
di Lino Manni
Carta vince, carta perde è un gioco da sagra paesana ed è, in un certo senso, quello visto al Del Duca in Ascoli-Perugia ieri 25 gennaio.

Una scena del film “Febbre da cavallo – La mandrakata”
Senza voler sminuire la prestazione dei bianconeri. Ormai, in questo calcio moderno, per vincere una partita più che una giocata ci vuole una…mandrakata, una trovata particolarmente ingegnosa che permetta di risolvere una situazione all’apparenza senza via d’uscita.
L’Ascoli è sceso in campo con il solito piglio, la solita determinazione. Ha chiuso subito il Perugia nella propria metà campo.
Gli umbri hanno alzato un muro, composto da 5 uomini, davanti al portiere e un centrocampo con marcature asfissianti, con il fiato sul collo dei bianconeri. Difficile fare gol anche perché Curado e compagni prediligono il fraseggio al tiro dalla distanza.
Il tiro dal limite non rientra nel dna dei bianconeri. Dopo una serie di azione manovrate, ma (forse) troppo elaborate arriva il lampo di D’Uffizi.
Il gol galvanizza i bianconeri mandando in bambola i biancorossi. Ma il colpo del ko non arriva nonostante qualche buona occasione e ottime manovre. Agostinone, sostituto di Tomei in panchina, anticipa il tè caldo e si gioca la carta, la prima a disposizione.
L’arbitro dopo ben 3’ di visione e revisione al monitor dice che non c’è niente e concede 3’ di recupero. Qualcosa concede ma…non è la stessa cosa.
Nella ripresa l’inatteso gol del Perugia, direttamente da calcio d’angolo, con Gori che non ci arriva e se ci arriva la tocca di quel niente per insaccarla nella propria rete. L’allenatore procede ad effettuare dei cambi, rigorosamente alla pari ovvero ruolo per ruolo.
La filosofia di gioco non cambia come l’abnegazione dei giocatori in campo. Quando l’indice della delusione era ai livelli più alti ecco uscire dalla manica la seconda carta. Tensione e trepidazione sugli spalti fino a quando l’arbitro non indica il dischetto. Rizzo mette la pinna. E la paura…non fa più novanta.
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