È il miglior allenatore d’Italia, Seccardini si racconta: «Il mio calcio di studio e applicazione»

ASCOLI - Il mister rivelazione vince il premio per la Serie D durante la tredicesima edizione del "D Club", a Roma. Dalla trafila nella giovanili dell'Ascoli fino ai tre anni con l'Atletico Ascoli, culminati col record del quarto posto, una storia di determinazione e passione: «Ho capito molto presto che l’unica strada possibile fosse costruire competenze. I miei modelli, Bellarte e Seirul·lo. Ambisco a fare questo mestiere a tempo pieno, ma senza rincorrere scorciatoie. L'Ascoli? Stagione straordinaria, mi auguro il lieto fine»
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Mister Seccardini

 

 

di Luca Capponi

 

In un mondo come quello del calcio, sempre più inquinato da affari, interessi, giochi di potere, diritti tv, raccomandazioni e molto altro di poco edificante, la componente ludico-sportiva, la più importante, sembra essere finita non in secondo, ma in terzo, se non quarto, piano. È anche per questo che la storia di Simone Seccardini, allenatore ascolano classe 1983, sembra provenire da un’altra dimensione. Una storia di determinazione ed applicazione, di metodo e passione, di quel raro sapersi rialzare dopo le battute d’arresto.

Ai tempi dell’Ascoli

 

Dopo la trafila nelle giovanili dell’Ascoli, culminata con la panchina della Primavera, dal 2023/2024 è alla guida della (ex) matricola Atletico Ascoli, in Serie D. Nel primo anno da subentrato, un pericoloso ultimo posto si è trasformato in un miracoloso sesto in classifica. Poi, dopo un campionato chiuso al nono, arriva il record col piazzamento playoff da quarta classificata, culminato nella sconfitta in semifinale col più blasonato Teramo, peraltro al novantesimo. Il tutto esprimendo sempre un gioco brillante, divertente e redditizio.

 

Per tutto ciò, e per molto altro, Seccardini è stato premiato come miglior allenatore durante la tredicesima edizione del “D Club”, iniziativa organizzata dal Dipartimento Interregionale Lnd insieme a Corriere dello Sport e Tuttosport. Un prestigioso riconoscimento assegnato dai tifosi tra le 72 nomination nelle sei categorie. Premio che ha ritirato a Roma direttamente dalle mani del presidente della Lega Nazionale Dilettanti Giancarlo Abete, nel corso di un evento che ha visto la presenza e il conferimento di premi alla carriera a personaggi del calcio come Antognoni, Giannichedda e Pavoletti, per citarne alcuni.

 

Mister Seccardini, se lo aspettava?

 

«Sinceramente no. Quando ho ricevuto la notizia sono rimasto sorpreso e molto orgoglioso. I premi individuali fanno piacere, ma nel calcio rappresentano sempre il lavoro di tante persone. Per questo l’ho vissuto soprattutto come un riconoscimento al percorso costruito in questi anni all’Atletico Ascoli. Se guardo indietro penso più al cammino che al premio in sé: ogni esperienza, dal settore giovanile alla prima squadra, ha contribuito a formarmi come allenatore e come persona».

Sulla panchina dell’Atletico

 

A chi dedica questo premio?

 

«Lo dedico innanzitutto alla mia famiglia, che rappresenta il punto di riferimento più importante della mia vita. È grazie alle persone che mi hanno cresciuto, sostenuto e accompagnato lungo il cammino se oggi posso vivere emozioni come questa. Un pensiero speciale va a mio padre, che non c’è più da dieci anni ma continua a essere presente attraverso i valori che cerco di portare con me ogni giorno. Lo dedico anche alla famiglia Giordani, alla società, al mio staff e a tutti i giocatori con cui ho condiviso questo percorso. Nel calcio nessun risultato nasce da solo e anche un premio individuale racconta sempre una storia collettiva».

 

Lei è partito dal basso e senza una gloriosa carriera da calciatore alle spalle. Lavoro, applicazione, educazione, rispetto: sono queste le chiavi di volta? 

 

«Credo di sì. Non avendo avuto un passato importante da calciatore ho capito molto presto che l’unica strada possibile fosse costruire competenze. Ho avuto la fortuna di allenare tutte le categorie, dai dilettanti fino al professionismo, e questo mi ha insegnato il valore dello studio, dell’aggiornamento e del confronto continuo. Mi piacerebbe che nel calcio contassero sempre di più le competenze e la qualità del lavoro. Le relazioni sono importanti, ma dovrebbero essere una conseguenza e non il punto di partenza. Alla fine credo che preparazione, curiosità, rispetto e coerenza nel tempo siano ancora gli strumenti più solidi per costruire credibilità».

Il premio ritirato a Roma

 

Atletico Ascoli: qual è il ricordo più emozionante che porta nel cuore?

 

«Paradossalmente non scelgo una singola partita. Se devo pensare a un’immagine, torno al primo anno: una squadra ultima in classifica che riesce a chiudere al sesto posto sfiorando i playoff. Quello che mi emoziona non è il risultato in sé, ma vedere un gruppo di persone costruire progressivamente fiducia, identità e senso di appartenenza. In questi tre anni abbiamo mantenuto una forte continuità umana e tecnica e credo che sia stata una delle nostre maggiori forze. Vedere giocatori, staff e società crescere insieme è probabilmente il ricordo più bello che porto con me».

 

Quanto è importante lavorare in un contesto che dà tempo di maturare e crescere?

 

«È fondamentale. Nel calcio si parla spesso di progettualità, ma non sempre si concede il tempo necessario per svilupparla. All’Atletico Ascoli ho trovato una società con una visione chiara, coerente e paziente. La famiglia Giordani ha sempre sostenuto il lavoro quotidiano senza lasciarsi condizionare dagli episodi. Questo non significa rinunciare all’ambizione, ma comprendere che la crescita richiede continuità. I risultati ottenuti in questi tre anni sono figli soprattutto di questa stabilità. In un calcio che spesso vive di urgenze, credere nelle persone e nei processi rappresenta un valore enorme».

Col fratello Matteo e le rispettive famiglie

 

Di lei si parla sempre troppo poco. Conferma di essere uno sportivo low profile?

 

«Probabilmente sì. Non ho mai sentito il bisogno di occupare spazio mediatico. Preferisco che siano il lavoro e le persone con cui collaboro a parlare per me. Questo non significa avere poca ambizione, anzi. Ho grandi ambizioni professionali e il sogno è quello di poter fare un giorno questo mestiere a tempo pieno. Credo però che la credibilità si costruisca soprattutto nel quotidiano. Mi interessa molto di più migliorare come allenatore che apparire come allenatore».

 

Quali sono i suoi modelli in panchina?

 

«Ho avuto diverse fonti di ispirazione. Massimiliano Bellarte (ex ct della nazionale italiana di calcio a 5, soprannominato “il filosofo”, ndr) è probabilmente la figura che più ha influenzato il mio modo di osservare il gioco. Mi ha insegnato a leggerlo come un sistema di relazioni e adattamenti continui. Ho studiato molto anche il lavoro di Paco Seirul·lo (è uno degli scienziati dello sport e teorici dell’allenamento più influenti al mondo, l’uomo dietro ai successi Barcellona, ndr) e il suo approccio integrato alla prestazione. Più che copiare un allenatore, però, cerco di contaminarmi con idee provenienti da mondi diversi. Oggi un allenatore deve essere prima di tutto un professionista dell’apprendimento».

 

Quale calciatore vorrebbe allenare?

 

«Non ho mai pensato a un nome specifico. Più che il calciatore, mi interessa la persona. Credo che il nostro compito sia relazionarci prima con esseri umani e poi con atleti. Ho avuto la fortuna di allenare ragazzi molto diversi tra loro e penso che la sfida più bella sia riuscire a comprendere chi hai davanti, costruire una relazione autentica e creare le condizioni affinché possa esprimere il proprio potenziale. È un principio che vale a qualsiasi livello».

Foto di gruppo Atletico

 

È vero che utilizza il suo tempo libero guardando partite?

 

«In realtà il tempo libero non è moltissimo. Oltre al calcio ho un lavoro e una famiglia a cui tengo profondamente. Quando posso, però, cerco di studiare, leggere, confrontarmi con altri professionisti e rimanere aggiornato. Con il mio staff utilizziamo strumenti come droni, videoanalisi, visual training, analisi dei dati e applicazioni legate all’intelligenza artificiale. Non perché la tecnologia debba sostituire l’allenatore, ma perché può aiutarci a comprendere meglio la complessità del gioco e a prendere decisioni più consapevoli. Credo che la categoria non determini la qualità del lavoro. La qualità del lavoro la determinano le persone. Per questo continuo a mettermi in discussione ogni giorno».

Mister Tomei e il presidente Passeri dell’Ascoli (foto Pierluigi Giorgi)

 

Un giudizio sulla stagione dell’Ascoli?

 

«Da osservatore esterno, ma soprattutto da ascolano e tifoso dell’Ascoli, questa stagione è stata un’avventura emotiva straordinaria. Sono nato ad Ascoli, vivo ad Ascoli e porto dentro di me i colori di questa città. Per questo ho vissuto il percorso dell’Ascoli con un coinvolgimento particolare. Al di là di come andrà a finire, credo che sia stato costruito qualcosa di molto bello e non così scontato nel calcio di oggi. Ho visto nascere una forte sinergia tra società, squadra, staff tecnico e città. Ho visto entusiasmo, appartenenza e una connessione che ha riportato tante persone a sentirsi parte di un percorso comune. Questo, a mio avviso, rappresenta già un risultato importante. Credo che mister Tomei abbia svolto un lavoro eccellente, costruendo un’identità riconoscibile e una direzione chiara. Non sempre si vince subito, ma quando esistono idee, coerenza e continuità, i risultati tendono ad arrivare. Adesso c’è un playoff da giocare e mi auguro che possa esserci il lieto fine, perché sarebbe il coronamento perfetto di un percorso che, da tifoso, mi ha emozionato e reso orgoglioso. Comunque vada, credo che questa squadra abbia saputo riaccendere qualcosa di speciale nella città e nella sua gente».

 

 

A fine intervista una domanda sul suo futuro professionale ci sta…

 

«Non mi piace associare il mio futuro a una panchina o a una città specifica. Più che il nome di una squadra o la categoria, mi interessa il contesto: le persone, le idee, la visione e la possibilità di costruire qualcosa nel tempo. Ho l’ambizione di fare questo mestiere a tempo pieno e di confrontarmi progressivamente con livelli sempre più alti, ma senza rincorrere scorciatoie. Vorrei farlo in un ambiente che condivida valori come competenza, progettualità, coraggio e crescita continua. In questi anni ho imparato che spesso non è il blasone a fare la differenza, ma la qualità delle persone con cui condividi il percorso. Per questo oggi penso soprattutto a migliorarmi ogni giorno, ad ampliare le mie competenze e a farmi trovare pronto quando arriverà l’opportunità giusta».


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