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Ascoli divisa, San Benedetto verso la marina

TERZA puntata della rubrica di Cronache Picene "Ascoli e Sambenedettese, un secolo di rivalità". Storie di sport, ma non solo
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Ascoli Piceno e San Benedetto del Tronto. Oltre alla rivalità sportiva, talvolta becera, c’è di più. Ci sono realtà figlie di passati gloriosi, che ai due centri hanno conferito prestigio. Ci sono state persone, popoli, storie e culture diverse, di pari dignità, separate solo da una manciata di chilometri, da conoscere, raccontare e tramandare. Accomunate, tutte, da un “eroismo” straordinario, che nessun astio, fazioso e municipalistico, può e deve cancellare. Di cui andare, tutti insieme, indistintamente, orgogliosi. L’amore cieco e sordo per il proprio campanile, il fanatismo che, in ogni campo, tutto avvelena, rischiano di farci ignorare, sia sotto il Torrione che in Piazza del Popolo, il meglio che, su entrambe le sponde, nei più diversi campi, con valore, sacrificio e abnegazione, durante lo scorrere degli ultimi secoli le nostre genti sono riuscite a costruire. A puntate, su Cronache Picene, racconteremo senza presunzione la Storia dei due centri. Sportiva e non. Scritta dai grandi personaggi del passato, soprattutto quelli meno celebri, da tramandare ai più giovani, e ai posteri, spesso ignari. Attraverso le glorie e le infamie, i fasti e le tragedie. Le pagine più esaltanti e i giorni più neri. Senza partigianerie e autoincensamenti di sorta. Senza sconti, che la Storia non può concedere a nessuno. Ascoli Piceno e San Benedetto del Tronto. Non più cugine invidiose e malevoli. Ma sorelle unite. E regine, entrambe, del Piceno e delle Marche. Non solo sui campi di calcio.

 

PUNTATA n. 3

 

Ascoli divisa, San Benedetto verso la marina Nella seconda metà del 1400 fra una incursione e l’altra di pirati turchi e saraceni, che si protrarranno fino a metà del 1800, sulla costa adriatica, San Benedetto “litiga” un pò con tutti i vicini a causa dei confini contesi. Con gli alleati Acquaviva e Grottammare, che ricadono anch’esse sotto l’ala protettrice di Fermo, definita come “la padrona delle spiaggie”. Ma anche, e soprattutto, a partire dal 1446, con la nemica Monteprandone, che è fedele, invece, ad Ascoli. L’eterna rivale di Fermo.

San Giacomo della Marca

Proprio a Monteprandone nasce, nel 1394, Domenico Gangala, destinato ad essere meglio conosciuto come San Giacomo della Marca. Religioso nell’Ordine dei Frati Minori Osservanti, colto, viaggiatore, impietoso fustigatore dei costumi, quasi idolatrato durante le sue prediche in Piazza dell’Arengo, fu fautore della pace fra Ascoli e Fermo, e si spese anche, inutilmente, per l’unità della sua città dilaniata dalle lotte interne. Nello stesso periodo infatti, mentre due nobildonne guerriere ascolane, Menichina Soderini e Flavia Guiderocchi, guidano le milizie cittadine contro gli Angioini d’Abruzzo, le casate più o meno nobili locali continuano a contendersi aspramente il potere. Asculo ricade sotto il potere della Chiesa, anche se nel 1472 papa Sisto IV le concede un particolare stato di indipendenza. Dieci anni dopo Fermo regala il Torrione alla comunità sambenedettese. La poderosa rocca dei Gualtieri destinata a diventare il simbolo della città. Il XVI secolo Ascoli lo passa fra dispute interne, come detto, nobilitate dalla partecipazione alle Crociate, che porterà, nel 1571, fino al mare di Lepanto. Nella storica battaglia navale contro i turchi, il 7 ottobre di quell’anno, combattono, sotto la bandiera del Papa, tanti montanari di Spelonga, alla guida del capitano Antonio d’Asculo, e un manipolo di ascolani ingaggiati dai Veneziani, partiti alla volta della Terra Santa con Guido Guiderocchi.

Il Torrione

Ma la gente di mare autentica, quella sambenedettese, sta ricavando dal mare, da sempre, grazie alla pesca, il suo primo sostentamento. Le prime deliberazioni del comune di Ascoli in materia di commercio del pescato risalgono al 1413, e culmineranno, con la accurata stesura dei “Capitoli della pescaria” approvati dal Consigio dei Cento nel 1612. Anche la rivale Fermo, nel 1589, ha iniziato a regolamentare questa attività, in crescita verticale, nei territori sotto la sua influenza. Non è un caso che a San Benedetto sorga, nel 1615, il simbolo più autentico dello slancio della sua popolazione verso il mare: nasce la chiesa che diventerà, della Madonna della Marina. Una devozione, ma anche una vocazione, un simbolico auspicio della futura prosperità legati al mare, che porta, nel 1703, con la costruzione del superbo campanile, a regolamentare il disordinato e crescente sviluppo urbanistico in atto verso la spiaggia.

Una crescita vertiginosa non particolarmente gradita, ma vista, anzi, con preoccupazione, dal vecchio dominatore fermano. La pesca e il commercio del pescato, sempre più sviluppato verso l’interno negli anni successivi, fino al cuore dell’Umbria come riferiscono gli scritti dell’epoca, con tutte le attività correlate, costituiscono la prima attività, sempre più importante per l’economia della popolazione locale. Nel XVIII secolo anche sul Piceno spirano i venti europei portati dalla rivoluzione francese. Sul finire del 1700 nelle zone montuose dell’ascolano nasce il mito di Sciabolone, al secolo Giuseppe Costantini, nativo di Santa Maria a Corte, il brigante ribelle semianalfabeta e temerario, che tiene a lungo sotto scacco le truppe napoleoniche di occupazione con le sue bande armate. Ma sono anche anni di fervore religioso.

Il Venerabile Marcucci

Proprio durante la dura dominazione francese, si spegne ad Ascoli il Monsignore e Venerabile Francesco Antonio Marcucci. Nativo di Force, aveva fondato, nel 1744, la Congregazione delle Suore Pie Operaie dell’Immacolata Concezione, e, l’anno successivo, la prima scuola femminile della città. Una Istituzione scolastica benemerita attiva ancora oggi. Nel 1773, sotto il papato di Clemente XIV si ricorda il primo fermo biologico della pesca in Adriatico, con la proibizione dell’uso delle paranze a coppia. La generale protesta delle genti della Marina, dalle foci del Tronto fino a quelle del Potenza, che dalla pesca traggono l’unico sostentamento economico, si leva però, vibrata, contro la misura che viene presto sospesa.

In questo periodo la popolazione sambenedettese inizia ad allontanarsi dal più sicuro borgo arroccato intorno al Castello, per insediarsi a ridosso della strada “Lauretana”, futura Statale n° 16, e anche oltre, verso il mare. Casupole fatte di paglia impastata con l’argilla, testa di ponte protesa verso il territorio acquitrinoso e quasi vergine della marina. Una edificazione selvaggia a cui tenta di dare ordine e regolamentazione, per la prima volta, nel 1763, un ingegnere fermano, Luigi Paglialunga.

I cantieri navali dell’epoca

Una vicinanza all’arenile che può ancora risultare però molto rischiosa, per il pericolo, sempre incombente, delle scorrerie dei pirati. Favorite proprio dalla morfologia costiera, con le battige basse e sabbiose che facilitano gli approdi. Fra il 1803 e il 1815 si registrano infatti le ultime tre incursioni di pirati turchi e nordafricani, con il rapimento e la riduzione in schiavitù di quasi duecento pescatori, sambenedettesi e provenienti dai centri limitrofi, di ogni età. In un censimento del 1816 risultano operanti a San Benedetto una ventina di paranze e un paio di bragozzi.

Il varo di una nuova “paranza” a forza di braccia

Le imbarcazioni, battane, lancette, paranze, bragozzi e trabaccoli, vengono costruite interamente sul posto da una folta schiera di operai che con competenza e perizia sempre crescenti, senza alcun ausilio di attrezzature elettromeccaniche, provvedono manualmente a tutte le opere necessarie presso improvvisati cantieri navali. Dalla prima lavorazione dei tronchi di quercia, all’inchiodatura del fasciame, fino al calafataggio, tutto viene fatto a mano con attrezzature rudimentali. Le vele sono confezionate nelle case dalle donne e dipinte con sostanze vegetali naturali. Le funi nascono dalla lavorazione della canapa grezza, pettinata in matassine e poi filata dai funai in ampi spazi, all’aperto, in ogni stagione. Le reti vengono confezionate, o riparate, sempre dalle donne sugli usci delle case, fra una faccenda domestica e l’altra. I cordai, che preparano le corde grosse e i calamenti, spesso incatramate per proteggerle dall’acqua e dalla salsedine, diventano così abili da iniziare presto a confezionarne anche per conto di altre marinerie, italiane e straniere.

(continua)

 

La bandiera turca trofeo della vittoriosa battaglia di Lepanto custodita a Spelonga

 

Fabbrica di funi all’aperto


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