
Don Gianni Croci
Da solo in terra straniera, in regola ma senza fissa dimora e con un lavoro precario nel campo dell’edilizia: è questo l’identikit dell’uomo, di nazionalità iracheno, che sabato 11 luglio ha creato scompiglio a San Benedetto, ponendosi in mezzo alla strada e fermando il traffico, prima in zona Ponterotto, poi sulla statale Adriatica ed infine, in serata, sul trafficatissimo lungomare. Fino a che non è stato fermato, o meglio pestato, da un cittadino sambenedettese, Giuseppe Barboni, militante nel partito Futuro Nazionale di Vannacci e che ha pure mirato allo scranno da sindaco di San Benedetto, senza però trovare sponda.
Tornando all’episodio di sabato, non poteva mancare il video a riprendere la prodezza del sambenedettese con le immagini hanno rapidamente fatto il giro della rete, generando centinaia di commenti e aprendo un acceso confronto tra chi (tantissimi) ha espresso a gran voce solidarietà all’aggressore – sottoponendo l’iracheno a una doppia violenza – e chi, invece ha condannato il ricorso alla “giustizia fai da te”.

Il pestaggio
«Conosciamo l’iracheno perché viene a mangiare da noi – spiega il direttore della Caritas, don Gianni Croci – ma questo non significa in alcun modo giustificare quanto accaduto durante la giornata. Ha creato situazioni problematiche e pericolose, questo è evidente».
Secondo quanto emerso, alla base del gesto c’è una condizione di particolare fragilità personale, aggravata dal fatto che nelle ore precedenti, infatti, sarebbe stato sgomberato il luogo dove aveva trovato riparo e avrebbe perso alcuni dei pochi beni che possedeva: una tenda, un materasso, vestiti e uno zaino.
«È una persona fragile e ciò che gli è accaduto potrebbe aver contribuito a provocare quella reazione – osserva don Croci – Ma è bene sottolineare che queste persone non sono della Caritas, sono cittadini della nostra comunità. Noi facciamo quello che possiamo, ma non abbiamo la forza di risolvere ogni situazione di disagio».
Il sacerdote allarga poi il ragionamento a una problematica che da tempo riguarda il territorio: quella dell’emergenza abitativa.
«Probabilmente quest’uomo ha trovato un altro posto dove dormire, come tanti altri stranieri presenti in città. Alcuni commettono reati, sarebbe sbagliato negarlo, ma molti cercano semplicemente di vivere in regola e non trovano alcun sostegno. Proprio oggi (13 luglio, ndr) un ragazzo straniero, con un lavoro stabile, mi ha chiesto aiuto dicendomi di essere stanco di dormire per strada. Trovare una sistemazione è diventato quasi impossibile. Ci sono soprattutto affitti turistici e spesso non si riesce a trovare una stanza nemmeno per un mese. Così la strada diventa l’unica alternativa».
A colpire maggiormente, oltre all’episodio in sé, è stata la reazione registrata sui social network.
«Ho smesso da tempo di leggere i commenti sui social – afferma don Croci – ma ritengo che oggi il problema più grande non sia la povertà economica, bensì quella culturale. È preoccupante vedere quanto consenso raccolgano la violenza e l’aggressività, mentre le cose positive fanno molta più fatica a emergere. Per usare le parole del cardinale di Napoli, l’arcivescovo Domenico Battaglia, dovremmo interrogarci sul significato dei simboli che scegliamo di esaltare. Che senso ha celebrare o regalare una pistola? Chi può essere aiutato da uno strumento nato per colpire?».
Resta ora il lavoro degli inquirenti. Sarà la Procura a ricostruire nel dettaglio quanto accaduto durante quella lunga giornata, verificando le responsabilità dei soggetti coinvolti e chiarendo ogni passaggio di una vicenda che ha riacceso il dibattito cittadino sui temi della sicurezza, dell’emarginazione sociale e dei limiti tra intervento civile e giustizia privata.
L’esagitato, il giustiziere ed i cittadini nel mezzo: cronaca di un mondo impazzito













