
Riccio aperto
Il rapporto tra l’uomo e la castagna è molto antico, non solo nell’area picena ma in tutta la montagna appenninica (e non solo). È un legame storico quello che vincola il montanaro a questo albero e al suo frutto; non a caso, per secoli, la castagna era conosciuta come “il pane dei poveri”.

Castagne sulla brace
Prima dell’arrivo (sec. XVI) della patata e del mais dal Nuovo Mondo, la castagna ha permesso a intere popolazioni si sopravvivere alle carestie, come carboidrato fondamentale della dieta. Il castagno era «l’albero del pane» (definizione attribuita a Senofonte, secc. V-IV aC): dove il clima e il terreno rendevano difficoltoso coltivare cereali, un castagneto nemmeno tanto esteso di una decina di piante poteva sfamare una famiglia per un anno perché dalla farina ricavata dalle castagne secche si poteva ottenere una serie di prodotti: in primis, il pane e poi polenta e gnocchi (nell’Italia settentrionale) e il castagnaccio (in Italia centrale).
Nella poesia Canción oriental (1921), Federico Garcìa Lorca scriveva: «Le castagne sono la pace del focolare. Cose d’altri tempi. Crepitare di legni vecchi, pellegrini smarriti». Inoltre, il castagno era (ed è) un albero generoso, dalle risorse infinite per l’economia rurale: oltre ai frutti, forniva (con le foglie) una comoda lettiera per gli animali; dal tronco e dai rami, ricchi di tannino (che ne ritarda la putrefazione) si ricavava legna per assi, travi e carbone; anche i ricci potevano essere utilizzati, marcendo e rientrando nel ciclo minerale.
La diffusione del castagno.
Nella nostra regione i castagneti sono presenti nella fascia altimetrica dell’alta collina-bassa montagna (700-1000 m) su terreni marnoso-arenacei, cioè con strati di marna (roccia sedimentaria composta da argilla e calcare) e arenaria (sabbia).
I castagneti sono cedui da legname o fustaie (le cosiddette “selve castanili”) per la produzione di castagne (o marroni).
Nella nostra zona, il Piceno, si trovano estese fustaie a Montemonaco e nell’alta e media valle del Tronto, nell’Arquatano e nell’Acquasantano, fino al confine con la provincia di Teramo, nell’Abruzzo viciniore. Due importanti aree di castagneto (due autentiche “isole territoriali”) sono vicino alla città picena: nella frazione Piagge, proprio sotto l’alta rupe di travertino del Colle San Marco, e sul Monte dell’Ascensione, a sud della città.

Un castagneto dell’Ascolano (foto Gabriele Vecchioni)
Anche se studi di archeobotanica datano la presenza in zona del castagno a circa 20.000 anni fa, la sua diffusione si deve ai Romani prima e poi ai Benedettini, durante il Medioevo. Una sua prima “introduzione” risale all’Età del Ferro (sec. IX aC), come dimostrano le indagini palinologiche (sui pollini fossili) nella torbiera di Campotosto.
In generale, i castagneti occupano una fascia compresa tra i querceti e i boschi misti del piano collinare e le faggete di quello montano, spesso compenetrandoli e sostituendo le specie della fascia altimetrica più bassa.
Come abbiamo visto in precedenza, il castagneto vegeta in alta collina ma può “scendere” a 300 m di altitudine (come i castagneti depressi delle Prealpi, in Veneto) o “salire” fino a 1000 m (sui Monti della Laga); in Sicilia, arriva a circa 1500m (sull’Etna).
«Si potrebbe osservare tuttavia per la distribuzione del paesaggio del castagno ciò che si è osservato per quello dell’olivo; ambedue sono stati estesi forzatamente oltre i territori più adatti alla loro più naturale esistenza perché l’una e l’altra pianta interessavano notevolmente per la loro produttività (V. Giacomini, 1970)».
La sua diffusione, abbastanza rapida, ha portato i castagneti a occupare aree molto vaste tanto che nella terminologia forestale si identificano col il Castanetum, una delle zone fitoclimatiche nella classificazione di Mayr-Pavari. «Le zone fitoclimatiche sono identificate da particolari associazioni vegetali (le alleanze fitosociologiche) e permettono un rapido inquadramento concettuale, grazie all’estrema schematizzazione dei dati».
Una considerazione.
Tralasciando l’aspetto floristico e considerando, nelle sue linee essenziali, quello fitosociologico del castagneto (materie, obiettivamente, per specialisti) si può affermare che la distribuzione del castagneto “a spese di altre specie” è stata favorita dall’azione antropica, soprattutto sul bosco misto di latifoglie.
La stragrande maggioranza dei castagneti non è, usando una definizione scientifica, una vegetazione climacica spontanea (in altre parole, non è il frutto di una evoluzione naturale), ma il risultato di una coltivazione secolare (i castagneti sono identificati con il già citato termine di “selve castanili”) governata dall’uomo.
Possiamo semplificare considerando il castagneto un antropo-ecosistema, un “bosco artificiale” più che una cenosi puramente climax cioè uno stadio stabile e maturo di una successione ecologica. Nelle biocenosi climax, la comunità vegetale ha raggiunto un equilibrio dinamico (con clima e suolo), e non viene sostituita da altre comunità a meno che non ci siano gravi perturbazioni esterne (per esempio, un incendio).
I castagneti non sono “boschi selvaggi”, ma assomigliano più a un giardino; il sottobosco viene accuratamente pulito per facilitare la raccolta dei frutti caduti dai ricci. Quando nei castagneti cessa l’azione dell’uomo (per esempio, in caso di abbandono dell’attività produttiva), si ricostituisce – in maniera naturale – il bosco misto: i castagneti subiscono una rinaturalizzazione grazie a una successione ecologica secondaria, tornando verso il bosco misto di latifoglie originario (querceto misto o faggeta, a seconda della quota).

Rami di castagno carichi di ricci con frutti in maturazione
I castagneti del Piceno. Nella nostra regione – in particolare nella nostra zona – la presenza del castagno è molto antica (le castagne del Piceno erano ricordate già da Plinio il Vecchio (sec, I dC che elogiava la salara, una varietà picena). La pianta prospera in maniera ottimale su terreni acidi, non-calcarei e trova le condizioni edafiche ideali nell’alta e nella media valle del Tronto e nella valle del Castellano.
Una breve digressione relativa a un patriarca vegetale presente nei boschi della Laga: il Piantone di Nardò, che vegeta nel comprensorio di Valle Castellana, a Mòrrice (un toponimo derivato dalla “morra”, come viene chiamata la roccia che costituisce i rilievi da quelle parti). Si tratta di un maestoso esemplare di circa 15 m di altezza e una circonferenza del tronco di circa 17 metri (al limite della specie), con un’età stimata sui 600 anni: in altri termini, il Piantone si consolidò all’epoca delle grandi scoperte geografiche, negli anni della scoperta del Nuovo Mondo.

Marroncini
Per motivi commerciali, la castanicoltura è orientata verso la produzione dei cosiddetti “marroni”. In epoche storiche, la pianta selvatica del castagno è stata migliorata con l’innesto di rami più produttivi e con una qualità migliore del frutto: appunto, il marrone. Nella nostra zona, i marroni sono ben conosciuti e recentemente affiancati da un’altra varietà, il “marroncino dell’Ascensione” che prende il nome dalla zona di produzione.
I castagneti del Piceno coprono una superficie di circa 720 ha (ettari), su un totale di 1000 ha delle Marche, costituendo quindi più del 70% dell’intera produzione regionale (dati Istat).
La produzione è concentrata nell’entroterra montano, nell’area di cinque comuni: nei già citati Arquatano e Acquasantano (i castagneti della zona sono una delle zone di produzione più importanti delle Marche, contribuendo con il 50% circa dell’intera produzione regionale) e Montemonaco, a Montegallo e a Roccafluvione. Una piccola produzione – di qualità – si ha sulle pendici del Monte dell’Ascensione, dove viene prodotto il già ricordato “marroncino”.
In realtà, la superficie occupata dai castagneti produttivi si è ridotta nel tempo, nell’immediato Secondo dopoguerra (anni ’50): prima del boom economico e del massiccio abbandono delle aree rurali montane arrivava a 2000 ha.
Per concludere, un confronto: mentre nell’area meridionale della regione (il Piceno) la coltura della castagna è una voce relativamente importante dell’economia agricola, nel vicino Fermano, la superficie dedicata alla castanicoltura è di appena 70 ha.
FOTOGALLERY
- Momenti della Sagra del Marroncino dell’Ascensione, a Capradosso
- Un riccio semiaperto fa intravedere il suo contenuto
- Per l’escursionista, i castagneti sono boschi facili da attraversare
- In autunno, il bosco di castagno è un autentico caleidoscopio di colori
- Ceduo di castagno con le ceppaie in attesa del taglio
























