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Produttività e isolamento sociale:
lo smart working
secondo Nello Giordani

ASCOLI - Il sociologo dell’Arengo ripercorre le tappe più significative dell’ascesa del “lavoro intelligente”, evidenziando i punti di forza e gli inevitabili risvolti negativi sul piano delle relazioni interpersonali
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di Federico Ameli

 

Nonostante la comprensibile apprensione per lo sbarco della variante Delta anche nel Piceno, l’addio al coprifuoco e le tanto attese riaperture hanno portato con sé una ventata d’aria fresca anche nel nostro territorio, con la bella stagione chiamata a fare da sfondo a queste prime settimane estive che si preannunciano cruciali per determinare l’andamento – epidemiologico e non – dei prossimi mesi.

Nello Giordani

Nella speranza che non si ripeta il copione dello scorso anno e di non ritrovarsi al punto di partenza una volta salutato ombrellone, a oltre dodici mesi di distanza dall’avvento dell’incubo Covid nella nostra quotidianità è tempo di ripensare, possibilmente con un pizzico di serenità in più, a ciò che è stato di questo 2020 e di questa prima metà del 2021, provando a tirare le somme sull’impatto dell’emergenza sanitaria sulla nostra quotidianità.

Se le nuove generazioni sono stati costretti a confrontarsi con un’inedita didattica a distanza, con tutte le conseguenze del caso sul piano sociale, certo è che neppure i più grandi possono dire di averla passata del tutto liscia, con il mondo del lavoro che a sua volta è stato inevitabilmente travolto dalle nuove necessità imposte dall’emergenza sanitaria.

Tra categorie professionali chiamate a reinventarsi e operatori del settore terziario alle prese con una crisi senza precedenti, a vedere stravolte le tradizionali modalità operative dell’ambito professionale sono stati anche i cosiddetti “colletti bianchi”, che abbandonate le scrivanie in fretta e furia si sono ritrovati a condividere il loro nuovo ufficio domestico insieme agli affetti più cari in nome del distanziamento sociale e dello smart working, una modalità di lavoro apparentemente innovativa ma che in realtà vanta dei precedenti anche nel nostro territorio.

«Innanzitutto – precisa Nello Giordani, sociologo del Comune di Ascoli e criminologo clinico – va fatta una distinzione tra telelavoro e smart working. Il telelavoro, infatti è regolamentato da una legge del 1998, che ricordo bene perché ai tempi proposi al Comune e ai sindacati di stilare un regolamento apposito per agevolare le lavoratrici – erano le donne a usufruire maggiormente di questa misura, ndr – che avevano bisogno di restare a casa per motivi di natura domestica o familiare ma che comunque potevano garantire gli stessi risultati.

Il presupposto era questo – prosegue il sociologo – in molti casi il dipendente risultava più efficiente, lavorando in maniera più serena in un’altra sede. E non per forza da casa: per legge, l’ente doveva mettere a disposizione tutta l’attrezzatura necessaria – come microfono, videocamera e computer, ad esempio – stabilendo un luogo di lavoro a norma. Questo è il telelavoro: lavorare a distanza come se si fosse in ufficio, con l’accensione del pc che corrisponde alla classica timbratura».

Già all’alba del nuovo millennio, insomma, si gettavano le basi per una modalità operativa che, in tempi ben più recenti, grazie allo sviluppo tecnologico avrebbe poi consentito ad imprese e aziende di proseguire nelle attività quotidiane risentendo solo in parte delle limitazioni imposte dal regime di emergenza sanitaria.

«Al contrario – spiega Giordani – lo smart working viene spesso tradotto impropriamente come lavoro agile, ma sarebbe più opportuno parlare di lavoro intelligente o rapido. Si tratta di un concetto diverso, introdotto dalla legge Madia del 2015 e riproposto poi nei primi mesi di lockdown. Alcuni studi hanno rilevato che, in altre regioni d’Europa, questa tipologia di lavoro garantisce maggiore efficienza ed efficaci; di conseguenza, anche le pubbliche amministrazioni e le aziende private sono state invitate ad adottare questa modalità lavorativa per ottimizzare gli sforzi e aumentare la produttività dei dipendenti.

Con lo smart working – continua – non esiste una sede di lavoro, non si è tenuti a restare in casa, bensì si può stare ovunque e spostarsi per motivi di lavoro, senza dover rimanere ancorati a una scrivania e a un computer. Certo, resta l’obbligo di confrontarsi con un mezzo digitale, ma solo quando c’è il bisogno di contattare un dirigente, un collega o un qualunque altro contatto della sfera professionale e non certo continuativamente».

Adottato più per sopraggiunta necessità che per reale convinzione, pur tra alti e bassi nel giro di questi mesi lo smart working ha dimostrato di poter essere una valida alternativa al lavoro tradizionalmente inteso.

«È stato verificato sia nel pubblico che nel privato – sostiene Giordani – che gli impiegati che svolgono un lavoro a esecuzione in base alle direttive di un superiore si trovano spesso davanti a uno schermo senza aver niente da fare. E non certo per colpa loro, bensì perché non avendo ricevuto input da un superiore non sono certo autorizzati a prendere iniziativa.

Talvolta, lavorare in sede risulta frustrante e demotivante per il lavoratore, a cui capita spesso di trascorrere una buona parte di giornata senza risultare produttivo.

Con lo smart working, invece, ci si può muovere ovunque, pur con l’obbligo della reperibilità, il che riserva importanti benefici in termini di produzione. Il lavoro ormai non è più giornaliero, si procede per obiettivi. Si può lavorare anche di notte, con tranquillità e rispettando le scadenze. Si chiama management by objectives, direzione per obiettivi, sia in azienda che nel pubblico, con una serie di richiami e decurtazione qualora non si dovessero rispettare le scadenze».

Una volta superata la comprensibile sorpresa nel ritrovarsi faccia a faccia con gli altri familiari durante l’orario di lavoro, l’abbandono della postazione d’ufficio ha dunque riservato diversi vantaggi sia ai dipendenti che alle rispettive aziende. Resta difficile, però, pensare che una rivoluzione di questa portata non abbia avuto ripercussioni negative su una sfera sociale già messa a dura prova dalle restrizioni previste dai vari Dpcm degli ultimi mesi.

Tra una sveglia più clemente del solito e i vantaggi del restare a casa, pare proprio che, come nel caso della didattica a distanza, anche nelle comodità dello smart working si celi qualche risvolto meno gradevole. L’elenco è abbastanza lungo e, di conseguenza, verrà approfondito in un secondo articolo, ma la conseguenza di gran lunga peggiore sembra essere quella legata all’assenza di relazioni umane e alla necessità, insita nell’uomo, di un contatto autentico con l’altro.

«Lavorando da casa – conferma Giordani – si ha a che fare solo con uno schermo, restando del tutto isolati dal mondo. Oltretutto, almeno nel nostro territorio e in genere nei piccoli centri, lo smart working viene messo in pratica perlopiù a casa, dove spesso ci si trova in completa solitudine.

L’azienda, infatti, è anche luogo di emancipazione e crescita culturale per individui provenienti da contesti sociali umili e da situazioni di emarginazione: si parla con i colleghi, stabilendo con loro un contatto umano. Nella nostra versione dello smart working, invece, il lavoratore è solo in una stanza a parlare con una macchina».

«È un po’ l’emblema della generazione “dell’homo monitor” – continua il sociologo – colui che parla con le macchine perché abituato a farlo fin dall’infanzia. La vita si riduce a uno schermo, per uno degli effetti più tristi dello smart working. Non bisogna dimenticare, infatti, che esiste una differenza sostanziale tra interazione e relazione: nell’interazione si configura un rapporto con una persona in cui ognuno si tiene i pensieri per sé, nella relazione invece c’è un certo coinvolgimento emotivo, per il quale l’uno capisce l’altro ed entrano così in gioco i sentimenti».

Il rischio? Il vuoto interiore, come sosteneva il sociologo Franco Ferrarotti. Difficile, però, pensare di poter tornare indietro. Anche in caso di miglioramento della curva epidemiologica, i punti di forza del “lavoro intelligente” rischiano di prevalere sulle ripercussioni sociali. Per questo motivo, per giungere alla soluzione ideale sarà necessario trovare il giusto equilibrio tra produttività e socialità.

«Guai a demonizzare il digitale – avverte in conclusione Giordani – altrimenti rischieremmo di avere una visione molto ridotta della vita sociale. Certo è che si tratta di un mezzo da gestire con cura, senza arrivare agli estremi del luddismo e contemplando invece delle piccole pause di ricreazione che possano giovare sia all’azienda che al lavoratore».

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