di Francesco Ameli *

 

Tra dieci giorni saranno passati esattamente dieci anni dal terremoto del 24 agosto 2016. Questa foto l’ho scattata ieri ad Arquata del Tronto. E guardandola credo sia necessario porre una domanda molto semplice: quando ci raccontano che la ricostruzione sta funzionando, di quale ricostruzione stiamo parlando?

La foto scattata da Ameli

 

Negli ultimi anni qualcosa si è certamente mosso. I cantieri sono aumentati, molte procedure sono state avviate e sarebbe sbagliato negarlo, sarebbe paradossale fosse il contrario dopo 10 anni. Ma è altrettanto sbagliato confondere l’aumento della capacità di spesa con la rinascita di un territorio.

 

Perché in questi anni si è costruito anche un modello di gestione della ricostruzione fatto di inaugurazioni, annunci, eventi, comunicazione, promozione turistica, cammini presentati come nuova vocazione delle aree interne.

 

Tutto utile, forse. Ma tutto terribilmente insufficiente se, dietro questa rappresentazione della rinascita, continuano ad esserci paesi vuoti, centri storici ancora fermi, persone che non sono tornate nelle proprie case e comunità che nel frattempo stanno scomparendo.

 

Il problema non sono i cammini. Il problema è pensare che bastino i cammini. Non si sostituisce una politica per le aree interne con il marketing territoriale. Non si sostituisce il lavoro con un evento. Non si sostituisce un medico con un’inaugurazione. Non si ferma lo spopolamento con una campagna promozionale.

 

Ho letto che a Pescara del Tronto Vinicio e Vincenza entrarono in una Sae quando avevano 65 anni. Doveva essere una sistemazione per tre o quattro anni. Oggi ne hanno 75 e vivono ancora lì. Raccontano che sono serviti sei anni soltanto per il piano urbanistico e che la ricostruzione della loro casa deve ancora realmente partire. Questa è la verità. E mentre aspettiamo di ricostruire le case, cambia irreversibilmente ciò che c’è intorno: chiudono attività, si perdono servizi, i giovani se ne vanno, la popolazione invecchia.

Francesco Ameli

 

A dieci anni dal sisma sono ancora migliaia le famiglie fuori dalle proprie abitazioni e più di mille persone continuano a vivere nelle Sae. E allora anche i miliardi spesi devono essere interrogati. Quanti stanno realmente riportando i residenti nelle loro prime case? Quante abitazioni ricostruite saranno effettivamente abitate? Quanti interventi riguardano invece seconde case e immobili che rischiano di restare vuoti? O faremo delle nostre aree interne quelle con il più alto numero di B&B, vuoti?

 

Sono domande che un bilancio serio della ricostruzione dovrebbe permetterci di affrontare. Perché il successo non può essere misurato soltanto attraverso il numero dei cantieri, le somme concesse o le opere inaugurate. E soprattutto dobbiamo uscire da una narrazione nella quale chi pone queste domande viene automaticamente considerato un nemico della ricostruzione. La ricostruzione non appartiene a un Commissario, a un Governo o a una maggioranza politica. Appartiene alle comunità colpite dal terremoto. Proprio per questo abbiamo il dovere di discutere anche il modello seguito.

 

In questi anni troppe volte si è preferito raccontare il territorio anziché ascoltarlo: il borgo, il cammino, l’evento, il festival, l’esperienza da promuovere. Un’immagine accattivante delle aree del sisma, mentre molto più difficile è raccontare la solitudine di chi vive ancora nelle Sae, le serrande abbassate, i servizi che arretrano, le fabbriche che entrano in crisi, i giovani che scelgono di andarsene.

 

Il turismo può essere parte di una strategia. La cultura può esserlo. I cammini possono esserlo. Ma una comunità vive se ci sono lavoro, sanità, scuola, trasporti, commercio, servizi e persone. È questo che manca troppo spesso nel racconto ufficiale della ricostruzione. Per questo il decennale non può diventare l’ennesima occasione celebrativa. Deve essere il momento nel quale, accanto a ciò che è stato fatto, abbiamo il coraggio di mettere sul tavolo ciò che non ha funzionato e soprattutto di cambiare il parametro con cui giudichiamo i prossimi anni.

 

Non chiediamoci soltanto quanto abbiamo speso. Chiediamoci: quante persone abbiamo fatto tornare? Quante ne abbiamo fatte restare? O gli dedichiamo solo festival fatti nella costa? Quanti centri storici sono realmente tornati a vivere? Quanti negozi hanno riaperto? Quanti giovani hanno scelto di costruire qui il proprio futuro? Quali servizi abbiamo restituito alle aree interne?

 

Perché possiamo ricostruire ogni singolo edificio del cratere. Ma se, quando avremo finito, non ci saranno più le persone per abitarli, avremo ricostruito i muri e perso i paesi. E quella non potremo chiamarla rinascita.

 

* segretario provinciale Partito Democratico

© RIPRODUZIONE RISERVATA