Gabriele Ciabattoni con in braccio il piccolo Armando all’interno del Bar Sport appena inaugurato nel 1956

 

Il bar Sport di Castel di Lama ha attraversato settant’anni di vita paesana chiamato come il bar di due donne. Di Giulia “Giulietta” prima, e, poi, di Paola. Due donne, suocera e nuora, anime in epoche diverse, di un esercizio di paese che ha visto, invece, due uomini, prima Gabriele, e poi il figlio Armando, al timone.

La mitica Giulietta

 

Oggi il bar Sport di Castel di Lama è arrivato con la presenza significativa in azienda di Enrica, l’unica figlia di Armando e Paola, alla sua terza generazione di famiglia. Una attività commerciale, un punto di ritrovo e di riferimento per tutti i lamensi, e non solo, che ha avuto, nell’arco della sua lunga esistenza, molte vite, ma un unico, tradizionale, comune denominatore. Il gelato artigianale. Quello fatto, per intero, tutto in casa, con gli ingredienti e le attrezzature migliori.

 

Una bella soddisfazione per Armando Ciabattoni che dal papà aveva ereditato la grande passione, l’amore persino, senza timore di esagerare, per il gelato ben fatto in casa. Già nel 1956 Gabriele aveva iniziato ad armeggiare con una delle prime piccole macchine Carpigiani. Un mantecatore verticale a bastone, modello L12. A sperimentare, lui già piccolo commerciante di ortofrutta con il pallino dei gelati, nell’arte quotidiana di arrangiarsi in quei durissimi anni del secondo dopoguerra.

 

Il figlio la conserva ancora, come un amato cimelio di famiglia, e confidando anche, come tanti che restano, nella bontà delle teorie animiste, che vogliono gli spiriti di chi non c’è più, sopravvivere negli oggetti loro appartenuti. Gabriele, infatti, se ne è andato troppo presto, a soli settant’anni, nel 1998. Però sorriderà di sicuro anche lui, da qualche parte, come fa nelle gigantografie delle foto di settant’anni addietro, scattate davanti al bancone del suo bar. Frammenti di un’epoca in bianco e nero appesi alle pareti, che nobilitano, ammantandole di storia, i colori dei tanti gusti tentatori in mostra dalle vertine dei banconi frigo dei gelati. La favola del Bar Sport di Castel di Lama parte da lontano.

Armando

 

Le origini

 

Gabriele Ciabattoni, classe 1927, non aveva mai conosciuto suo padre, Armando, il fabbro, uno dei tanti artigiani e contadini che popolavano la fertile e laboriosa vallata del Tronto, morto, giovanissimo, pochi mesi dopo la sua nascita. Apparteneva alla casata de “Lu sicch’”, come lo chiamavano tutti fin dai tempi del nonno Luigi, un appellativo che definirà sempre tutti i discendenti della sua famiglia. La moglie di Armando, Domenica, una Del Moro, era invece nata “là regne”, come si definivano in dialetto, tutti quelli nati appena al di là del Tronto, sulla collina di Ancarano, di dove era originaria. Il regno, ovviamente, era quello di Napoli, poi delle Due Sicilie, governato dalla dinastia dei Borbone per ben centoventisette anni. Domenica aveva cresciuto da sola i suoi due bambini: Luigi, di soli diciotto mesi più grande del fratellino Armando, e dunque, entrambi, in tenerissima età.

Immagine d’epoca

 

Gabriele aveva fatto esperienza aprendo una piccola osteria sempre a Castel di Lama, prima di dar vita, nell’estate del 1956, al bar Sport. Lì dove è, e dove è sempre stato, in un nuovo edificio, costruito solo pochi anni prima. Sono anni densi di avvenimenti quelli. Gabriele è sposo novello, infatti, di Giulia “Giulietta” Tavoletti, impalmata l’anno precedente. Avranno due figli maschi: Armando, che porta lo stesso nome del nonno, nel 1957, e Adelmo, nel 1962, che, nella vita, sceglierà poi di fare il geometra.

 

«Mio padre benediva sempre scherzosamente – ricorda Armando – chi avesse inventato le cambiali. Perché senza indebitarsi, allora come oggi, non si poteva riuscire a fare niente. Ma, per contrarli ed estinguerli, ci hanno sempre aiutato la serietà della nostra famiglia e la fiducia dei nostri compaesani. Infatti, dopo settant’anni, continuiamo anche noi, come lui, a contrarre mutui per continuare a crescere».

 

Anche mamma Domenica, oltre che a continuare a commerciare, come ambulante, con frutta e ortaggi, dà volentieri una mano quando può dietro al bancone dell’osteria prima, e del bar poi. L’orgoglio di Gabriele e della sua famiglia, quel bar. Può leggersi benissimo nel suo sorriso immortalato in una vecchia foto in bianco e nero, divenuta iconica, mentre solleva in alto suo figlio, il piccolo Armando, che tiene in braccio davanti a quel primo bancone del Bar Sport.

 

Anni ’50

 

A Castel di Lama esiste già un unico bar, vicino alla piccola stazioncina ferroviaria. “Là veccia” come veniva abitualmente chiamato dai paesani, quello gestito da Lorenzo Di Emidio. Ma il nuovo bar Sport, affacciato direttamente sulla trafficata via Salaria, diventerà presto il punto di ritrovo più frequentato del paese. Meta abituale dei lamensi per i riti del caffè e della sbicchierata in compagnia, cicchetti e birrette, vino e gazzosa. Ai tavoli si consumano, fra risate e imprecazioni, infinite sfide di briscola, scopa e tressette, posta la bevuta e gli immancabili sfottò. Quando la moda degli happy hour è ancora di là da venire e le ore happy, ma happy davvero, con molto di meno a disposizione, sono molte di più di quelle di oggi.   Presto farà la sua comparsa anche il biliardo, per incrociare le stecche, e mandare in buca le boccette sul panno verde, con i giocatori a farsi largo scansando gli spettatori, curiosi e petulanti, assiepati tutto intorno al tavolo da gioco, per poter fare i loro tiri.

 

 

Le attività storiche

 

Castel di Lama rappresenta uno dei tanti grovigli burocratico-amministrativi tipicamente italiani. Con una sorta di ideale ed invisibile muro di Berlino rappresentato dalla via Salaria che divide due Comuni. Basta attraversarla verso sud, zona prima agricola poi divenuta industriale, per passare da quello di Ascoli, da un lato, a quello di Castel di Lama, dall’altro. Inoltre i due comuni si spartiscono abitanti e tasse anche la frazione di Villa Sant’Antonio, che, a sua volta, raccoglie quasi una ventina di piccoli abitati quasi tutti identificati con il prenome di Villa. Lungo la Salaria, a fianco al Bar Sport c’è già la storica rivendita dei biglietti delle autolinee dell’Int, quando si fa, ancora, benissimo a meno di app e prenotazioni on line per salire su un autobus. Il Bar Sport la rileverà nei primi anni Duemila, passando dalla Cotravat e poi Start, per cessarla solo recentemente, il primo gennaio scorso. La gestisce Sp’rucc’, al secolo Gaspare Vagnoni, uno dei pionieri di attività che, in qualche caso, sono rimaste gestite dalla stessa famiglia fino ai giorni nostri.

 

Come quella di Arturo Gagliardi, che dall’altra parte della strada, già dal 1949, ha aperto una sartoria, con annesse merceria e rivendita di stoffe, poi presa in mano e trasformata in prestigioso negozio di abbigliamento, dal figlio Reno. O la mitica Bottegola di Michele Cinciripini, storica rivendita di generi alimentari che assurgerà a livello di riferimento toponomastico, e rimasta sempre, fino ad oggi, per quattro generazioni, gestita dalla stessa famiglia. Così come erano già venditori ambulanti nelle piazze, di articoli di abbigliamento, Bruno e Maria Amadio. I genitori di Giancarlo e Enrico che perpetueranno con i loro figli, Alessandro, Sione e Maria Rita, l’attività di famiglia. E come non ricordare, fra gli altri esercizi, anche il forno a legna di Castel di Lama, che apre i battenti nel 1947. Il forno di Sincè, al secolo Sincero Di Teodoro, con la moglie Albina primi fornai del paese. O la rivendita di ricambi per auto e calce viva per l’edilizia, in quegli stessi anni Cinquanta di Marino Capriotti, detto “F’metta”. Il boom economico, edilizio e demografico degli anni Sessanta e Settanta fa triplicare gli abitanti nel lamense e in tutte le frazioni limitrofe, e decollare verticalmente anche il volume di affari del Bar Sport. Aumentano i prodotti in vendita e l’offerta si amplia vistosamente. Sugli scaffali, fanno la loro comparsa articoli da regalo, liquori, dolciumi, biscotti e cioccolata, ma senza smarrire mai la propria anima di bar di paese, punto di ritrovo, di incontro e confronto.

 

 

Armando cresce, fin da piccolissimo, dentro quel bar, e dà volentieri una mano ai genitori quando è libero dagli impegni scolastici. Ma dopo il congedo dal servizio militare di leva, prestato a Torino, Armando, con grande voglia di far bene, decide di puntare sull’attività di famiglia più cara al padre.

 

La svolta qualitativa  

 

Neppure il prepotente avvento dei gelati preconfezionati, come l’Algida in primis, era riuscito a distogliere, infatti, i Ciabattoni dal loro sogno. Prodursi artigianalmente, in casa, il loro gelato. Anche se la vendita di quelli pronti, industriali, è molto più pratica, veloce e redditizia rispetto alle lunghe e laboriose preparazioni manuali. Ma vuoi mettere la soddisfazione? E così, nel 1979, in occasione del primo, importante, ma non ultimo, rinnovo del locale, prevedono anche una piccola vetrina frigorifera da nove posti per le vaschette. Parte così, quasi da zero, per Armando, con la gioia malcelata del papà, l’avventura nel mondo del gelato. Lo aiuta in questo suo percorso di crescita, soprattutto, l’entusiasmo, la curiosità, il desiderio di conoscere e apprendere ogni segreto di questa arte.

Anni ’90

 

«La curiosità è metà della conoscenza, recita un vecchio e saggio proverbio – dice Armando – ed io volevo sapere il perché, soprattutto, dei miei primi, tanti e inevitabili, errori ed insuccessi. Non mi sono mai perso d’animo, cercando sempre i migliori maestri in questo settore, nel desiderio di migliorare sempre i nostri prodotti».

 

All’inizio degli anni Ottanta ha la fortuna di incrociare in questo suo percorso Luca Caviezel, il più grande maestro del gelato artigianale italiano. Svizzero di origine e siculo di adozione, ha trasformato la gelateria da mestiere in arte introducendo il concetto del bilanciamento dei componenti già dall’inizio del decennio precedente. Un calcolo studiato su basi scientifiche, e non più empiriche, per definire gli equilibri più ottimali fra grassi e zuccheri, acqua e solidi, nel gelato privilegiando l’utilizzo di ingredienti puri e genuini in luogo di semilavorati chimici.

 

Armando frequenta corsi di specializzazione in gelateria all’Istituto professionale per l’enogastronomia “Panzini” di Senigallia, organizzati dalla Confcommercio di Ancona. Fra i docenti ha modo di conoscere e seguire le lezioni dei migliori maestri italiani. Come Carlo Pozzi, figura storica della gelateria artigianale italiana, discendente di una famiglia di gelatai celebre a Milano fin dal 1895, e fra i più noti fautori della diffusione del gelato di qualità, con cui nascerà, nel tempo, anche una solida amicizia. O giovani e talentuosi pastry chef come il toscano Gabriele Vannucci.

La ricevitoria

 

Non solo gelati

 

Armando ha l’abilità di saper fiutare il vento. La fortuna che lo ha sempre assistito nell’intuire in anticipo il business che verrà, e investirci prima degli altri. Spende cento milioni di vecchie lire per convertire parte dei locali in ricevitoria. Dal 1979, fino al 2018, Armando Ciabattoni mette su, all’interno del Bar Sport di Castel di Lama una ricevitoria d’avanguardia per il Totocalcio e il Lotto, ma anche per il nuovo gioco emergente del SuperEnalotto.

 

Smantella la sala biliardo e i tavoli per il gioco delle carte per i nuovi emergenti. Sono, ancora, i tempi in cui le matrici delle schedine giocate del Totocalcio devono essere depositate nell’ufficio delegato di Bruno Squarcia e del cavalier Forti in Piazza Simonetti. Una corsa ogni volta per arrivare a consegnarle in tempo utile, perché il volume di giocate della ricevitoria di Armando Ciabattoni figura fra le prime dieci nelle province cha vanno da Ascoli e San Benedetto fino a Pescara.

 

«Acquistai alla fine degli anni Novanta – racconta – una macchinetta convalidatrice elettronica che mi costò cinque milioni e mezzo di vecchie lire. Un investimento ammortizzabile solo da ricevitorie come la mia, dove si giocavano, mediamente, 20.000 colonne ogni settimana, ma che permetteva ai clienti di poter giocare la loro schedina del Totocalcio nel mio bar fino alle ore 13 della domenica, anziché le 20 del sabato».

Armando e Paola sposi

Al Bar Sport arrivano sistemisti dall’intera vallata del Tronto, da Ascoli, e dai paesi del vicino Abruzzo. Una affluenza massiccia che fa da volano anche per le relative, immancabili, consumazioni al bar.

 

 

«Avevo approntato, già allora – prosegue sempre Armando Ciabattoni – dei computer collegati in rete e acquistavo dei programmi per lo sviluppo dei sistemi del Totocalcio. Una novità assoluta per l’epoca nelle nostre zone. Era un’Italia più sana allora. Non ho mai voluto nel mio locale slot mangiasoldi o giochi d’azzardo. Ho cavalcato le richieste e la moda del momento, come il SuperEnalotto, un fenomeno esploso negli anni Novanta è che è andato, via via, successivamente sgonfiandosi».

 

Negli anni Settanta e Ottanta, con l’Ascoli spesso in serie A, e per il resto sempre in serie B, il Bar Sport di Castel di Lama funge anche da rivendita di biglietti per le partite interne dei bianconeri. «Ce li richiedevano ogni settimana da tutte le Marche e dall’Abruzzo – ricorda sempre Armando – e mio padre dovette penare non poco per convincere, alla fine, il titubante segretario Leo Armillei ad accreditarci come loro biglietteria distaccata».

– Armando con la figlia Enrica

 

Armando sposa Paola Silvestri, lamense anche lei, nel 1985. Lei ha 22 anni, lui 29.

 

Dal loro matrimonio nascerà, nel 1986, una unica figlia, Enrica, che li ha fatti diventare nonni, nel 2021, di Violante. Paola diventerà una presenza fissa dietro il bancone del Bar Sport, raccogliendo degnamente, con il tempo, in quel ruolo, l’eredità della suocera. Armando è, infatti, quasi sempre impegnato nel laboratorio al piano di sotto, e, quindi, poco a contatto con gli avventori. Gli ormai anziani genitori hanno dato una mano finché hanno potuto.

 

Gabriele, il papà di Armando, riesce a godersi troppo poco la sua meritata pensione, andandosene troppo presto, nel 1998, a soli settant’anni. Sua moglie, Giulia “Giulietta” Tavoletti, invece, classe 1932, per quasi settant’anni fulcro e anima del Bar Sport di Castel di Lama, è tuttora vivente, Dio la benedica, alla bella età di 94 anni. La determinazione della figlia Enrica, da sempre presente nel bar, e, nell’ultimo decennio, principale collaboratrice del padre in laboratorio, a voler portare avanti la tradizione famigliare, convincono Armando alla svolta decisiva nel 2018. Nuovo pesante investimento economico, e cinque mesi di chiusura del locale, per consacrarlo definitivamente, e interamente, stavolta, al gelato. L’inaugurazione di un sogno, suo e di suo padre, che si realizza, il 2 giugno di quell’anno.

 

Armando dietro il bancone con la moglie

 

I segreti

 

Sono quelli che gli hanno trasmesso i suoi grandi maestri, mai dimenticati. Come mantenere la frutta macinata sempre a meno cinque gradi di temperatura fino alla mantecatura, per non farle perdere sapori e proprietà. O la cura dedicata ad un ingrediente che mai avresti considerato importante nell’impasto di un gelato artigianale. L’aria.

 

«Non ci si crederà – continua Armando Ciabattoni – ma una componente fondamentale del gelato è l’aria che incamera durante la mantecatura. È la componente che lo rende spatolabile, a questo scopo gusti molto gettonati come la Stracciatella il Malaga o il Bacio, ad esempio, vengono lavorate molto meglio con le macchine verticali a bastone. Chiaro che poi si va sempre alla ricerca solo delle materie prime migliori, la frutta di stagione, per quello che è possibile, o surgelata con criterio. Per le creme usiamo solo il latte fresco vaccino 100% Grifo, fornitici quotidianamente, come la panna, da una storica cooperativa umbra».

 

Le attrezzature manuali fanno il resto, ma solo per velocizzare le lavorazioni, con le apposite macchine verticali e orizzontali. Negli ultimi tempi il laboratorio è governato, quasi in autonomia, da Enrica, con l’aiuto di Catalina, una giovane rumena.

 

«I gelatai bravi – si schermisce Armando – sono tanti. Ma ritengo che mangiarsi un gelato significhi anche poterlo fare in un locale accogliente, rapportarsi con un personale cordiale, empatico, che sappia metterti a tuo agio. Non vendi un prodotto, ma anche tutto il mondo che c’è dietro. Fatto di conoscenze ed esperienze, ma, soprattutto, di passione».  

 

 

 

 

 

 

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