Nove anni di lavoro, tanti cambiamenti che vanno ben oltre la denominazione sociale. Cronache Picene fa il punto della situazione sul Centro AgroAlimentare delle Marche (ex Centro Agroalimentare Piceno) sentendo direttamente la dottoressa Francesca Perotti: dal 2017, amministratrice delegata di questo nucleo strategico per l’economia locale, e non solo.
Dottoressa Perotti, da dove partiamo per raccontare la trasformazione del Centro Agroalimentare delle Marche?
«Partiamo da una situazione che, quando siamo arrivati, era tutt’altro che semplice. Il Centro veniva da anni di grandissime perdite, da problemi economico-finanziari, debiti, contenziosi vecchi e spazi che non erano utilizzati pienamente. Per quasi vent’anni le perdite erano state mediamente di circa 200mila euro l’anno e questo aveva portato a dimezzare il capitale sociale originario. Il primo obiettivo, quindi, non poteva che essere il risanamento e la messa in sicurezza della struttura».
Come siete intervenuti sul piano finanziario?
«Abbiamo lavorato sulla rinegoziazione dei rapporti con gli istituti bancari, sulla gestione degli arretrati e sul recupero dei crediti. Durante l’emergenza Covid siamo riusciti a ottenere la sospensione delle rate dei mutui e nuove linee di finanziamento garantite dal Fondo di Garanzia. Abbiamo poi affrontato le vecchie posizioni tributarie attraverso piani di rateizzazione e risolto contenziosi che si trascinavano da anni. Parallelamente abbiamo ridotto i costi, razionalizzato i contratti e protetto il patrimonio della società».
Il risultato è il settimo utile consecutivo. Che significato ha per lei questo dato?
«È un risultato che ci inorgoglisce molto. Nel 2025 abbiamo raggiunto il settimo esercizio consecutivo in utile. Dopo una storia così lunga di perdite, significa avere finalmente costruito una sostenibilità economica. E se non c’è sostenibilità economica non può esserci sviluppo. Era necessario prima mettere in sicurezza il Centro e poi creare le condizioni per farlo crescere».
Parallelamente avete lavorato anche sul patrimonio immobiliare
«Certamente. Abbiamo riorganizzato gli spazi, stipulato nuovi contratti di locazione e di comodato d’uso e rinnovato relazioni strategiche. Abbiamo lavorato per attrarre nuove aziende e nuovi insediamenti, compreso il mercato destinato ai produttori agricoli, attraverso procedure trasparenti e rispettose della normativa. L’obiettivo è valorizzare ogni spazio e fare in modo che il Centro sia sempre più vivo e produttivo».
Oggi, però, non siete più il Centro AgroAlimentare Piceno. Perché avete scelto di diventare Centro AgroAlimentare delle Marche?
«Il passaggio da Centro Agroalimentare Piceno a Centro Agroalimentare delle Marche è stata una scelta politica e strategica precisa. Vogliamo rappresentare una piattaforma che non sia riferita soltanto a un territorio, ma che possa essere al servizio dell’intera regione. È un’evoluzione naturale per una struttura che, per caratteristiche e funzioni, è l’unico Centro agroalimentare delle Marche con una vocazione territoriale così strutturata e articolata».
Quindi cambia anche la prospettiva
«Assolutamente. Abbiamo ampliato anche l’oggetto sociale per poter sviluppare nuove attività: fiere, eventi, studi e ricerche, collaborazioni con soggetti pubblici e privati, università e centri di ricerca. È un modo per diversificare le entrate, ma soprattutto per dare nuova linfa al Centro e renderlo sempre più aperto al territorio e alle sue esigenze».
Poi è arrivato il Pnrr, con un investimento di quasi 7,8 milioni di euro
«Abbiamo ottenuto 7.819.699 euro di risorse Pnrr a fondo perduto per lo sviluppo della logistica agroalimentare. È uno degli investimenti più importanti nella storia, ormai trentennale, del Centro. Il progetto prevede una nuova copertura logistica di circa 8mila metri quadrati, la riqualificazione degli spazi, interventi di efficientamento energetico, il rinnovamento degli impianti frigoriferi e la digitalizzazione. È un passaggio fondamentale: da infrastruttura locale vogliamo diventare una piattaforma logistica strategica per il sistema agroalimentare marchigiano».
La componente energetica sembra avere un peso particolare
«È una scelta industriale, non soltanto ambientale. Il nuovo impianto fotovoltaico del Pnrr ha una potenza di circa 1,348 megawatt e si aggiunge ai 600 kilowatt del primo impianto realizzato precedentemente con risorse proprie del Centro. Arriviamo quindi a una capacità complessiva vicina ai 2 megawatt. L’obiettivo è arrivare all’autosufficienza energetica e azzerare una bolletta che vale circa 140mila euro l’anno. E l’eventuale energia in eccesso potrà diventare anche una fonte di ricavo».
Perché l’energia è così importante per le aziende che operano all’interno?
«Perché molte delle nostre aziende hanno esigenze energetiche molto elevate, soprattutto quelle che utilizzano celle frigorifere. Gli interventi di efficientamento e il fotovoltaico consentono di calmierare i costi e di rendere le imprese più competitive, proteggendole anche dalle oscillazioni del prezzo dell’energia. È un elemento che ha contribuito anche al percorso che ci ha portato al settimo utile consecutivo».
Il 19 agosto, con l’inaugurazione degli interventi, avete avuto una presenza istituzionale di assoluto rilievo
«Sono orgogliosa, come tutto il Cda, di avere qui il ministro, il presidente della Regione e il sindaco di San Benedetto: un’attenzione così importante per un centro che sta crescendo e che ha portato a termine i lavori del Pnrr. Si tratta di una grande evoluzione per il territorio».
Alla cerimonia erano presenti il ministro Francesco Lollobrigida, il presidente della Regione Francesco Acquaroli, il sindaco Nicola Mozzoni, il sottosegretario Lucia Albano, i consiglieri regionali Andrea Assenti e Andrea Cardilli e Guido Castelli. Che cosa ha significato quella giornata?
«È stato un momento particolarmente importante perché abbiamo avuto la possibilità di mostrare direttamente alle istituzioni quello che è stato fatto e quello che vogliamo fare. La delegazione ministeriale ha visitato il mercato ortofrutticolo e due laboratori di aziende impegnate nella trasformazione del pescato, incontrando le imprese che lavorano all’interno del Centro».
Il ministro ha definito il Centro un “fulcro importantissimo” e un possibile “volano di crescita”. È questa la direzione?
«È esattamente la direzione nella quale vogliamo andare. La vocazione del Centro è basata sulla logistica e sulla capacità di mettere in rete imprese e filiere. La struttura deve essere sempre più funzionale alle aziende e al territorio».
Parliamo delle aziende presenti
«Oggi abbiamo una realtà estremamente variegata, con quasi 100 aziende e attività differenti: dall’ortofrutta al settore ittico, dalla floricoltura ai fiori e ai funghi, fino alle produzioni e alla distribuzione di alimenti per animali e alle attività logistiche. Questa varietà rappresenta una ricchezza. Il Centro deve continuare a svolgere anche una funzione pubblica e sociale, mettendo a disposizione del territorio una struttura che lavora incessantemente per sostenere il sistema produttivo».
Il Caam ospita anche il Banco Alimentare. Quanto è importante questa presenza?
«È un aspetto al quale teniamo molto, perché testimonia in maniera concreta anche la funzione pubblica e sociale del Centro. Il Caam non è soltanto una struttura destinata alle attività commerciali e alla logistica agroalimentare, ma è anche uno spazio che può essere messo a disposizione di realtà impegnate quotidianamente a favore della comunità. La presenza del Banco Alimentare è particolarmente significativa proprio per questo: racconta un lavoro incessante, fatto per il territorio e a favore del territorio, attraverso il recupero e la redistribuzione di beni alimentari a chi ne ha bisogno. Per noi è motivo di orgoglio poter ospitare una realtà che svolge una funzione sociale così importante e che rappresenta pienamente quella dimensione di servizio alla comunità che vogliamo continuare a valorizzare».
C’è poi una peculiarità che appartiene profondamente a San Benedetto: la filiera ittica
«La vocazione alla trasformazione del prodotto ittico è una peculiarità che ci invidiano e che non dobbiamo perdere. A maggior ragione va preservata e rafforzata. Il Centro può dare un contributo importante alla filiera della pesca, non soltanto per la commercializzazione, ma anche per la conservazione, la trasformazione, la logistica e la valorizzazione del prodotto»
E proprio la capacità di fare rete sembra essere una delle parole chiave della vostra strategia
«Durante la visita del ministro abbiamo toccato con mano quanto la struttura sia fondamentale per l’intera filiera locale. L’obiettivo primario resta creare rete e sinergia».
In questi anni avete quindi rafforzato anche la rete istituzionale e scientifica
«Abbiamo consolidato i rapporti con il Ministero dell’Agricoltura, Invitalia, Italmercati, BMTI, Unioncamere, Camera di Commercio delle Marche, CREA, università, ITS, associazioni di categoria, settore della pesca, produttori agricoli, floricoltura, logistica e distribuzione. La partecipazione alla rete nazionale di Italmercati è particolarmente importante perché consente al Centro di rafforzare il proprio ruolo all’interno del sistema agroalimentare nazionale».
Quanto conta invece il rapporto con la ricerca?
«È fondamentale. Abbiamo avviato un dialogo con il CREA, il centro di ricerca nazionale collegato al Ministero dell’Agricoltura, per mettere in relazione ricerca e imprese e lavorare sulle filiere marchigiane. Penso soprattutto all’ortofrutta, alla filiera ittica e al florovivaismo. Il Centro deve diventare anche un luogo nel quale le conoscenze e l’innovazione possano tradursi in opportunità concrete per le aziende».
Avete scelto anche di dotarvi volontariamente di un Bilancio di Sostenibilità
«Sì, perché la sostenibilità deve essere parte integrante della nostra evoluzione. Nel Bilancio di Sostenibilità affrontiamo temi come l’efficienza energetica, l’economia circolare e la valorizzazione degli scarti agroalimentari. È un percorso che vogliamo portare avanti insieme alle aziende».
Il Caam è diventato anche un luogo di formazione. Quanto conta mettere gli spazi del Centro a disposizione di corsi e percorsi dedicati alle professionalità?
«È un altro aspetto importante della funzione che il Centro vuole svolgere sul territorio. Il Caam ospita regolarmente corsi di formazione professionale, aggiornamenti e percorsi dedicati alla sicurezza, oltre ad attività rivolte agli operatori del settore agricolo e agroalimentare. Mettere a disposizione i nostri spazi significa contribuire concretamente alla crescita delle competenze e delle professionalità. Anche questo rientra nella nostra idea di Centro aperto al territorio: non soltanto un luogo nel quale le imprese lavorano e movimentano prodotti, ma una struttura capace di ospitare formazione, trasferimento di conoscenze e occasioni di crescita. È un ulteriore modo per creare rete e dare valore alle persone e alle aziende che operano nel nostro sistema agroalimentare».
E c’è un altro obiettivo: aprire il Centro alla città
«Vogliamo che la comunità riconosca sempre di più il Caam come un’infrastruttura strategica regionale. Per questo abbiamo iniziato ad aprire la struttura attraverso eventi e iniziative, perché il Centro non deve essere percepito come uno spazio chiuso alle sole attività commerciali. Deve essere un luogo capace di dialogare con la città, con le istituzioni, con il mondo produttivo e con la comunità».
La nuova denominazione, dunque, non è soltanto un cambio di insegna?
«No, è un cambio di identità. Il Centro Agroalimentare delle Marche vuole essere una piattaforma al servizio dell’intera regione. L’obiettivo è dare una dimensione più ampia a una struttura che ha già una forte vocazione territoriale e logistica».
Anche la strategia regionale va nella direzione di una maggiore integrazione logistica
«È fondamentale collegare il Caam con gli altri nodi strategici, dall’Interporto ai porti, fino alla rete stradale. Il sistema agroalimentare ha bisogno di una logistica efficiente e integrata. La nostra struttura può svolgere un ruolo importante proprio perché si trova in una posizione strategica e concentra al suo interno tante filiere differenti».
Dopo il risanamento, dunque, si apre una nuova fase. Qual è il prossimo obiettivo?
«Abbiamo costruito negli ultimi anni le basi economico-finanziarie e infrastrutturali necessarie per affrontare una nuova fase di sviluppo. Ora dobbiamo consolidare il Caam come punto di riferimento dell’intero settore agroalimentare regionale, capace di generare valore, attrarre nuovi investimenti e rafforzare la competitività delle produzioni marchigiane».
Se dovesse sintetizzare questa trasformazione in un concetto?
«Queste opportunità di crescita, insieme agli interventi di efficientamento energetico, permetteranno alle nostre aziende partner di essere più competitive e affrontare al meglio le sfide del comparto economico. Per noi è un grandissimo risultato e un volano di sviluppo per l’intera comunità».















