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Dallo stupro “inventato” alla movida molesta, «adulti competenti e più presenti è la parola d’ordine»

LA PSICOTERAPEUTA Antonella Baiocchi interviene sui recenti fatti di cronaca, con un viaggio nei "mali" dell'attuale società (ma attenzione, "ogni epoca ha pericoli e risorse"), colpevole in questo caso di non saper dotare i ragazzi di una "identità sufficientemente forte, equipaggiata a riconoscere e schivare i pericoli"
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Antonella Baiocchi

 

 

Uno stupro “inventato”, come è stato accertato essere il racconto di una ragazza che ha detto di aver subito violenza, a fine giugno a San Benedetto, apre la porta a tante considerazioni. Ma anche episodi di violenza giovanile, risse, bevute, protagonisti della “movida molesta” per cui le istituzioni devono prendere misure straordinarie. L’unico tema su cui vale la pena soffermarsi pone al centro una sorta di “sbandamento” giovanile, dovuto a fattori prevenibili, probabilmente, con un sano esame di coscienza da parte degli adulti.

 

Ma ogni discorso sull’argomento non può essere affrontato da profani che devono limitarsi, piuttosto, a fotografare la realtà, lasciando a figure professionali ben più competenti l’onere di un’analisi, di una riflessioni, magari di un consiglio su quale via imboccare per aiutare i ragazzi, genitori di domani.

 

Nel nostro caso, è stato chiesto di intervenire alla psicoterapeuta di San Benedetto, Antonella Baiocchi, che fa una premessa incoraggiante: «La gran parte dei giovani ha sani principi ed è ricca di valori».

 

Poi la dottoressa entra nel merito: «Bisogna però prendere atto di un preoccupante aumento di gioventù “disperata”, che vaga all’interno di un ‘deserto etico’ contraddistinto da mancanza di luce e speranza nel presente e nel futuro, in grado di sfociare in atti autolesionistici, idee ed atti suicidari. Nell’illusorio tentativo di dare un senso alla vita, si ricercano emozioni forti e estreme. Parlo dello sballo, nel momento del divertimento (attraverso alcool, droghe, sesso) per sedare ansie e paure di “viversi inadeguati, insicuri e non visibili dal gruppo di riferimento”. Dell’incapacità di distinguere il bene dal male. Della ricerca di scorciatoie per soddisfare bisogni (prevaricazione dei più deboli per ottenere privilegi e servigi, baratto del sesso con soldi, regali, ricariche telefoniche).

 

Si è soliti attribuire la responsabilità di questo stato di cose ai pericoli che il giovane incontra fuori dalla famiglia, nella qualità del gruppo di amicizie incontrati dal giovane. “Era un bravo ragazzo, ma è stato deviato dalle amicizie”, si sente dire spesso.

 

Anche alla società, vissuta oggi, rispetto ad un tempo “più degradata e colma di pericoli”, si è soliti attribuire una sorta di responsabilità. Quest’ultima è una visuale che non mi trova assolutamente d’accordo, in quanto credo che ogni epoca abbia pericoli e risorse e sono convinta che oggi non sia né meglio né peggio di ieri: il punto fondamentale è riuscire a dotare i figli di un’identità forte, sufficientemente equipaggiata a riconoscere e schivare i pericoli che la propria epoca li porterà ad incontrare fuori dal protettivo nucleo familiare.

 

Ebbene, credo che il problema vada individuato proprio in questo ambito: la realizzazione di una identità sufficientemente forte è responsabilità delle agenzie educative, che si prendono cura del bimbo, futuro adulto (in primis la famiglia, subito dopo la scuola) che a quanto pare falliscono in questo obiettivo generando giovani con caratteristiche che si rilevano debolezze e fragilità.

 

Tra i vari motivi con cui si è soliti giustificare questo fallimento educativo (genitori incagliati nella “ruota del criceto” a causa del troppo lavoro, delle difficoltà economiche, dello stile di vita più esigente rispetto al passato; insegnanti intrappolati dalle troppe burocrazie e dal numero delle classi da seguire) credo che due, più di altri, siano più significativi: la povertà educativa e l’assenza di costanza nella presenza dell’adulto di riferimento.

 

Mi spiego meglio: la povertà educativa (la difficoltà per i minori di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni) è causata dalla scarsissima competenza nelle questioni psicologiche e relazionali (analfabetismo psicologico e relazionale) che ancora oggi dilaga tra gli esseri umani.

Questa scarsa competenza induce gli adulti di riferimento ad allevare i bimbi, loro malgrado, in climi tossici e violenti – o troppo permissivi o troppo autoritari – incapaci di esprimere autorevolezza, l’unico stile educativo capace di promuovere nel bimbo una identità sufficientemente forte.

Nelle generazioni passate (affette da analfabetismo psicologico quanto oggi), l’educazione era prevalentemente posizionata sullo stile autoritario (era riconosciuta e temuta l’autorità degli adulti genitori, insegnanti, nonni).

 

Oggi, per un equivocato concetto di amore fatto coincidere con l’assenza di dolore (oppure solo per placare i sensi di colpa per essere dei genitori poco presenti), ci si è spostati sul polo educativo di stile permissivismo: gli adulti sono pressoché incapaci di porre paletti, di dire “No”, di porre divieti.

 

Sia il permissivismo che l’autoritarismo creano problematiche alla personalità del futuro adulto, ma, dovendo scegliere tra i due mali, sono dell’avviso che il permissivismo sia lo stile educativo alla lunga più dannoso: perché l’assenza di paletti (dei No), passa ai figli non solo un tossico senso di onnipotenza (cioè l’illusione di poter ottenere ciò che vogliono senza pagare prezzi) ma anche l’incapacità di tollerare le frustrazioni (il dolore che si prova quando non si ottiene ciò che si desidera). Onnipotenza e intolleranza alle frustrazioni sono caratteristiche, che li rende inadeguati a gestire la realtà esterna che, contrariamente dalla famiglia, richiede spirito di sacrificio ed espone a continui fallimenti e delusioni.

 

Un altro aspetto deleterio, credo che vada rilevato nell’assenza di costanza nella presenza dell’adulto di riferimento: a causa della disgregazione famigliare, dell’evoluzione dei diritti paritari tra uomo e donna, è pressoché scomparsa la figura di un adulto dedicato a prendersi costantemente cura dei minori, i quali, troppo spesso, vengono sballottati da un adulto all’altro all’interno di un frenetico programma organizzativo. Questo comporta frammentarietà educativa (regole e disposizioni discordanti) e figli “liberi di autogestirsi”, troppo spesso “adultizzati” e lasciati soli nelle scelte. Una estrema libertà che da un lato alimenta il deleterio senso di onnipotenza appena citato (poter fare ciò che si vuole), dall’altro un profondo senso di inadeguatezza e abbandono.

Credo che la parola d’ordine debba essere: adulti competenti e più presenti».

 

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