di Luca Capponi 

Dalla valanga si tende lo sguardo verso il mare. All’alba di un 25 aprile che ha tutto di diverso rispetto al passato. Sul confine labile tra isolamento e sconforto. Perché per arrivare a Montegallo c’è solo una strada, quella che dopo Roccafluvione sale dal bivio verso Uscerno. E se ci arrivi hai poche alternative: o resti o devi tornare indietro. Chiuso il tratto della SP 89 che conduce al Passo del Galluccio e da lì verso l’Umbria o il Lazio. Chiusa anche la strada che va a Casale, nel suggestivo giro ad anello che poi torna in loco. Ma se nel primo caso molto c’è di negligenza umana (certo, il terremoto, ma sono passati due anni…), nel secondo c’è la routine di una stagione, ormai al termine, dove il distaccamento di valanghe dalle vicine cime mette a rischio uomini, animali e cose.

I resti di una valanga poco dopo il bivio per Casale

Così, il 25 aprile diverso diventa una specie di sfida su come e dove muoversi. Il sole sta per fare capolino, levandosi sopra al mare della Riviera, brillandoci sopra. Il cielo chiarisce l’intorno, senza nessuno che possa ammirarlo. Non resta dunque che inerpicarsi sovrastati dal Monte Vettore e i suoi fratelli, tra cui il Monte Torrone (da lì negli anni Trenta si staccò la valanga che spazzò via il paese di Casale Vecchio), dopo aver trovato il primo pertugio adatto e godersi lo spettacolo. Con i piedi sopra alla frana nevosa ormai in via di scioglimento, quasi a esorcizzare quanto di distruttivo essa contiene. Sperando che, magari quando sarà luce piena, porti via con sé anche le strade chiuse, i pianti, il deserto che questi posti da favola sono diventati, la paura di viverci, la sofferenza, la terra che trema, quel cuore quasi sopito che non merita una vita così.

 

 

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