparte, trasferitasi in Toscana già nel sec. XIV; la voce popolare attribuisce alla famiglia una parentela con Napoleone Bonaparte, una notizia peraltro non supportata da prove documentali.

L’enigmatica lapide di Palazzetto Bonaparte, con il cosiddetto “pentacolo di Salomone” (ph C. Perugini)
Il palazzo fu edificato nei decenni a cavallo tra il Trecento e il Quattrocento; l’edificio attuale è rinascimentale, pur conservando le basi medievali e rifacimenti del sec. XVI. Il nome di uno degli ultimi proprietari si legge nel fregio del bellissimo portone. In un precedente articolo, il palazzetto veniva descritto: «…lungo la rua che dalla Cattedrale arriva a Piazza Viola, c’è il rinascimentale Palazzetto Bonaparte – descritto (1835) dal fermano Giambattista Carducci come “elegantissimo edifizio” – dalla facciata istoriata da enigmatiche incisioni legate alla figura di Francesco Calvi (FRANCISCUS CALVUS CANONICUS ASCULANUS. MD7 ET DIE IANUARII recita la scritta sull’architrave del portale), ecclesiastico e appassionato di arti magiche».

Particolare della pianta della città (Asculum Picenum, Willem e Johan Blaeu, 1640) dove è rappresentato il giardino vescovile














